Da Gramsci a Togliatti: una riflessione sull’egemonia

Enzo Pellegrin

www.resistenze.org – pensiero resistente – dibattito teorico – 21-05-18 – n. 673

Le commemorazioni di Antonio Gramsci cadono, per via della data della sua morte, alcuni giorni dopo la festa della Liberazione. In esse si tendono a ricordare i cardini fondamentali del suo contributo politico e filosofico, spesso traendone spunti di riflessione sul presente politico.

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Raramente, tuttavia, vi sono occasioni di riflessione su quanto del contributo gramsciano è stato interiorizzato o sviluppato da uno degli attori fondamentali della liberazione e della costruzione della Repubblica dopo la caduta del fascismo, il Partito Comunista.E’ noto che una parte rilevantissima del magmatico corpus teorico gramsciano, quello dei Quaderni del carcere, non era ancora stato pubblicato nel 1944. Tuttavia, come molti confermano, Palmiro Togliatti, leader del Partito Comunista Italiano dopo la liberazione, ebbe modo di prenderne conoscenza già a Mosca nel 1944. (1)

 

Una delle riflessioni fondamentali del corpus dei Quaderni ruota attorno al concetto di “egemonia”, soprattutto con riferimento ai modi in cui può venire conquistata e come essa consente di esercitare una direzione politica e culturale sulla società, da parte di una classe dirigente.

La riflessione si collega al problema della conquista del potere di direzione politica da parte della classe lavoratrice, in sintesi: la conquista del potere per la costruzione del socialismo.

La riflessione dei Quaderni matura in Gramsci dopo una vita politica in cui era stato testimone diretto dei duri colpi inferti alla lotta del movimento operaio in Italia negli anni venti, con l’azione del fascismo, innestatasi sulle esigenze repressive della classe dirigente dello stato postunitario in crisi, nonchè della liquidazione e distruzione del Partito Socialdemocratico Tedesco ad opera del nazismo.

E’ comprensibile, dunque, come nelle riflessioni del detenuto Gramsci maturasse spesso il confronto tra l’esperienza negativa italiana (e in senso lato “occidentale”) e quelle giunte ad esiti positivi in Russia. Lo stile di queste riflessioni è quello di molti passi dei Quaderni: giungere ad approssimazioni sempre più precise, con l’impegno a ritornare sulla questione.

Il concetto di egemonia culturale è infatti strettamente collegato all’individuazione dei passi necessari alla conquista del potere nella società da parte della classe proletaria in un contesto storico sociale in cui la geometria delle diverse classi si collega in qualche modo particolare all’egemonia di quella dirigente, la quale trova il modo di plasmare a suo vantaggio le contraddizioni emergenti tra il capitale ed il lavoro.

Molti commentatori sono soliti citare il famoso passo dei Quaderni:

“In Oriente lo Stato era tutto, la società civile era primordiale e gelatinosa; nell’Occidente tra Stato e società civile c’era un giusto rapporto e nel tremolio dello Stato si scorgeva subito una robusta struttura della società civile”. (2)

A noi che rileggiamo il passo, dovrebbe colpire non tanto la differenziazione tra Occidente ed Oriente, ma quell’espressione “robusta struttura della società civile”

Gramsci individua, a margine della sua riflessione, la presenza di complesse e cristallizzate formazioni di interessi all’interno della società. Queste formazioni di interessi, tutt’altro che scevre di contraddizioni, tutt’altro che egemoni, tutt’altro che dirigenti, possono tuttavia sbarrare la strada al proletariato od alla classe lavoratrice nelle aspirazioni alla direzione della società.

Possono essere il mezzo con cui – da un lato – la classe dirigente ed egemone plasma e risolve a suo favore le contraddizioni sociali. Dall’altro, così facendo, tali formazioni e cristallizzazioni di interessi affermano il proprio ruolo sociale, nella forma in cui stringono un patto di sopravvivenza, perpetuazione e riproduzione del loro “modo” sociale con la classe dominante.

