La Rivoluzione d’Ottobre e la sopravvivenza del capitalismo (2/4)

Prabhat Patnaik

Monthly Review, Vol. 69, n. 3, luglio -agosto 2017
Traduzione di Enzo Pellegrin per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

PARTE SECONDA

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Imperialismo

Il secondo passo importante per capire l’analisi della congiuntura venne con la teoria di Lenin dell’imperialismo, sviluppata nel contesto della Prima Guerra Mondiale. Il fatto che la concentrazione del capitale nei domini della finanza e dell’industria, una tendenza immanente del capitalismo secondo Karl Marx, avesse condotto alla formazione di monopoli in questi settori ed alla formazione di una ristretta oligarchia finanziaria, che dominava entrambe le sfere e controllava grandi quantità di “capitale finanziario”, e il fatto che questo sviluppasse una “connessione personale” coi funzionari dello stato, esercitando il controllo sullo stato medesimo ed alterando le sue caratteristiche, costituiva l’essenza della nuova fase del capitalismo. In questa fase, la concorrenza tra i capitali prese la forma delle rivalità tra i differenti cartelli dei monopoli, dipendenti da diversi paesi a capitalismo avanzato, per acquisire “territorio economico” in tutto il mondo a spese dell’altro; e in un mondo già suddiviso tra questi attori, simili rivalità necessariamente presero la forma di attentati volti a modificare tale ripartizione attraverso le guerre (4).

Questi conflitti, dei quali la Prima Guerra Mondiale fu un esempio, costrinsero i lavoratori di questi differenti paesi ad uccidersi l’un l’altro nelle trincee; essi trascinarono anche i popoli oppressi delle colonie, delle semi-colonie e dei protettorati a farsi carne da cannone per promuovere gli interessi delle diverse oligarchie finanziarie. Il capitalismo, in altre parole, era giunto ad una fase nella quale le guerre periodiche per mettere in discussione la ripartizione di un mondo già del tutto suddiviso, che riflettesse i cambiamenti dei vari rapporti di forza (che necessariamente occorrevano per l’ubiquità dello “sviluppo diseguale” nel capitalismo), erano divenute inevitabili.

Questa comprensione della fase suprema del capitalismo, che Lenin, seguendo J.A. Hobson, chiamò “imperialismo” contiene diverse implicazioni. Primo, un importante elemento della teoria marxista era il riconoscimento che nessun modo di produzione può essere sospeso fino a che non sia divenuto storicamente obsoleto. Tipicamente, in ogni caso, questa “obsolescenza storica” era stata definita in ristretti termini economici, in termini di sprofondamento in una crisi prolungata. Edward Bernstein si era speso per chiedere una “revisione” del Marxismo, per sostituire un’agenda di riforme all’interno del sistema capitalistico, per un rovesciamento rivoluzionario di esso, sulla convinzione che nessuna di queste crisi prolungate o “collasso” fosse all’orizzonte; e Rosa Luxemburg sostenne la visione rivoluzionaria sviluppando una teoria dell’accumulazione del capitale che portava ad un eventuale collasso del sistema. L’argomento Leninista ha modificato totalmente le basi di questo dibattito (5). Il capitalismo è diventato storicamente obsoleto, o “moribondo”, come lo ha definito lui, perché nella sua fase imperialista ha inghiottito l’umanità in guerre periodiche e devastanti. L’unica scelta che veniva offerta ai lavoratori nei paesi avanzati era tra uccidere i compagni lavoratori nelle trincee o volgere i fucili contro il sistema stesso, tra “socialismo e barbarie” (per usare le parole della Luxemburg).

Secondo, non erano solo i lavoratori dei paesi a capitalismo avanzato, ma anche il “popolo lavoratore” dei paesi oppressi, che era vittima dello sfruttamento imperialista e che era usato come carne da cannone in queste guerre, il quale popolo inoltre veniva sottoposto ad un cambiamento, per causa di queste guerre. La coscienza di questi lavoratori, così come il loro addestramento (incluso l’addestramento militare) si è sviluppata a passi da gigante per causa di queste guerre, ed anche loro sono insorti contro il dominio del capitale, perché anche loro sono stati messi di fronte alla medesima scelta, tra la barbarie e la liberazione.

Terzo, non solo il sistema era divenuto storicamente obsoleto in questo senso generale, ma aveva portato la questione della rivoluzione su scala mondiale sull’agenda storica, come fenomeno imminente. La scelta tra socialismo e barbarie doveva essere fatta in quel momento, come scelta pratica che si imponeva all’umanità per causa dell’imperialismo e delle sue guerre.

