Bertolt Brecht: La scritta invincibile

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Boraest vuole accompagnare l’ultimo giorno del vecchio anno ed il primo del nuovo ricordando un grande poeta e drammaturgo: Bertolt Brecht.

La scritta invincibile, Die unbesiegliche Inschrift, è stata composta nel 1934. Continua a leggere “Bertolt Brecht: La scritta invincibile”

La libertà di impresa che uccide la libertà.

Enzo Pellegrin

Sullo scandalo banche si potrebbe azzardar a dire che lo sviluppo della vicenda abbia perfettamente seguito il percorso gradito al potere ed al capitale.

Continua a leggere “La libertà di impresa che uccide la libertà.”

Le vere cause della crisi delle banche popolari

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Domenico Moro e Marco Rosati

www.resistenze.org – osservatorio – italia – politica e società – 22-12-15 – n. 570,

La tragica vicenda del pensionato suicida di Civitavecchia e la disperazione di centinaia di obbligazionisti delle quattro banche (Cassa di Risparmio di Ferrara, Banca Etruria, Banca Marche e Cassa di Risparmio di Chieti) che, a seguito del Decreto “Salva Banche ” del Governo Renzi, hanno visto azzerati i loro risparmi costituiti da obbligazioni subordinate, hanno suscitato un forte dibattito politico ed economico. In assenza di una analisi più approfondita tale dibattito rischia di rimanere schiacciato nella cronaca mediatica e nella polemica funzionale alla Lega di Salvini, che, non a caso, ha immediatamente organizzato una manifestazione ad Arezzo, sede della Banca Etruria, a difesa dei risparmiatori danneggiati.

Questa vicenda, a nostro avviso, non parla solo di speculazione finanziaria o di comportamenti perseguibili penalmente, ma soprattutto dei profondi cambiamenti che interessano ed interesseranno il sistema bancario italiano ed europeo da qui al 2019, data di nascita di quella Capital Market Union che è un altro pilastro della integrazione valutaria, economica e finanziaria dell’area Euro.

A maggio del 2015, nelle sue Considerazioni finali il Governatore di Banca d’Italia elencava chiaramente i cambiamenti epocali a cui sarebbe andato incontro il sistema bancario e finanziario italiano: dall’accelerazione delle aggregazioni delle banche popolari e di credito cooperativo, alla nascita di una o più bad bank per la gestione dei crediti deteriorati o in sofferenza, stimati in circa 350mld di euro; dalla velocizzazione delle procedure di recupero dei crediti, alla nuova funzione finanziaria di Cassa Depositi e Prestiti (che ricordiamo utilizza il risparmio postale) e infine al meccanismo di risoluzione delle crisi bancarie, il cosiddetto Bail-in, appunto. Tale istituto normativo, opposto al Bail-out, ossia al ricorso di fondi pubblici per sanare le crisi delle banche e che ha visto negli scorsi anni destinare alle banche europee in difficoltà circa 800mld di euro, nasce sulla base di direttive comunitarie che sanciscono il principio che ad una crisi di una banca devono esserne chiamati a rispondere azionisti e obbligazionisti subordinati e non garantiti, escludendo i depositi fino a 100mila euro.

Quello che si è verificato in Italia in queste settimane, in cui gli obbligazionisti delle quattro banche hanno perso i loro risparmi stimati in circa 800 milioni di euro, è quindi la prima applicazione pratica di una norma europea che entrerà in vigore nel 2016 e che segue un percorso di trasformazione che va avanti dagli anni 90, da quando cioè si è aperta in Italia, parallelamente al processo di costruzione dell’UE, la stagione delle privatizzazioni delle banche e la loro aggregazione in pochi grandi gruppi, con la conseguente riallocazione del risparmio privato e non solo (ad esempio quote di salario differito con la nascita dei fondi pensione privati nel 1995 ad opera del governo Dini), a sostegno dei mercati finanziari.

Il Governo Renzi, colpito nelle regioni di storico consenso per il PD oltre che nella stessa compagine governativa nella figura del ministro Boschi, sta rispondendo a questa situazione da una parte aprendo una vertenza con l’UE per il rimborso di una quota minima delle perdite dei risparmiatori, dall’altro provando a scaricare la responsabilità su qualche funzionario truffatore di banca. Sicuramente c’è da riconoscere che non hanno funzionato adeguatamente i meccanismi di vigilanza degli organi di controllo sia esterni che interni alle banche coinvolte, nonostante esistano le norme per prevenire abusi in sede di collocamento di prodotti finanziari. Ma, come denunciano da anni i sindacati dei bancari, nella pratica lavorativa quotidiana sussistono pressioni commerciali inaudite, anche con vessazioni, ricatti e violazioni degli istituti contrattuali. Tali politiche commerciali impongono risultati immediati nella vendita di prodotti finanziari, ad alto ritorno economico per il bilancio di una banca, ma molto spesso complessi, rischiosi e collocati disattendendo leggi e normative previste. I rapporti di classe sfavorevoli si esplicitano anche in questo aspetto, ossia nella ricattabilità dei lavoratori di banca in una fase di perdurante crisi economica che, nel caso specifico, ha fatto sì che lavoratori e pensionati vedessero andare in fumo i risparmi di una vita.