La mente va alle riflessioni gramsciane sul rapporto tra piccola borghesia, nascita del fascismo e sconfitta delle lotte operaie nel famoso articolo Il popolo delle scimmie, pubblicato il 2 gennaio 1921 su Ordine Nuovo:

“Il fascismo è stato l’ultima rappresentazione offerta dalla piccola borghesia urbana nel teatro della vita politica italiana. La miserevole fine dell’avventura fiumana è l’ultima scena della rappresentazione. Essa può assumersi come l’episodio più importante del processo di intima dissoluzione di questa classe della popolazione” (3)

Senonchè, nella tragedia fascista, la piccola borghesia uscita dalle contraddizioni della prima guerra mondiale ebbe sicuramente la propria illusione di sopravvivenza, perpetuazione e riproduzione del proprio “modo sociale”. Lo trovava nell’aspirazione a rendersi tutori e funzionari del nuovo regime. Tuttavia essa conobbe in prima persona una nuova disfatta ed una nuova disgregazione con la tragedia del secondo conflitto mondiale e dell’occupazione tedesca.

Essa però costituì quel retroterra di interessi presenti nella società civile che consentì alla grande proprietà industriale ed agricola di sbarrare la strada al protagonismo operaio italiano all’indomani dell’esempio della Grande Rivoluzione d’Ottobre. (4). La piccola borghesia non reagì all’oppressione del sistema alleandosi con le classi lavoratrici che volevano sostituirlo con il socialismo, ma preferì una strada che semplicemente restituisse loro una posizione perduta.

Molti commentatori Gramsciani sviluppano le riflessioni dei Quaderni verso il giudizio di come fosse divenuto infruttuoso nella pratica per il movimento operaio muovere all’attacco dell’ordine preesistente senza aver prima condotto una persistente e lunga “guerra di posizione” attraverso la quale conquistare nella società civile una propria egemonia e direzione politica e culturale.

Com’è però noto a chi conserva un’interpretazione genuina delle riflessioni gramsciane, egli non disse mai che la “guerra di posizione” escludesse e rendesse inutile la conquista rivoluzionaria del potere, semplicemente identificava quest’ultima come un mezzo per il successo della Rivoluzione, mezzo e metodo che non ha mai giudicato legge assoluta od universale, ma che si collegava all’analisi dei meccanismi sociali e delle posizioni delle classi nel periodo storico.

Allo stesso modo e sulla stessa lunghezza d’onda, Gramsci sottolineò che la battaglia per l’egemonia non potesse essere condotta, nè tantomeno vinta, senza la creazione di un intellettuale e agente collettivo, che si identificasse con un Partito Rivoluzionario centralizzato, capace di muoversi per conquistare l’egemonia e capace di dirigere le forze anticapitaliste, ma soprattutto capace di coordinare una rete di alleanze sociali intorno alla classe operaia, che potesse permettere a quest’ultima di acquisire la direzione dello Stato.

Il concetto gramsciano è comunque un concetto rivoluzionario: ciò significa che le alleanze sociali devono poter essere ricondotte all’interno della direzione e del solco degli interessi della classe operaia, ed in particolare in relazione agli interessi di conquista del potere da parte della classe operaia.

E’ difficile che invece ciò avvenga laddove, al posto delle alleanze sociali come sopra descritte, prenda piede un’alleanza con gli intellettuali collettivi o con i partiti che dirigono gli interessi delle altre classi, soprattutto quando gli interessi più o meno organizzati di queste classi sono alieni alla modificazione radicale del sistema produttivo.

La direzione togliattiana del Partito Comunista negli anni immediatamente dopo la liberazione fece sicuramente riferimento all’analisi gramsciana che prevedeva la conduzione di una “guerra di posizione”, così come diede una particolare analisi e configurazione peculiare della rete di alleanze intorno agli interessi della classe operaia.

Anche sulla direzione dei comunisti pesò il giudizio sulla sconfitta dei movimenti operai prima del ventennio e nel corso di esso.

