La Rivoluzione d’Ottobre e la sopravvivenza del capitalismo (1/4)

lenin

Prabhat Patnaik | Monthly Review, Vol. 69, n. 3
Traduzione di Enzo Pellegrin per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

Luglio-agosto 2017

Prima parte

La Rivoluzione d’Ottobre è stata la prima rivoluzione nella storia dell’umanità che sia stata teoricamente concepita ed eseguita secondo un piano. Mentre la rivoluzione di febbraio, come le precedenti rivoluzioni borghesi in Inghilterra e Francia, è scoppiata spontaneamente, questo non è vero per l’Ottobre.

Nello stesso tempo, certamente non fu quello che spesso suggeriscono i suoi detrattori, vale a dire una mera rivolta blanquista. Non è stata un’insurrezione del tipo “la rivoluzione è una cosa meravigliosa, e allora diamoci un’occhiata”. Al contrario, era basata su di una precisa valutazione teoretica della fase e sullo sviluppo di questa teoria ad un livello dove, per prendere a prestito le parole di Lukács, “la teoria è esplosa nella prassi” (1).

E’ questa analisi teoretica della congiuntura che sta sotto alla Rivoluzione che spiega la sua portata, l’enorme energia che ha generato, i profondi cambiamenti che ha provocato nel mondo e l’estensione alla quale è giunta, tale da minacciare la vera e propria esistenza del capitalismo.

L’alleanza tra operai e contadini

Questa analisi teoretica della fase si è sviluppata in più stadi. Due fasi sono state di particolare importanza. La prima, degli inizi del ventesimo secolo ed espressa dalla polemica di V.I. Lenin contro la corrente “Nuova Iskra” di Alexander Martinov ed altri all’interno del Partito Operaio Socialdemocratico Russo, era la comprensione che nei paesi giunti tardi al capitalismo, la nuova borghesia emergente non era stata più capace di completare la rivoluzione borghese contro l’ordine feudale, percorso che la borghesia francese aveva portato a termine nel 1789 (2).

Questo perché, nella nuova situazione che la borghesia russa e di questi paesi si trovava di fronte, essa aveva timore che un attacco alla proprietà feudale avrebbe potuto risolversi in un attacco alla stessa proprietà borghese. Essa quindi cercò di fare compromessi col vecchio potere feudale, la qual cosa implicò che il compito di portare avanti i mutamenti della rivoluzione borghese, nello specifico quello di liberare i contadini dal loro giogo feudale, veniva ora a ricadere in questi paesi sul proletariato, nonostante la sua dimensione sociale relativamente piccola e la sua tardiva apparizione sulla scena della storia.

Questo rese necessaria un’alleanza tra contadini e operai sotto la leadership della classe operaia. Ma una simile alleanza, portando avanti la rivoluzione borghese contro l’ordine feudale, non poteva fermarsi a questo punto, con la classe operaia che solamente inverte il proprio ruolo da classe sfruttata all’interno di un nuovo, ora slegato dai gioghi, ordine capitalistico, la liberazione del quale aveva permesso di dare causa al cambiamento. La classe operaia che aveva portato avanti la rivoluzione borghese avrebbe ovviamente spinto verso il socialismo in un processo rivoluzionario ininterrotto, durante il corso del quale i precisi costituenti dell’alleanza tra operai e contadini avrebbero continuato a cambiare. Come sostenne Lenin nel suo Due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica (1905) “Il proletariato deve portare a compimento la rivoluzione democratica, alleandosi con la massa dei contadini al fine di demolire la resistenza dell’autocrazia con la forza e paralizzare l’instabilità della borghesia. Il proletariato dovrà raggiungere la rivoluzione socialista facendosi alleata la massa degli elementi semiproletari della popolazione, in modo tale da demolire la resistenza della borghesia con la forza e paralizzare l’instabilità dei contadini e della piccola borghesia” (3).

Questo concetto della guida proletaria dell’alleanza tra operai e contadini con il cambiamento nel tempo della composizione delle classi, conducendo a compimento la rivoluzione democratica e muovendo verso il socialismo, non era solo un passo principale nell’analisi della fase. Rappresentò un passo in avanti fondamentale per la stessa teoria marxista in diversi modi: in primo luogo era un cambiamento dell’atteggiamento nei confronti dei contadini, un’inclusione di essi all’interno dei ranghi delle forze rivoluzionarie che la classe operaia potrebbe guidare. L’abilità della borghesia di ottenere il sostegno contadino nella Rivoluzione Francese si è rivelata utile non solo in quel momento storico ma anche più tardi, quando si dovette sconfiggere la Comune di Parigi (con Adolphe Tiers che instillava la paura tra i contadini francesi, beneficiari della rivoluzione del 1789, che un attacco alla proprietà borghese avrebbe legittimato anche l’attacco alla piccola proprietà); nella nuova fase, invece, i contadini sarebbero dovuti diventare parte del campo proletario. In secondo luogo, questo cambiamento dell’atteggiamento nei confronti dei contadini fece anche del Marxismo, benché allora entro i confini dell’Europa, una dottrina rivoluzionaria rilevante per il globo intero, indipendentemente dal grado più o meno limitato di sviluppo capitalistico. E in terzo luogo, la transizione attraverso gli stadi del socialismo era ora il nuovo corso che tutte le nazioni del mondo dovevano seguire per la liberazione del popolo. Il socialismo non era solo una questione che riguardava i paesi a capitalismo avanzato; poteva anche essere iscritto nell’agenda rivoluzionaria delle nazioni a capitalismo sottosviluppato, le quali arrivarono al rifiuto totale di ogni tentativo di ridurre il marxismo ad una “teoria di fase”, dove i differenti modi di produzione dovevano succedersi l’uno all’altro in una sorta di percorso deterministico e predeterminato come inevitabilità storica. E’ vero che il percorso dei paesi a capitalismo avanzato poteva essere diretto, mentre quello dei paesi sottosviluppati doveva essere prolungato attraverso transizioni storiche che passavano attraverso fasi differenti; ma il socialismo poteva essere il fine ultimo delle lotte rivoluzionarie ovunque nel mondo.

(continua)

Note

1. G. Lukasc, London, New Left, 1970.

2. V.I.Lenin, Due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica, in Opere scelte, vol. 1, Progress Publishers, Mosca, 1977).

3. V.I.Lenin, Due tattiche della socialdemocrazia nella rivoluzione democratica, op. cit. 494.

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