Ma un altro aspetto a cui sta pensando il governo è velocizzare quanto ricordato dal Governatore Ignazio Visco: ovvero il processo di riforma del settore per imporre una aggregazione fortissima delle banche popolari e di credito cooperativo, storicamente funzionali alla riallocazione di risorse finanziarie verso le comunità territoriali e le imprese locali. Per Visco infatti “la forma cooperativa ha limitato il vaglio da parte degli investitori e ha ostacolato la capacità di accedere con tempestività al mercato dei capitali, in alcuni momenti cruciale per far fronte a shock esterni. La riforma faciliterà lo svolgimento efficiente dell’attività di intermediazione creditizia in un mercato reso più competitivo dall’Unione bancaria”. Inoltre “vanno perseguite forme di integrazione basate sull’appartenenza a gruppi bancari”[1]. In sintesi si apre una riforma del settore bancario funzionale ad una ristrutturazione dei poteri. Si chiude la fase del bancocentrismo per arrivare all’unione dei mercati dei capitali, spostando quindi il baricentro della allocazione dei capitali dalle banche a mercati finanziari sempre più integrati ed evoluti.

Quanto sta accadendo sul piano bancario e finanziario è strettamente collegato ai processi di trasformazione dell’accumulazione capitalistica, che comporta la ristrutturazione del sistema di produzione e circolazione delle merci. Il capitalismo attuale, nei Paesi cosiddetti sviluppati, è sempre meno legato all’economia domestica dei singoli Paesi e sempre di più all’economia globale. Di conseguenza, le imprese si sono internazionalizzate, spostando il proprio baricentro dai Paesi di origine al mercato mondiale. In concreto ciò significa che la realizzazione del profitto avviene in misura maggiore grazie alla esportazione di merci e agli investimenti di capitale all’estero. Tale tendenza ha subito una accelerazione con la crisi scoppiata nel 2007 e con le misure europee di austerity.

In presenza di una domanda interna ormai strutturalmente debole, a causa di un mercato e di un Pil domestici in stagnanti, le imprese che sopravvivono sono quelle orientate all’export e che delocalizzano la produzione dove i costi sono inferiori. In questo contesto rientrano anche le massicce campagne di fusione e acquisizione di imprese all’estero, che permettono alle imprese di collocarsi nei mercati più ricchi e soprattutto di realizzare economie di scala maggiori, riducendo i costi fissi. La Fiat, che si è trasformata in Fca dopo la fusione con Chrysler e che ha spostato la sua sede legale e fiscale rispettivamente in Olanda e Gran Bretagna, rappresenta un esempio emblematico di quanto questo processo sia in stato avanzato anche in Italia. Ma è tutta la struttura industriale italiana che si sta trasformando, comprese le medie imprese manifatturiere, che ne rappresentano l’ossatura. Anche tali imprese, per potersi adeguare al capitalismo globalizzato, devono aumentare le loro dimensioni e investire all’estero. Tutto ciò richiede stabilità finanziaria e disponibilità di capitali che possono essere reperiti sul mercato finanziario nazionale e internazionale attraverso la quotazione in borsa.

Lo Stato e segnatamente il governo Renzi stanno operando per assecondare e facilitare l’internazionalizzazione delle imprese mediante la modificazione della struttura finanziaria e quindi bancaria del nostro Paese. In questo senso sono significative le parole di Claudio Costamagna, presidente della Cassa depositi e prestiti che è il maggiore investitore nazionale a controllo statale: “Ma quelle aziende che hanno le capacità e soprattutto l’ambizione di voler crescere hanno bisogno di capitale di equity e non di debito. Noi siamo disponibili a mettere capitale azionario […] e poi a portarle più velocemente possibile sul mercato. Non è possibile che nella Borsa italiana l’80% sia in mano a servizi finanziari e utilities, l’industria sia il 25% sulla capitalizzazione del mercato italiano e siamo il secondo Paese manifatturiero dell’Europa”[2]. Ciò significa che le imprese si devono fondare soprattutto sul capitale azionario proprio, di equity, e non sul capitale preso a prestito cioè proveniente dalle banche. A questo riguardo quali sono gli assi dell’intervento dello Stato? Uno di essi è senza dubbio rappresentato dalla riforma della borsa e del sistema bancario, a partire dalla trasformazione del credito cooperativo tradizionale, le banche popolari, in Spa e dalla loro aggregazione in pochi e più grandi gruppi. È tale trasformazione che ha fatto venire a galla la situazione di difficoltà in cui versano alcune di queste banche.

Tale situazione non è dovuta solamente alla cattiva gestione o a comportamenti fraudolenti di singoli amministratori, che pure ci sono e vanno sanzionati duramente, ma soprattutto a fattori strutturali che vanno affrontati in modo diverso. Tra questi fattori ci sono le modificazioni nella struttura del credito a livello italiano ed europeo dovuta a precise scelte governative nazionali e sovrannazionali. A questo proposito, pochi hanno ricordato che la legge bancaria del 1936 risalente alla Grande Depressione, imponeva la separazione tra banche retail e banche d’affari, impedendo alle banche di riunire in sé l’attività di raccolta del risparmio al dettaglio e il finanziamento alle imprese. Ebbene, tale legge è stata abolita nel corso del processo di liberalizzazione dei mercati finanziari partito negli anni 90, insieme alla privatizzazione del sistema bancario italiano, un tempo in gran parte sotto il controllo pubblico.