Tuttavia all’interno di questa valutazione certamente pesò la situazione della penisola nell’immediato dopoguerra, la presenza degli alleati britannici ed americani in armi sul territorio italiano i quali rendevano difficile se non impossibile un insurrezione, lì ed allora, con la possibilità di una divisione della penisola e di andare incontro ad una repressione così sanguinosa da porre (come probabilmente nei desiderata degli alleati) il Partito Comunista ed il Movimento Operaio nuovamente nella clandestinità.

Tuttavia, l’eccessiva insistenza dell’alleanza politica con altri agenti collettivi, nello specifico l’alleanza con la Democrazia Cristiana nel primo dopoguerra, finì per riservare sin dall’inizio sgradite sorprese tattiche.

Vi sono alcuni autori non comunisti che ascrivono a Togliatti una deviazione dalle riflessioni gramsciane: anche nel campo delle “alleanze sociali”, Togliatti prese in considerazione un arco di forze sociali molto più grande di quello di Gramsci, finendo per esserne egemonizzato per tutto il periodo del primo dopoguerra, fino a perdere la contesa elettorale per il potere con le controverse elezioni del 1948. Da questa concezione delle alleanze sociali deriverebbe l’insistenza di Togliatti nell’individuare un capitalismo monopolistico cattivo da combattere ed invece una piccola industria “progressiva”  buona da  agevolare. Nel prefigurare una lunga marcia per conquistare l’egemonia dello Stato attraverso le istituzioni democratiche, Togliatti finiva per privilegiare solamente la guerra di posizione, col risultato di sacrificare totalmente ad essa la guerra di movimento, inaugurando quello che viene definito come il peculiare elettoralismo del PCI. Gramsci invece avrebbe preso in esame non tanto la conquista dell’apparato statale (come mezzo di conquista dell’egemonia) ma la creazione di forme aggregative di potere operaio. (5)

Questo tipo di riflessione presenta sicuramente degli elementi di verità, ma va incontro a evidenti limiti di decontestualizzazione.

Si potrebbe sin d’ora obiettare che la concezione di Gramsci delle alleanze sociali non aveva la pretesa di fondare una teoria sociale valida per ogni tempo e del resto sarebbe stato ben difficile prefigurare, nei panni di Gramsci, una via “istituzionale” alla conquista del potere, avendo egli avuto di fronte due tipi di repressione anticomunista: non soltanto il regime mussoliniano, ma anche i precedenti governi postunitari. E’ pertanto comprensibile che non vi fosse modo di pensare ad alleanze sociali che non fossero la costruzione di forme aggregative di potere operaio alternative alle istituzioni borghesi e al regime fascista, due fenomeni politici che Gramsci individuava come contigui e complementari in tutte le sue riflessioni.

Di fronte al Togliatti dell’ultimo periodo bellico e del primo dopoguerra si profilava una situazione particolare: nell’ultimo periodo bellico il ruolo dei partigiani comunisti e socialisti nella Resistenza aveva portato nel Nord alla crescita di un’egemonia politica volta al completo superamento di ogni forma di restaurazione delle istituzioni preesistenti. Nonostante i tentativi degli alleati (soprattutto britannici) per sopire i nuclei di potere dei Comitati di Liberazione Nazionale a favore di una restaurazione di monarchia e monopoli  economici preesistenti, il CLNAI era un vero e proprio nucleo di potere indirizzato al superamento delle istituzioni preesistenti, in sostanzale opposizione ai desiderata degli alleati.

Non c’è dubbio che l’insurrezione di aprile fu una prova di forza nei confronti del Regno Unito di Churchill, Montgomery e del generale Alexander, i quali non facevano mistero di voler restaurare in Italia uno status quo forse peggiore, giungendo forse a tenere o salvare in qualche modo il principale incarnato responsabile.

Diversa era la situazione del Regno del Sud, dove non apparivano esservi corpi sociali intermedi che potessero costituire un centro di aggregazione di potere idoneo a costituire un’efficace leva di forza.