Se il primo passo nel comprendere la congiuntura era quello di vedere che tutti i paesi all’interno di essa dovevano procedere attraverso differenti vie verso il socialismo, come condizione per la liberazione dei loro popoli, allora il secondo passo nell’analisi era quello di capire come questi itinerari fossero tra loro interconnessi, perché l’imperialismo li aveva legati insieme con una catena, e coloro che ne avessero spezzato l’anello più debole avrebbero provocato il collasso di tutta la catena. E una simile rottura nella catena era imminente all’interno di questa congiuntura. La conseguenza di questa analisi fu la fondazione di un’Internazionale, l’Internazionale comunista, che il mondo non aveva mai potuto vedere prima, dove i delegati di Francia, Germania e Gran Bretagna erano spalla a spalla con i loro compagni provenienti dall’India, dalla Cina, dal Messico, dall’Egitto e dal Vietnam.

Capire la congiuntura

La visione sottostante alla Rivoluzione d’Ottobre, secondo la quale il capitalismo era giunto al suo periodo critico  e non poteva semplicemente andare avanti come prima, fu condivisa da vari pensatori del tempo, compresi quelli ardentemente anticomunisti, il che fa capire come fosse un’analisi della congiuntura abbastanza accurata. Così, John Maynard Keynes, scrivendo nel 1933, ebbe a dir questo: “Il capitalismo internazionale decadente quanto individualista, nelle mani del quale ci siamo trovati dopo la guerra, non è un successo. Non è intelligente, non è apprezzabile, non è giusto, non è virtuoso – e non distribuisce la ricchezza. In breve non ci piace ed iniziamo a detestarlo. Ma quando ci chiediamo cosa mettere al suo posto, restiamo estremamente perplessi” (6).  Anche Keynes aveva iniziato a disprezzare il capitalismo quel tempo.

Precedentemente, nel suo libro Le conseguenze economiche della pace,  Keynes aveva dato una chiara descrizione della disintegrazione del capitalismo mondiale, che Lenin aveva citato per esteso al Secondo Congresso dell’Internazionale Comunista del 1920, per sostenere che il momento di una seconda rivoluzione era arrivato. Come disse Lenin: “Se da un lato la posizione economica delle masse è divenuta intollerabile, e, da un altro lato la disintegrazione descritta da Keynes è innescata ed è in crescita nell’insignificante minoranza delle più potenti nazioni vittoriose, allora siamo in presenza della maturazione delle due condizioni per la rivoluzione mondiale” (7). La percezione di Lenin e dei Bolscevichi dello stato del capitalismo mondiale, il prodotto del quale consideravano essere la Rivoluzione d’Ottobre, fu così condivisa da molti e divenne una valida analisi della congiuntura.

Questa congiuntura iniziò dal periodo precedente lo scoppio della Prima Guerra Mondiale fino all’immediato dopoguerra della Seconda, quando ebbe inizio la decolonizzazione. Tra le sue molte caratteristiche, quella chiave riguardava le rivalità interimperialiste. La Prima Guerra Mondiale, lo spietato trattato di Versailles (la fustigazione del quale compiuta da Keynes fu evidenziata da Lenin), la Grande Depressione, l’ascesa del fascismo, il massiccio annessionismo portato avanti dai paesi fascisti, e la Seconda Guerra Mondiale, furono tutte espressioni in un senso o nell’altro dell’acuirsi delle rivalità interimperialiste.

Anche la sopravvivenza dell’Unione Sovietica fu attribuita da Lenin al fenomeno delle rivalità interimperialiste. In uno dei suoi ultimi articoli: “Meglio di meno, ma migliori” egli attribuì il fallimento dell’intervento militare congiunto di diversi paesi imperialisti, a sostegno della controrivoluzione russa durante la Guerra Civile, ai conflitti tra i paesi imperialisti dell’Occidente e dell’Oriente, e si chiese se questi conflitti ci “avrebbero dato una seconda tregua” (8).

I conflitti tra i paesi imperialisti dell’Occidente e dell’Oriente, e quelli tra i vincitori e i vinti nella Prima Guerra Mondiale, che il Trattato di Versailles aveva esacerbato, giunsero al loro apice nella Seconda Guerra Mondiale. In ogni caso, questo apice segnò anche la fine della congiuntura storica con la quale si confrontarono Lenin ed i Bolscevichi, le conoscenze teoretiche della quale furono da loro sviluppate ad un livello tale che “esplosero” nella prassi rivoluzionaria dell’Ottobre e nelle successive lotte per la rivoluzione mondiale.