Le vicende legate allo scandalo Parmalat rimandano a questa trasformazione, mentre quelle legate alle banche popolari ne sono solo l’esempio più recente. Infatti, la Banca dell’Etruria e le altre popolari sono di fatto collassate sotto il peso di una serie di operazioni di prestito a imprese in fallimento, che hanno cercato di compensare con l’emissione di obbligazioni ai piccoli clienti della banca. Gli effetti negativi della abolizione della legislazione degli anni Trenta sono stati accentuati dalla crisi scoppiata nel 2007. Questa, da una parte, ha messo in difficoltà il tessuto economico – composto specialmente da Pmi – cui facevano riferimento le banche popolari e, dall’altra parte, ha generato, nel tentativo di tamponare la crisi, l’immissione nel sistema bancario da parte della Bce di una massa di liquidità che è andata a incentivare le attività speculative delle banche in difficoltà, come è sempre il caso di Banca Etruria, che si è riempita di titoli di stato nel tentativo di compensare i crediti in sofferenza.

I governi e le istituzioni europee sono consapevoli della massa di crediti inesigibili detenuti dal sistema bancario, ed è per questo che stanno favorendo un processo di eliminazione dei rami secchi. Il problema è che il costo di tale razionalizzazione adesso si scarica sui lavoratori bancari e sui lavoratori in generale nella veste di piccoli risparmiatori. Infatti, la riforma si è accompagnata alla accettazione da parte dei governi italiani delle normative europee che vietano qualsiasi intervento dello Stato a sostegno dei correntisti e obbligazionisti. In particolare, il governo Renzi, recependo le normative europee, ha introdotto una normativa che scarica i costi di questa razionalizzazione del sistema bancario su chi sottoscrive le obbligazioni e sui correntisti. Dunque, la polemica di Renzi contro la Merkel sulla questione bancaria appare del tutto strumentale nel tentativo di lavarsi le mani dalle proprie responsabilità.

Comunque, il nodo attorno a cui ruota tutto il processo di trasformazione della struttura finanziaria del nostro Paese è la costruzione dell’unione finanziaria europea, ultimo tassello del processo di integrazione economica europea. L’unione finanziaria e la costruzione di un mercato unico europeo dei capitali mira allo spostamento del risparmio dal debito pubblico, cioè dal finanziamento allo Stato, attraverso l’acquisto di titoli del tesoro, ai mercati finanziari cioè al finanziamento alle imprese cioè al capitale privato attraverso l’acquisto di azioni e obbligazioni.

L’intima essenza di questo processo è profondamente reazionaria e ha implicazioni pesantemente negative. In primo luogo la volontà di drenare quote maggiori di risparmio nazionale verso il capitale e verso i mercati finanziari (attraverso fondi di investimento e operatori finanziari di vario tipo) ha fortemente contribuito a far sì che le istituzioni europee, dalla Commissione europea alla Bce, imponessero ai governi la riduzione dei debiti pubblici e di conseguenza la pratica di politiche di austerità e di draconiani tagli alla spesa sociale. In secondo luogo, il processo di sviluppo dei mercati finanziari ha incentivato la privatizzazione delle imprese pubbliche e la loro quotazione in borsa, che ha determinato anche lo spostamento all’estero del controllo di parte del patrimonio di imprese e infrastrutture con conseguenze pesanti su occupazione e sviluppo economico. In terzo luogo, precedentemente il risparmio dei lavoratori andando allo Stato non solo finanziava i programmi sociali e gli investimenti produttivi che creavano occupazione, ma fruttava anche interessi consistenti e sicuri ai piccoli risparmiatori. Se molte famiglie di salariati sono riuscite ad acquistare una abitazione e a garantirsi dei risparmi è stato anche grazie agli interessi sul debito pubblico. Infatti, il debito pubblico rappresentava uno dei collanti principali che tenevano insieme il blocco sociale keynesiano, su cui si basava il patto sociale della Prima repubblica, anche grazie alla remunerazione offerta dagli interessi sui tutoli di stato.

Oggi, invece, l’investimento nei mercati finanziari non solo comporta, rispetto al debito pubblico, interessi a volte inferiori (come nel caso proprio delle obbligazioni subordinate di Banca Etruria e di altre banche nel 2011) e rischi sempre maggiori, come prova anche il dimezzamento dell’indice della borsa italiana dal 2001 ad oggi, ma soprattutto permette al capitale di legare politicamente e ideologicamente ai propri interessi generali una parte del lavoro salariato. In questo modo, il lavoratore viene contrapposto a sé stesso. Infatti, i lavoratori salariati, sotto la veste di risparmiatori, sono incentivati a condividere gli interessi del capitale, andando contro i loro interessi più generali, allargando così la base di consenso alle politiche di riduzione del debito pubblico e alla eliminazione del finanziamento ai programmi sociali e agli investimento pubblici.

Ciononostante, i mercati finanziari rappresentano una base certo reale ma più debole di convergenza tra il capitale e alcuni settori del lavoro salariato e del piccolo risparmio rispetto a quella su cui si basava la Prima repubblica attraverso il debito pubblico. Tale debolezza è dimostrata proprio dalla vicenda delle Popolari ed è connaturata ai meccanismi comunque rischiosi del risparmio gestito. Fra l’altro la natura delle obbligazioni di tipo subordinato, a causa delle quali i clienti di Banca Etruria hanno perso i loro risparmi, sono assimilabili più a capitale proprio azionario che a veri e propri prestiti[3]. Ad ogni modo, la massa del risparmio gestito a ottobre è arrivata alla cifra record di 1.816 miliardi di euro, che proviene in parte dalla fuga dai titoli di Stato, il cui rendimento si è abbassato grazie alle politiche europee, e che non è certo per intero nelle mani di famiglie ricche e benestanti.