L’insistenza criticatissima di Togliatti nel puntare sin dalla svolta di Salerno all’obiettivo dell’unità nazionale, fino a dover ingoiare la partecipazione ad un governo in cui erano presenti monarchia e personalità del compromesso regime, ebbe però l’effetto di evitare l’isolamento delle forze della resistenza, vale a dire di mantenere in stato di concorrenza per l’egemonia proprio quei nuclei di potere volti al superamento del potere preesistente, favorendo inoltre una maggiore coesione tra quelle forze resistenziali divise dalle diverse visioni politiche e suscettibili ad essere neutralizzate dall’azione disgregatrice degli alleati.

Non a caso L’Unione Sovietica procedette al riconoscimento del Governo Badoglio. La mossa tattica dell’URSS fu a parer mio dettata da comprensibili ragioni.

Da un lato si voleva evitare che i comunisti italiani impegnati nelle formazioni resistenziali fossero a poco a poco emarginati fino a porli in uno stato di clandestinità proprio ad opera degli alleati, dall’altro lato occorreva comunque disporre di una sponda non ostile per l’efficace azione resistenziale della lotta dei comunisti Jugoslavi nei Balcani.

Dal punto di vista dei comunisti italiani, la conquista della “legalità” poteva consentire di porre le basi per lo sviluppo di un partito di massa.

La visione asseritamente “etica” delle decisioni militari porta spesso a sottovalutarne il valore tattico e strategico, nello stesso modo ingenuo ed antiscientifico (e spesso propagandistico) con il quale vennero mosse censure al patto Molotov-Ribbentrop, non rendendosi conto che tale mossa tattica consentì l’approntamento delle difese principali proprio contro il nemico con il quale si sottoscrisse il patto di non aggressione, difese che portarono a sgominarlo (6).

Ciò che invece appare discutibile (ed illuminante anche per le vicende politiche odierne) è il modo con il quale i comunisti italiani guidati da Togliatti (ed in palese contrasto con il diverso pensiero di Secchia che fu presto emarginato dal Partito) trattarono politicamente questo tema. Esso divenne prevalente ed esclusivo non solo sugli altri temi politici socialisti, ma anche sulle più ordinarie rivendicazioni di classe.

Fu la scintilla iniziale di quella dottrina esclusivamente elettoralista che a poco a poco giunse ad affermare un cammino in due tempi:  prima la liberazione e l’istituzione di una democrazia nazionale, poi la conquista dell’egemonia politica e sociale per il superamento democratico delle contraddizioni del capitalismo.

Politica che a poco a poco portò al completo esaurimento di ogni grammo di egemonia politica dei comunisti.

Tralasciando questi noti e trattati sviluppi, interessa qui evidenziare ed analizzare come la posposizione delle rivendicazioni sociali, degli obiettivi e della dottrina rivoluzionaria, consentì al nemico proprio quella riorganizzazione che lo mise in grado nell’Italia occidentale di arginare, neutralizzare e subordinare ogni attività politica dei comunisti.

Alcuni studiosi anglosassoni ebbero modo di commentare che in tal modo Togliatti superò e snaturò le riflessioni gramsciane, togliendo ogni rapporto tra i concetti di “guerra di posizione e guerra di movimento”, finendo per agire solamente sul versante della prima e dichiarando inutile la seconda (7).

Posporre alla fine della guerra tutte le questioni di natura sociale e politica, finiva per concedere ai capitalisti del nord, ai proprietari terrieri, alla gerarchia ecclesiastica, financo alla decrepita e disonorata monarchia ed a Badoglio, tutte le opzioni per riorganizzare un soggetto politico capace di sostituire l’egemonia politica dei comunisti da un punto di vista falsamente interclassista.

Se nel regno del Sud il vecchio regime concentrò la sua attività sulla legittimazione della continuità dello stato e dei vecchi rapporti agricoli di produzione, nel Nord il capitalismo rivolse la propria attenzione alla preparazione e nel rafforzamento di un soggetto apparentemente “neutrale” ed interclassista attorno al furbo De Gasperi, l’ultimo politico ancora in sella che aveva concesso la fiducia al primo governo Mussolini (8).

Molti capitalisti compromessi col regime si riciclarono come sostegno della democrazia cristiana, alcuni addirittura materialmente aiutando la lotta antifascista, pur di riorganizzare tra quelle file un soggetto politico capace di deviare il malcontento popolare dalle vere rivendicazioni che potessero nuocere ai loro interessi.