La fine della guerra vide un grande avanzamento del dominio comunista; un’autoaffermazione della classe operaia nei paesi capitalisti avanzati, della quale la sconfitta di Winston Churchill ad opera del Partito Laburista in Gran Bretagna e l’enorme forza conquistata dai Partiti Comunisti di Francia ed Italia furono ovvie manifestazioni; ed un insofferenza senza precedenti nei popoli delle colonie, delle semi-colonie e delle dipendenze. Il capitale metropolitano, indebolito e disorientato dalla guerra, fu costretto a fare diverse concessioni, delle quali le tre più significanti furono: la decolonizzazione; l’intervento statale nella gestione della domanda per mantenere alti livelli di occupazione, che il capitale finanziario, il quale si era sempre opposto a tali interventi diretti ed operò per vietarli negli anni prima della guerra, fu forzato tuttavia ad accettare; e l’istituzione dei governi democratici formati attraverso elezioni basate sul suffragio universale dei maggiori di età (che tuttavia in Francia arrivò solo nel 1945).

Queste concessioni diedero l’impressione che il capitalismo era “cambiato”, che il vecchio capitalismo aveva lasciato il passo ad un nuovo “capitalismo del welfare”. Quest’idea persistette nonostante il fatto che l’intervento dello Stato nell’acquisire alti livelli di occupazione negli USA, il paese capitalista dominante, prese la forma della spesa militare su larga scala, ed anche nonostante il fatto che, a dispetto della decolonizzazione formale (che spesso rimase essa stessa incompleta), i poteri metropolitani furono dappertutto recalcitranti a cedere il proprio controllo sulle risorse del Terzo Mondo ai nuovi stati postcoloniali (9). Cionondimeno, rimase la percezione che il capitalismo fosse fondamentalmente cambiato, perché alcune delle conquiste compiute dai lavoratori metropolitani e dai popoli del Terzo Mondo furono senza dubbio reali e sostanziali.

Ma, a fianco di questi cambiamenti, la congiuntura del dopoguerra fu anche segnata da qualcosa che andò oltre a ciò che il Leninismo aveva visualizzato, vale a dire una sostituzione delle acute rivalità interimperialiste con una dominazione globale di un potere solo (che qualcuno chiamò super-imperialismo). La fondamentale percezione del Movimento Comunista sulla fase imperialista del capitalismo, sulle basi della quale la proposizione riguardo all’imminenza della rivoluzione mondiale era stata sostenuta, vale a dire che sarebbe stata contraddistinta da rivalità e guerre interimperialiste, ha cessato di essere valida nella congiuntura del dopoguerra. Non c’è dubbio che le rivoluzioni Cubana e Vietnamita occorsero durante questa congiuntura, ma esse furono più un frutto tardivo della congiuntura precedente, piuttosto che uno specifico prodotto di quella del dopoguerra.

Purtuttavia, questa stessa congiuntura del dopoguerra si è dimostrata essere solamente un interregno. La centralizzazione del capitale, la tendenza sottolineata da Marx, portò alla formazione non solo di imprese multinazionali, ma di enormi blocchi finanziari. Questi blocchi furono alimentati da diverse sorgenti: attraverso il continuo debito in valuta USA durante gli anni di Bretton Woods, quando il dollaro USA veniva considerato tanto buono quanto l’oro, convertibile secondo il rapporto di 35 dollari per oncia d’oro; attraverso enormi riserve di petrodollari dopo l’aumento dei prezzi ad opera dell’OPEC; e attraverso il versamento dei risparmi come depositi nel sistema finanziario durante il prolungato boom del dopoguerra, il quale fu innescato attraverso l’intervento statale nella gestione della domanda. Il capitale finanziario, in questa nuova situazione, entusiasta di avere l’illimitata libertà di spostarsi in tutto il mondo, sognò di abbattere del tutto i confini nazionali. Ebbe successo in questo sforzo e istituì un regime di “globalizzazione” che, in contrasto col precedente regime del dopoguerra, comportò una più libera mobilità delle merci, dei servizi e dei flussi di capitale, inclusi i flussi finanziari, oltre i confini nazionali.

Note: 
(4) V.I. Lenin, Imperialismo fase suprema del capitalismo, opere scelte, vol.1
(5) Su questa visione vedi P.M. Sweezy, La teoria dello sviluppo capitalistico, New York, Monthly Review Press, (1956).
(6) J.M. Keynes, National Self Sufficiency, Yale Review, 22, no. 4  (1933) 755-69.
(7) V.I. Lenin, Opere scelte, Vol. 3, Progress Publishers, Mosca (1977)
(8) V.I. Lenin, Opere scelte op. cit., vol. 3, 724.
(9) Vedi Harry Magdoff, Militarism and Imperialism, Monthly Review 21, no.9, (Febbraio 1970), 1-14.

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