Una forza politica che, sulla base della attuale conformazione del modo di produzione capitalistico, voglia rappresentare il lavoro salariato e le classi subalterne oltre a difendere salari, welfare e pensioni non può esimersi dal confrontarsi con la difesa del risparmio popolare. Alla luce di questa considerazione appare fondamentale non soltanto e non tanto la denuncia morale e giudiziaria degli amministratori delle banche e le carenze delle autorità di vigilanza, quanto piuttosto l’esercizio della critica ai processi materiali che stanno dietro quanto accade, vale a dire la critica al processo di riforma bancaria e di internazionalizzazione dei mercati finanziari. Ciò ci rimanda, ancora una volta, alla centralità della opposizione ai processi di integrazione economica e valutaria europea, che rappresentano la leva principale della riorganizzazione dell’accumulazione capitalistica a danno della gran parte del lavoro salariato e dei settori intermedi della società. In sintesi, la vicenda delle Popolari ci ripropone ancora una volta la questione del recupero della sovranità democratica e popolare sui meccanismi economici, che sono stati delegati dai singoli stati alle autorità sovrannazionali europee e al mercato autoregolato e, di conseguenza, la questione del necessario superamento della architettura economico-finanziaria che è inerente alla valuta unica europea. Solo con tale chiarezza di obiettivi è possibile porre le questioni che possono consentire di affrontare la crisi strutturale dal punto di vista del lavoro salariato e tra le quali vanno annoverate la ridefinizione di un sistema bancario pubblico, l’abolizione della autonomia della Banca centrale e quindi il recupero della possibilità di usare il debito pubblico e l’emissione di moneta in funzione della ripresa degli investimenti e dello sviluppo sociale delle classi subalterne e del complesso del Paese[4].

Note:
[1] Banca d’Italia, Considerazioni finali. Assemblea ordinaria dei partecipanti, Roma, 26 maggio 2015.
[2] <<Venture Capital, export, equity e garanzie: così la Cdp promuoverà le imprese subito una leva da 1 miliardo>>, Il Sole24ore, 19 dicembre 2015.
[3] Le obbligazioni subordinate, altrimenti dette junior per distinguerle dalle altre obbligazioni senior, sono emesse dalle aziende in quanto alternative alla più costosa emissione di azioni. In caso di fallimento il creditore viene soddisfatto dopo gli altri investitori senior. Il rischio di questo tipo di investimento è paragonabile a quello degli investimenti azionari.
[4] Per una trattazione più completa degli argomenti trattati si veda di Domenico Moro, Globalizzazione e decadenza industriale. L’Italia tra delocalizzazioni, crisi secolare e euro, Imprimatur editore.

Prossimamente sull’argomento boraest pubblicherà: 

“La libertà di impresa che uccide la libertà.”

 

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Notav e repressione:l’irrinunciabile necessità del coraggio

redazione boraest, 23 dicembre 2015.

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Coraggioso e importante l’articolo di Livio Pepino su notav.info.

Coraggioso poiché enuclea quella che sinora è stata la particolare azione inquirente della Procura di Torino e la inquadra all’interno di una condotta che esula dai confini del normale esercizio dell’azione penale. Afferma l’ex magistrato che “Nulla, infatti, hanno a che fare con l’obbligatorietà dell’azione penale fenomeni e prassi come l’attribuzione di una corsia privilegiata ai processi nei confronti di esponenti No Tav, la coreografia che circonda i relativi dibattimenti (celebrati in un’aula bunker annessa al carcere costruita per i processi di terrorismo e mafia), l’istituzione presso la Procura di un pool di sostituti con competenza esclusiva nel settore (solo di recente smantellato), l’immediato e sollecito perseguimento — in caso di collegamento con l’opposizione al Tav — anche di reati di minima entità sanzionabili con la sola pena pecuniaria, l’uso massiccio delle misure cautelari persino nei confronti di incensurati, la dilatazione delle ipotesi di concorso nel reato fino a costruire una impropria «responsabilità da contesto», l’utilizzazione nelle motivazioni di sentenze e ordinanze di espressioni truculente (quasi a supportare o sostituire i fatti con gli aggettivi), l’omessa considerazione di scriminanti e attenuanti pur previste nel sistema (talora addirittura dal codice Rocco), l’accurata costruzione di un processo a mezzo stampa parallelo a quello formale e via elencando fino, appunto, all’evocazione dei fantasmi del terrorismo. Queste prassi sono, all’evidenza, frutto di scelte rispondenti alla concezione — propria dei poteri forti e assai diffusa nella politica — secondo cui le società si governano in modo centralizzato e autoritario e il confitto sociale è un elemento di disturbo praticato da «nemici» meritevoli di repressione esemplare.”

Coraggioso perché questo insieme di valutazioni critiche è costato di volta in volta altro surplus di esercizio dell’azione penale nei confronti di militanti del movimento che hanno provato ad esprimerle dai loro più deboli scranni.

Importante poiché l’insieme di comportamenti che – a dire di Pepino – esulano dall’esercizio dell’azione penale così come concepito in un ideale ordinamento democratico sono comunque una fenomenologia concreta e verificatasi dell’esercizio del potere, nella specie il potere inquirente riservato alla Procura all’interno dell’attuale Ordinamento Giudiziario.