Esempio preclaro e famoso quello del Conte Giuseppe Volpi di Misurata, ex Ministro delle Finanze del governo Mussolini, proprietario – tra le altre cose – della SADE, Società Adriatica di Elettricità, quella che progettò il disastro del Vajont. Volpi di Misurata fu effettivamente catturato dalle SS, ma liberato dalla Croce Rossa Internazionale e riparato in Svizzera. Da qui prese contatti con De Gasperi, al quale vendette il giornale di proprietà di famiglia, il Gazzettino.

La riorganizzazione della società capitalista iniziò il giorno stesso in cui Togliatti prefigurava il ruolo istituzionale dei comunisti italiani nel nuovo stato democratico che doveva sorgere, errando sulla “neutralità” delle nuove istituzioni e finendo per dimenticare le riflessioni di Lenin nel saggio Stato e Rivoluzione del 1917.

La Democrazia Cristiana di De Gasperi aveva così modo di togliere ogni egemonia comunista dai temi sociali e politici che incidevano sulle masse subalterne, facendo leva, ancora una volta su quella piccola borghesia capace di farsi leva, mediatrice e levatrice della continuità del capitalismo in Italia, sotto altre forme.

Nello specifico, quel tipo di formazione interclassiste fu persino in grado di appropriarsi dei temi politici e delle rivendicazioni dei comunisti, non solo svuotandoli del loro vero contenuto di classe, ma utilizzando il potere egemonico che ne derivava per rafforzare il potere delle classi dominanti.

Si prenda ad esempio il concetto di “democrazia progressiva” elaborato dal PCI non lontano dalle indicazioni del tempo della Terza Internazionale. Con il concetto di “democrazia progressiva” si intendeva non soltanto l’accumulo e di forze sempre più vaste di consenso e di costruzione del contropotere popolare in fabbrica e nella società, a partire dal potere che i comunisti si erano conquistati nel CLN, ma anche l’attuazione di un programma volto alla trasformazione dei rapporti produttivi della società, con la nazionalizzazione dei grandi settori produttivi, della grande proprietà. Il potenziale del contropotere e dell’accumulo di forze avrebbero consentito di condurre con decisione la lotta per le rivendicazioni sociali, pur non azzerando gli interessi dei corpi sociali intermedi.

Questo concetto fu invece interpretato solamente in senso istituzionale e legalitario, demandandolo alla contesa istituzionale. In questo senso ebbero buon gioco le forze reazionarie, le quali, nelle parole di Secchia “non adottano la tattica della lotta frontale, ma quella del carciofo, strappano una foglia oggi ed una foglia domani, ci tolgono oggi un diritto, domani una posizione, dopodomani attuano un’altra misura reazionaria e di passo in passo insensibilmente siamo portati a cedere terreno ed a trovarci in posizione sempre più critica”. (9)

Non solo: determinate questioni, come la nazionalizzazione e la riforma agraria, furono fatte proprie dalle forze reazionarie dando ad esse una caratterizzazione aliena dagli obiettivi delle classi subalterne e indirizzate piuttosto alla soddisfazione di interessi del capitale.

La democrazia progressiva era stata quindi soffocata e svuotata dalla democrazia cristiana, con le conseguenze e i risvolti storici che il paese ebbe a sopportare nel suo particolare tipo di sviluppo.

Si era pertanto confuso il tentativo di trovare alleanze sociali con lo stipulare alleanze politiche con soggetti che si sarebbero impadroniti delle alleanze sociali. La rete di alleanze sociali non era attorno alla classe operaia, ma nonostante la classe operaia.

Tutto ciò avviene, si potrebbe dire, non solo per un errore di valutazione politico-strategica degli eventi, delle forze in campo, delle possibilità, ma anche per un evidente fraintendimento scientifico.

Le sovrastrutture nelle quali si divide il potere con altri interessi sociali non hanno mai la caratteristica della neutralità. Questa costante, descritta prima da Marx, poi da Engels e ben riassunta da Lenin nel saggio Stato e Rivoluzione, ha sempre avuto conferma in ogni tentativo di presa del potere da parte di classi subalterne.