Le “prassi” descritte da Livio Pepino sono pur sempre state attuate all’interno delle istituzioni della magistratura ed all’interno delle norme processuali che sono individuate dalle fonti costituzionali e dalle leggi come lo strumento di legittimo esercizio del potere giudiziario.

Se poi tali impostazioni hanno in qualche caso incontrato un’interna censura, limitazione e sconfessione, come appunto nel caso delle Corti di Assise di primo grado e di Appello chiamate a giudicare sull’aggravante della finalità di terrorismo accanitamente sostenuta dalla Procura Torinese, va anche ricordato che in altri casi non lo hanno ricevuto affatto, come è il caso ad esempio del processo agli oltre cinquanta imputati per i fatti del 27 giugno e del 3 luglio, dove un Tribunale (questa volta non integrato da Giudici Popolari) ha accolto le esorbitanti tesi dell’accusa irrogando pene sensibilmente sproporzionate e non ha valutato le condotte con le quali, secondo le difese, le forze dell’ordine hanno ecceduto arbitrariamente i limiti delle loro attribuzioni.

Al di là della valutazione morale e di merito dei differenti atteggiamenti, appare indubbio concludere che nel secondo di questi casi, come in molti altri, il Pubblico Ministero ha raggiunto ed ottenuto il suo obiettivo di comando nell’Amministrazione della Giustizia riuscendo ad imporre la propria volontà nella decisione.

Se quindi è assodato che all’interno dell’architettura costituzionale di un paese, un organo detentore di poteri costituzionali possa, attraverso l’applicazione degli ordinari strumenti di gestione della giustizia, promuovere e perseguire un indirizzo che esorbita dal costituzionalmente desiderato esercizio dell’azione penale, senza che contro questo asserito debordare vi siano sanzioni interdittive o contrappesi decisionali, viene spontanea la domanda: “Perché comunque non esercitarlo?”

E’ generalizzazione empirica non priva di un certo fondamento che una certa azione, anche se astrattamente vietata o discutibile, verrà senza dubbio portata avanti se le conseguenze di tale decisione non comporteranno rischi di sorta. Si tratta del calcolo utilitaristico empiricamente sotteso a molte azioni umane: non ne è esclusa l’amministrazione del Potere Giudiziario.

Processualmente, se un termine affidato all’autorità decidente è ordinatorio, non sarà sicuramente sufficiente la raccomandazione disciplinare e deontologica di rispettare ogni termine anche se non a pena di decadenza. Si troverà (ed a volte ci sarà) una adeguata giustificazione.

Ma se il termine è a decadenza, il suo rispetto sarà necessitato, pena l’assoluta insussistenza dell’azione o della decisione.

Simili regole valgono – ad esempio – nei sistemi processuali di altre nazioni, dove le regole volte alla tutela dei diritti della difesa nel momento dell’acquisizione di una prova sono previste a pena di inutilizzabilità della prova raccolta. Se si sgarra, la prova non è utilizzabile nel processo, quale “frutto dell’albero avvelenato”. E’ il contrario di quanto previsto nel sistema italiano, dove per la maggiorate delle prove e dei mezzi di ricerca della prova vige il principio “male caput bene receptum”: l’inosservanza delle norme e delle garanzie non pregiudica l’uso della prova raccolta, tranne in alcuni casi (come ad esempio le intercettazioni o la deposizione di testi nelle indagini del difensore ed altri) introdotti dal nuovo codice di rito penale e dalle sue novellazioni.

Allora occorre, sul coraggio dei coraggiosi, fondare un’ulteriore riflessione che necessita di altrettanto coraggio. Cosa fare per impedire  un esercizio dell’azione penale che si ritiene distorto.

Appare dunque evidente che per aspirare al limite del potere non è sufficiente auspicarsi che quel potere non trascenda i suoi limiti, ma occorre porre a sua guardia, controllo, interdizione un adeguato contropotere.

Ritornano allora le scandalose domande che boraest aveva – nel suo piccolo – proposto come tema di discussione e che riassumiamo qui in fondo:

  1. L’azione della Procura di Torino è stata continua, ostinata e, possiamo dire oggi, giuridicamente errata secondo diversi ordini di giudizio. Possiamo far sentire la voce del popolo in proposito?
  2. Appare così scandaloso chiedersi se nel giudizio non debba poter entrare in qualche modo una rappresentanza popolare?
  3. Come sarebbero stati i  giudizi di primo grado cosiddetti “del compressore” se interamente affidati ad una rappresentanza proveniente dalle fila della burocrazia, come è stato per i processi ai fatti del 27 giugno e del 3 luglio contro il Movimento NOTAV?
  4. Se non è scandaloso pensarci, è possibile introdurre un meccanismo di controllo popolare, almeno ex post, sulle azioni della magistratura inquirente che toccano le nostre libertà più preziose?
  5. Se non è scandaloso pensarci, è possibile introdurre nei collegi giudicanti una partecipazione popolare, pensando a tale composizione mista come un vero e proprio diritto del cittadino nel processo ordinario?
  6. Se non è altrettanto scandaloso pensarci, è possibile che tale diritto sia costituzionalmente specificato come diritto ad essere giudicati anche da una giuria di pari che rappresenti un equo spaccato della classe sociale  e di reddito di riferimento dell’imputato?
  7. Se non è infine scandaloso pensarci, possiamo pensare ad un meccanismo che individui una responsabilità civile adeguata del pubblico ministero? Possiamo finalmente pensare a separare definitivamente la carriera e la funzione inquirente da quella giudicante?

Si crede qui di condividere le affermazioni di Francesco Palazzo citate da Pepino: «un diritto penale che vede nemici ogni dove rischia di accreditare l’immagine di una società percorsa da una generalizzata guerra civile, contribuendo così a fomentare una conflittualità, anzi uno spirito sociale d’inimicizia, che è del tutto contrario alla sua vera missione di stabilizzazione e pacificazione della società»

Per porvi rimedio, aggiungiamo un opinione, forse non basta l’auspicio, ma occorre riappropriarsi di quel principio costituzionale sancito al primo comma dell’art. 102, prima norma costituzionale sulla magistratura: “La giustizia è amministrata in nome del popolo”.

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Il controllo del popolo sulla burocrazia: domande scandalose.

Redazione boraest, 22 dicembre 2015.

Dunque nemmeno per la Corte d’Assise di Appello di Torino – organo giurisdizionale a composizione integrata con rappresentanti del popolo- sabotare un compressore  è terrorismo.

Come non lo fu per la Corte di Assise ed i giudici popolari di primo grado, come non lo fu per le due pronunce di Cassazione che ebbero ad affrontare le vicende delle misure cautelari e che già in tale sede esclusero l’applicabilità dell’aggravante della “finalità di terrorismo”

Con buona pace di ogni malcelata irritazione sull’eccesso di congiunzioni “e” ed “o” della sentenza di primo grado che tanto inquietarono il Procuratore Generale di Torino.

L’unica voce contraria: l’organo inquirente della Procura, proveniente da estrazione burocratica.

Piace pensare e supporre che tale decisione sia anche frutto dell’integrazione (pur insoddisfacente nel nostro ordinamento, per limiti e modo di estrazione e selezione) di giudici provenienti in qualche modo dal popolo, comunque estranei alle dinamiche della burocrazia giudiziaria.

Piace pensarlo perché risolleverebbe una contraddizione mai sopita. La nostra Costituzione, reduce dalla tragedia fascista, concepì una magistratura formalmente indipendente da qualsiasi elemento, potere o forza sociale. Tuttavia la sua selezione e la sua gestione furono affidate a dinamiche burocratiche che – a ben vedere – medesimamente potevano astrattamente legittimare la formazione di una casta burocratica irresponsabile, per nulla impermeabile agli abusi che si verificarono nel passato. Soprattutto quando il tessuto burocratico che inizialmente la componeva non mutò nei primi anni dopo la Costituzione, e si trovarono nei posti di “indipendenza e irresponsabilità” soggetti che erano già lì selezionati da un regime dittatoriale passato.

Le vicende del nostro paese ne ebbero spesso prova. Basti pensare all’incriminazione assurda di Danilo Dolci ed alla repressione della lotta dei lavoratori.

Col passare del tempo la composizione naturalmente cambiò. Ma l’estrazione e la gestione burocratica della magistratura ha sempre suscitato perplessità, soprattutto nella comunanza di carriere, percorso culturale e percorsi decisionali che metteva assieme magistratura inquirente (Procura) e magistratura giudicante.

La questione fu sempre allontanata da sinistra perché imperava il leit motiv dell’antiberlusconismo, noto orizzonte politico che ha legato stupidamente la sinistra radicale agli interessi di forze che non erano né diverse né migliori della destra, ma che annacquarono il dibattito su contraddizioni fondamentali come i diritti del cittadino, la contraddizione capitale-lavoro, questioni che meritavano indipendenza. Bastava essere né con Berlusconi, né con il capitale rappresentato dal centrosinistra.

Purtuttavia, archiviato lo psiconano e postulando una rinnovata indipendenza di pensiero, appare ancora scandalosa la domanda se la condotta della magistratura inquirente possa essere in qualche maniera soggetta ad una verifica dal basso?

L’azione della Procura di Torino è stata continua, ostinata e, possiamo dire oggi, giuridicamente errata secondo diversi ordini di giudizio. Possiamo far sentire la voce del popolo in proposito?

Appare così scandaloso chiedersi se nel giudizio non debba poter entrare in qualche modo una rappresentanza popolare?

Come sarebbero stati i  giudizi di primo grado cosiddetti “del compressore” se interamente affidati ad una rappresentanza proveniente dalle fila della burocrazia, come è stato per i processi ai fatti del 27 giugno e del 3 luglio contro il Movimento NOTAV?

Se non è scandaloso pensarci, è possibile introdurre un meccanismo di controllo popolare, almeno ex post, sulle azioni della magistratura inquirente che toccano le nostre libertà più preziose?

Se non è scandaloso pensarci, è possibile introdurre nei collegi giudicanti una partecipazione popolare, pensando a tale composizione mista come un vero e proprio diritto del cittadino nel processo ordinario?

Se non è altrettanto scandaloso pensarci, è possibile che tale diritto sia costituzionalmente specificato come diritto ad essere giudicati anche da una giuria di pari che rappresenti un equo spaccato della classe sociale  e di reddito di riferimento dell’imputato?

Se non è infine scandaloso pensarci, possiamo pensare ad un meccanismo che individui una responsabilità civile adeguata del pubblico ministero? Possiamo finalmente pensare a separare definitivamente la carriera e la funzione inquirente da quella giudicante?