Nonostante i protocolli applicativi di raggiungimento del socialismo si siano storicamente differenziati da caso a caso, non è mai stata confutata la riflessione della dottrina marxista sullo Stato. Nessuna solida egemonia delle classi subalterne  può essere realizzata in un progressivo miglioramento delle istituzioni preesistenti, nella consapevolezza che esse siano strumento di conciliazione tra le classi. Le differenze di classe spingono sempre al movimento e le istituzioni dominate da alcune di loro sono il migliore terreno di coltura per crescere i soggetti politici che sostituiscono o neutralizzano le rivendicazioni e la conquista del potere da parte delle classi subalterne, finendo addirittura per screditare le avanguardie delle classi subalterne come liberticide.

In una situazione come quella odierna, l’errore può ancora una volta essere la rinuncia alla rivendicazione dei veri obiettivi di classe (la conquista del potere per la realizzazione del socialismo, la sostituzione dei rapporti di produzione esistenti, ormai insostenibili per il pianeta, con quelli di un’economia collettivamente programmata che sancisca la fine della competizione economica e dello sfruttamento degli uomini) per rincorrere quelli apparentemente in comune con altre formazioni sociali, nella speranza (quella stessa speranza che Togliatti finì per accreditare alle istituzioni democratiche) che una misura economica più o meno sovrana od un articolo della Costituzione risolvano il problema dei rapporti capitale/lavoro  in modo solidamente favorevole alle classi subalterne, in un ambiente istituzionale e legale in cui le classi dominanti continuano ad esercitare la propria egemonia culturale e soprattutto economica.

Tutte le conquiste sono rapidamente reversibili e spesso solo apparenti senza il dominio del sistema economico e politico in cui sono concesse.

Tutte le promesse sono onorate formalmente, nel modo che conviene al metodo elitario e aziendale d’esercizio della democrazia mediatica.

Tutte le aspirazioni sono “troncate e sopite”.

Non è un’affermazione, ma l’esame sperimentale in cui sembra confutata storicamente la marcia solo elettoralista e legalista, così come la fede nella neutralità delle istituzioni statali del regime dominante o nell’autonomia e nell’autosufficienza delle sole misure economiche nella risoluzione delle contraddizioni tra capitale e lavoro, subalterni e dominanti.

Il ricordo del popolo delle scimmie gramsciano sembra dar ragione nell’epoca telematica ad un vecchio illuminista: la nostra minorità dipende dall’incapacità di servirci da soli della nostra intelligenza.

Note: 

1) P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi, Einaudi, 2006, p. 55.

2) Antonio GRAMSCI, Quaderni del carcere, a cura di V. Gerratana, Torino 1975, vol. II p. 866.

3) Antonio GRAMSCI, Socialismo e Fascismo, Einaudi, Torino 1978. pag. 9.