Il via allo scandaloso dibattito è aperto. Trattasi delle nostre vite.

Avanti avvocato… c’è Cassazione!

redazione boraest

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Sovente, quando si ripropongono questioni giuridiche concernenti l’applicazione di un diritto di difesa, pur in presenza di un ultimo, magari isolato, orientamento restrittivo di una sezione della Cassazione, i difensori vengono spesso apostrofati : “Avanti avvocato! Che questione è? C’è Cassazione contraria!”. All’obiezione che a quella singola pronuncia se ne oppongono altre contrarie, che non è comunque una pronuncia delle Sezioni Unite (che giudica in caso di contrasto di orientamento delle sezioni), l’atteggiamento di molti operatori del diritto rimane di sufficienza, senza aver riguardo al contenuto ed al merito della questione, non pensando che tale riproposizione vuole lottare contro un orientamento liberticida. Curioso sapere che a parti invertite non è così: in presenza di due pronunce di Cassazione che hanno dichiarato insussistente l’aggravante della finalità di terrorismo (tra l’altro decidendo sul caso specifico, non su un altro caso similare, pronunciandosi cioè sulla vicenda cautelare delle persone tratte a processo e su altre persone coimputate dello stesso fatto), c’è chi pensa che comunque sia doveroso presentare e sostenere strenuamente un appello contro una sentenza che correttamente aveva fatto applicazione di questi principi della Suprema Corte, chiedendo anche una pena detentiva di nove anni e mezzo. Il problema sta nel fatto che tale percorso di resistenza giuridica non è a favore di una libertà, ma piuttosto la comprime enormemente ed indebitamente, cercando in realtà uno strumento di “paura”, un deterrente che proporzionalmente finisce per ingessare ogni tipo di resistenza. Se in una manifestazione antagonista in cui è finito bruciato un compressore ti processano e ti condannano per terrorismo, ciò vuol dire che persino le opposizioni astrattamente legittimate dal diritto di difesa saranno giudicate altrettanto severamente ed incriminate. La sproporzione tra pena e fatto ha sempre una funzione ultrarepressiva (o finisce per averla). Tale condotta era stata anche accompagnata da dichiarazioni tutt’altro che tenere nei confronti della sentenza appellata come ad esempio: “ribadisco tutte le mie perplessità per decisioni in cui, ad esempio, in relazione a un articolo di legge si impiegano quasi trenta pagine per spiegare che dove nello stesso si trova la congiunzione ‘o’ si deve leggere la congiunzione ‘e’, e questo per aumentare le condizioni necessarie per riconoscere la sussistenza della finalità di terrorismo”. Parole pronunciate in occasioni ufficiali in cui veniva riconosciuto il ruolo direttivo del loro autore.

Si spera dunque che la Corte non si lasci fuorviare da tali suggestioni, perché realizzerebbe, come purtroppo spesso succede, quell’ingiustizia che Sciascia apostrofava dicendo “abolita l’immagine dell’uomo, la legge nella legge si specchia”. Spero che ciò non avvenga e che si accolga l’invito al “restare umani” tramandatoci da Arrigoni, dal momento che tale proporzionalità ed umanità è già stata attuata due volte da un supremo consesso del diritto. Spero, perché non ho sentito nessuno dire “Avanti!…”.

Un’arma utilizzata negli attacchi di Parigi del 13 novembre proviene da un fornitore d’armi in stretto contatto con la CIA

Alex Lantierglobalresearch.ca, 18.12.2015

Allo stato almeno una delle pistole usate negli attacchi terroristici di Parigi del 13 novembre è stata acquistata dalla Century International Arms e poi ri-esportata in Europa. Uno dei più grandi fornitori di armi negli USA, la Century Arms ha stretti legami con la CIA ed è stata accusata in America ed in Europa di essere coinvolta in commercio illegale di armi.

La pistola, una M92 semiautomatica, è stata prodotta nelle fabbriche di armi Zastava, a Kragujevac, in Serbia. La scorsa settimana, il direttore della fabbrica Milojiko Brzakovic ha detto di aver verificato sui propri registri che sette pistole costruite dallo stabilimento sono state utilizzate negli attacchi di Parigi. La fabbrica ha distribuito diverse pistole all’interno della ex Jugoslavia prima della dissoluzione della repubblica federale, tra la restaurazione capitalista e la guerra civile negli anni novanta, ma ha consegnato una di queste pistole nel maggio 2013 alla Century Arms, con base a Delray Beach, in Florida.
I rappresentanti ufficiali della Century Arms non hanno rilasciato alcun commento alle domande dei reporters del Palm Beach Post ed è rimasto così oscuro come la pistola del tipo M92 sia stata re-esportata in Europa. La Century Arms ha richiesto l’autorizzazione del governo per l’importazione dell’arma ed avrebbe dovuto richiedere altrettanta autorizzazione al Dipartimento di Stato per re-esportarla in Europa legalmente.
Queste notizie minano ulteriormente la versione ufficiale circa gli attacchi di Parigi resa dai governi, dai media e dai partiti di “sinistra” filoimperialisti. Avevano insistito sul fatto che gli attacchi erano frutto di un atto di terrorismo islamista nel quale il solo Stato Islamico in Iraq e Siria era coinvolto con piena responsabilità.
Questa versione era anche una frode politica, per quanto i poteri della NATO erano indubbiamente politicamente coinvolti. Gli attacchi sarebbero stati condotti da combattenti islamisti addestrati in Siria – dove la CIA, le Intelligences Europee, gli sceiccati petroliferi del Golfo Persico hanno fornito supporto finanziario e militare ad una serie di forze islamisti allo scopo di rovesciare il Presidente Bashar Al Assad. Sebbene fossero schedati e monitorati dai servizi di intelligence, a questi combattenti è stato in qualche modo permesso di organizzare gli altamente complessi e coordinati attacchi di Parigi.
La scoperta di un concreto legame tra la Century Arms e gli attacchi di Parigi suggeriscono in modo specifico come alcuni elementi nei servizi segreti abbiano potuto aiutare gli aggressori – sia inavvertitamente, a causa della loro sconsiderata politica di guerra, o deliberatamente, con lo scopo di spostare molto più a destra il clima politico.
Le élites di regime hanno reagito agli attacchi del 13 novembre in modo prevedibile, allineando le loro politiche sulla guerra e sui diritti democratici con la visione dei settori più aggressivi del complesso militare industriale. La Francia si sta preparando a imporre uno stato permanente di emergenza, effettivamente abrogando i diritti democratici fondamentali e favorendo le fortune politiche dei neofascisti del Front National (FN). La NATO scalpita per fornire supporto ai propri coalizzati in Siria, anche se questo minaccia di innescare uno scontro militare a tutto campo con la potenza nucleare della Russia.
Mentre rimane oscuro come siano stati organizzati gli attacchi di Parigi, il legame con la Century Arms suggerisce che elementi operanti per conto di servizi segreti, in via ufficiale o meno, sono stati coinvolti. a Century Arms ha mantenuto per decenni stretti legami con la politica estera USA.
Nel 1987, John Rugg, ex poliziotto e dipendente della Century Arms, ha testimoniato al Senato degli USA che la sua ditta ha fornito armi ai Contras che combattevano il governo Sandinista in Nicaragua. Questa operazione illegale, gestita dalla CIA in violazione dell’emendamento Boland approvato dal Congresso USA che aveva abrogato ogni aiuto ai Contras, è esplosa nello scandalo Iran-Contra.
Nel 2004, secondo il Palm Beach Post, le autorità italiane hanno bloccato la spedizione via nave di 7500 fucili AK47 indirizzati alla Century Arms dalla Romania, dove l’impresa aveva sviluppato legami commerciali sin da prima della restaurazione capitalista nell’Est Europeo.
Nel 2007, secondo un telegramma diplomatico USA pubblicato da Wikileaks, la Century Arms ha collaborato col fornitore di armi israeliano Ori Zeller per stoccare illegalmente e svendere fucili americani del tipo M1, spediti via cargo da Washington al sanguinario regime Guatemalteco durante la guerra civile in quel paese. Il telegramma affermava anche che i soci di Zeller sono stati condannati per riciclaggio di denaro in Belgio nel 2003, e sospettati di aver riciclato 20 milioni di dollari nei fondi finanziari di Al Qaeda con diamanti dell’Africa Orientale.
Ciononostante, il telegramma definiva Zeller una “fonte di informazioni preziosa per il Governo USA nel Guatemala” Aggiungeva che lo stesso Governo lo aveva utilizzato per procurarsi informazioni in Guatemala, Israele, sulle vendite di armi della Russia e sul cartello messicano dei narcotici.
I rapporti tra la Century Arms e i narcotrafficanti messicani andarono oltre alla semplice raccolta di informazioni. Il Centro USA per la Probità Pubblica ha riferito nel 2011 che i fucili di fabbricazione rumena del tipo WASR-10 commercializzati dalla Century Arms sono diventate le armi favorite dai cartelli della droga messicani e negli anni recenti centinaia di essi sono stati all’origine di molti crimini perpetrati in Messico.
Questo non è il primo indizio che sia esistita una connessione tra forze statali e gruppi terroristici che ha concorso a porre in essere gli attacchi terroristici in Francia.
Mercoledì, la polizia francese ha fermato Claude Hermant, un ex membro del servizio d’ordine del Front National attivo nei circoli di estrema destra nel nord della Francia nonché informatore confidenziale di polizia e doganieri per chiedergli informazioni circa gli attacchi di gennaio a Charlie Hebdo e all’Hyper Cacher. La polizia ha ammesso che è stato trattenuto per chiedergli se ha venduto armi ad Amedy Coulibaly, lo sparatore dell’Hyper Cacher.
Ciò ha confermato le iniziali notizie circa il fatto che la procura di Lille stesse indagando sui legami tra Hernant e gli attacchi di gennaio. Il ministro dell’interno francese Bernard Cazeneuve ha successivamente eccepito il segreto di stato per fermare queste indagini. In ogni caso, tale decisione e molti dettagli dell’indagine su Hernant sono comunque trapelati alla stampa.
L’inchiesta di Lille sembra considerare la possibilità che Hernant stesso facesse semplicemente da mediatore in una più vasta rete coinvolta nella fornitura dell’arma allo sparatore. Voci vicine agli inquirenti hanno detto alla Voix du Nord “In questo tipo di traffici ci sono sempre uno o più intermediari. Claude Hernanti non necessariamente era a conoscenza della destinazione finale dell’arma. Ciò dimostra, in ogni caso, i legami esistenti tra certi circoli islamisti ed il crimine organizzato.”
Il periodico ha anche riferito che un ufficiale delle dogane sarebbe stato messo sotto inchiesta nel caso Hernant.

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