4) Come ebbi modo di scrivere in Non è la tecnologia che opprime ma il profitto capitalista. in resistenze.org n. 622, Gramsci, nello stesso articolo,  descriveva quella che fu la scelta della piccola borghesia italiana dall’avvento della sinistra postunitaria al potere fino alla nascita del fascismo. Egli pone l’accento sul fatto che la finanziarizzazione del capitalismo prebellico aveva esautorato la piccola borghesia dalle funzioni produttive, gettandola nel puro esercizio delle funzioni parlamentari in seno alle istituzioni albertine. E’ qui che Gramsci utilizza la famosa locuzione del “cretinismo parlamentare”, per definire quell’esercizio dell’azione politica compiuto solamente attraverso meccanismi istituzionali, svuotati di contenuto ed inadeguati ad esprimere gli interessi reali dei corpi sociali del paese. Un meccanismo molto simile a quello che oggi viene utilizzato per descrivere la “casta” dei politici” ovvero la “partitocrazia”. La sensazione superficiale era data (come è data oggi) dall’assoluta lontananza della macchina del potere dai “bisogni reali dei cittadini”. Gramsci discorreva appunto di un Parlamento che nelle varie epoche del giolittismo, del trasformismo e del riformismo socialista, era divenuto “bottega di chiacchiere e scandali, […] mezzo al parassitismo”. Nei confronti della crescente sfiducia verso l’istituzione politica, da un lato, il proletariato, sulle orme delle avanguardie marxiste, si mobilita nella settimana rossa del giugno 1914 con la parola d’ordine del socialismo. Dall’altro lato, la piccola borghesia, venutasi a trovare a margine del sistema produttivo, volendo reagire agli arbitri del potere, scende in piazza con le parole d’ordine del nazionalismo e dell’interventismo, le quali diverranno, dopo la Grande Guerra, terreno di coltura del fascismo. Gramsci ebbe modo di dire che la piccola borghesia “scimmieggiava” i modi della classe operaia. Il contenuto e l’obiettivo era però ben diverso. Egli noterà in seguito come questa posizione barricadiera non si porrà contro il sistema capitalistico, unendo i propri interessi a quelli della classe operaia. I leader della piccola borghesia ritennero sufficiente, per la protezione della loro posizione sociale, allearsi invece con gli agrari e con gli industriali, attorno alla difesa della proprietà industriale ed agraria. A sua volta, la classe proprietaria credette nella proficuità e nell’utilità di questa alleanza: ritenne che fosse il miglior mezzo per contrastare la classe operaia in via di organizzazione e mobilitazione, soprattutto dopo l’esempio e la spinta della Rivoluzione d’Ottobre del 1917. In questa saldatura di interessi nasce il brodo di coltura per l’esperienza autoritaria del ventennio. Gramsci ebbe modo di sottolineare – a conferma di tale tesi – come gli interventi “rivoluzionari” del fascismo ebbero sempre il fine di combattere l’organizzazione del proletariato. Fu così per la legge sulle associazioni segrete, la quale, nonostante avesse come bandiera quella di combattere le collusioni e la corruzione della Massoneria, aveva in realtà come scopo primo quello di sostituirsi alla stessa Massoneria come partito dirigente della borghesia in Italia, come scopo ulteriore quello di sopprimere le libertà democratiche, come scopo ultimo quello di contrastare le organizzazioni dei lavoratori (fine caro alla proprietà industriale ed agraria), chiamando molta della piccola borghesia al ruolo di gendarme contro il comunismo, attraverso l’organizzazione paramilitare e l’arditismo (aspetto che restituiva un ruolo a questi ultimi ceti messi a margine del sistema produttivo).

5) P. Ginsborg, Storia d’Italia dal dopoguerra ad oggi, Einaudi, 2006, p. 55

6) K. Gossweiler, Note sul trattato di non aggressione tedesco-sovietico e sul ruolo di Stalin nella seconda guerra mondiale, in Contro il revisionismo, Zambon, 2009, p. 89 e ss.

7) Gramsci and Eurocommunism, in Radical America, XIV (1980) pp-7-23.

8) Il 19 novembre 1922, la Camera dei Deputati del Regno d’Italia votò con larga maggioranza la fiducia al Governo Mussolini. A favore votarono, tra gli altri molti liberali: Giolitti, Salandra, Facta, Bonomi, Orlando; insieme a loro ci furono anche future cariche dell’Italia postfascista del dopoguerra: Gronchi, futuro presidente della Repubblica, Alcide De Gasperi, futuro Presidente del Consiglio nell’immediato dopoguerra. Il voto a favore furono consapevolmente dati, nonostante Mussolini, nel discorso alla Camera per ottenere la fiducia, avesse minacciato i deputati presenti, facendo presente che la fiducia avrebbe potuta ottenerla colla forza. L’indegno spettacolo avvenne senza che l’allora Presidente della Camera dei Deputati Enrico De Nicola, primo capo provvisorio dello Stato nel dopoguerra, facesse nulla. Anzi, lo stesso Presidente della Camera diede il voto al nuovo Governo.

9) P. Secchia, Relazione sulla situazione italiana presentata a Mosca nel dicembre del 1947

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