Notav e repressione:l’irrinunciabile necessità del coraggio

redazione boraest, 23 dicembre 2015.

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Coraggioso e importante l’articolo di Livio Pepino su notav.info.

Coraggioso poiché enuclea quella che sinora è stata la particolare azione inquirente della Procura di Torino e la inquadra all’interno di una condotta che esula dai confini del normale esercizio dell’azione penale. Afferma l’ex magistrato che “Nulla, infatti, hanno a che fare con l’obbligatorietà dell’azione penale fenomeni e prassi come l’attribuzione di una corsia privilegiata ai processi nei confronti di esponenti No Tav, la coreografia che circonda i relativi dibattimenti (celebrati in un’aula bunker annessa al carcere costruita per i processi di terrorismo e mafia), l’istituzione presso la Procura di un pool di sostituti con competenza esclusiva nel settore (solo di recente smantellato), l’immediato e sollecito perseguimento — in caso di collegamento con l’opposizione al Tav — anche di reati di minima entità sanzionabili con la sola pena pecuniaria, l’uso massiccio delle misure cautelari persino nei confronti di incensurati, la dilatazione delle ipotesi di concorso nel reato fino a costruire una impropria «responsabilità da contesto», l’utilizzazione nelle motivazioni di sentenze e ordinanze di espressioni truculente (quasi a supportare o sostituire i fatti con gli aggettivi), l’omessa considerazione di scriminanti e attenuanti pur previste nel sistema (talora addirittura dal codice Rocco), l’accurata costruzione di un processo a mezzo stampa parallelo a quello formale e via elencando fino, appunto, all’evocazione dei fantasmi del terrorismo. Queste prassi sono, all’evidenza, frutto di scelte rispondenti alla concezione — propria dei poteri forti e assai diffusa nella politica — secondo cui le società si governano in modo centralizzato e autoritario e il confitto sociale è un elemento di disturbo praticato da «nemici» meritevoli di repressione esemplare.”

Coraggioso perché questo insieme di valutazioni critiche è costato di volta in volta altro surplus di esercizio dell’azione penale nei confronti di militanti del movimento che hanno provato ad esprimerle dai loro più deboli scranni.

Importante poiché l’insieme di comportamenti che – a dire di Pepino – esulano dall’esercizio dell’azione penale così come concepito in un ideale ordinamento democratico sono comunque una fenomenologia concreta e verificatasi dell’esercizio del potere, nella specie il potere inquirente riservato alla Procura all’interno dell’attuale Ordinamento Giudiziario.

Le “prassi” descritte da Livio Pepino sono pur sempre state attuate all’interno delle istituzioni della magistratura ed all’interno delle norme processuali che sono individuate dalle fonti costituzionali e dalle leggi come lo strumento di legittimo esercizio del potere giudiziario.

Se poi tali impostazioni hanno in qualche caso incontrato un’interna censura, limitazione e sconfessione, come appunto nel caso delle Corti di Assise di primo grado e di Appello chiamate a giudicare sull’aggravante della finalità di terrorismo accanitamente sostenuta dalla Procura Torinese, va anche ricordato che in altri casi non lo hanno ricevuto affatto, come è il caso ad esempio del processo agli oltre cinquanta imputati per i fatti del 27 giugno e del 3 luglio, dove un Tribunale (questa volta non integrato da Giudici Popolari) ha accolto le esorbitanti tesi dell’accusa irrogando pene sensibilmente sproporzionate e non ha valutato le condotte con le quali, secondo le difese, le forze dell’ordine hanno ecceduto arbitrariamente i limiti delle loro attribuzioni.

Al di là della valutazione morale e di merito dei differenti atteggiamenti, appare indubbio concludere che nel secondo di questi casi, come in molti altri, il Pubblico Ministero ha raggiunto ed ottenuto il suo obiettivo di comando nell’Amministrazione della Giustizia riuscendo ad imporre la propria volontà nella decisione.

Se quindi è assodato che all’interno dell’architettura costituzionale di un paese, un organo detentore di poteri costituzionali possa, attraverso l’applicazione degli ordinari strumenti di gestione della giustizia, promuovere e perseguire un indirizzo che esorbita dal costituzionalmente desiderato esercizio dell’azione penale, senza che contro questo asserito debordare vi siano sanzioni interdittive o contrappesi decisionali, viene spontanea la domanda: “Perché comunque non esercitarlo?”

E’ generalizzazione empirica non priva di un certo fondamento che una certa azione, anche se astrattamente vietata o discutibile, verrà senza dubbio portata avanti se le conseguenze di tale decisione non comporteranno rischi di sorta. Si tratta del calcolo utilitaristico empiricamente sotteso a molte azioni umane: non ne è esclusa l’amministrazione del Potere Giudiziario.

Processualmente, se un termine affidato all’autorità decidente è ordinatorio, non sarà sicuramente sufficiente la raccomandazione disciplinare e deontologica di rispettare ogni termine anche se non a pena di decadenza. Si troverà (ed a volte ci sarà) una adeguata giustificazione.

Ma se il termine è a decadenza, il suo rispetto sarà necessitato, pena l’assoluta insussistenza dell’azione o della decisione.

Simili regole valgono – ad esempio – nei sistemi processuali di altre nazioni, dove le regole volte alla tutela dei diritti della difesa nel momento dell’acquisizione di una prova sono previste a pena di inutilizzabilità della prova raccolta. Se si sgarra, la prova non è utilizzabile nel processo, quale “frutto dell’albero avvelenato”. E’ il contrario di quanto previsto nel sistema italiano, dove per la maggiorate delle prove e dei mezzi di ricerca della prova vige il principio “male caput bene receptum”: l’inosservanza delle norme e delle garanzie non pregiudica l’uso della prova raccolta, tranne in alcuni casi (come ad esempio le intercettazioni o la deposizione di testi nelle indagini del difensore ed altri) introdotti dal nuovo codice di rito penale e dalle sue novellazioni.

Allora occorre, sul coraggio dei coraggiosi, fondare un’ulteriore riflessione che necessita di altrettanto coraggio. Cosa fare per impedire  un esercizio dell’azione penale che si ritiene distorto.

Appare dunque evidente che per aspirare al limite del potere non è sufficiente auspicarsi che quel potere non trascenda i suoi limiti, ma occorre porre a sua guardia, controllo, interdizione un adeguato contropotere.

Ritornano allora le scandalose domande che boraest aveva – nel suo piccolo – proposto come tema di discussione e che riassumiamo qui in fondo:

  1. L’azione della Procura di Torino è stata continua, ostinata e, possiamo dire oggi, giuridicamente errata secondo diversi ordini di giudizio. Possiamo far sentire la voce del popolo in proposito?
  2. Appare così scandaloso chiedersi se nel giudizio non debba poter entrare in qualche modo una rappresentanza popolare?
  3. Come sarebbero stati i  giudizi di primo grado cosiddetti “del compressore” se interamente affidati ad una rappresentanza proveniente dalle fila della burocrazia, come è stato per i processi ai fatti del 27 giugno e del 3 luglio contro il Movimento NOTAV?
  4. Se non è scandaloso pensarci, è possibile introdurre un meccanismo di controllo popolare, almeno ex post, sulle azioni della magistratura inquirente che toccano le nostre libertà più preziose?
  5. Se non è scandaloso pensarci, è possibile introdurre nei collegi giudicanti una partecipazione popolare, pensando a tale composizione mista come un vero e proprio diritto del cittadino nel processo ordinario?
  6. Se non è altrettanto scandaloso pensarci, è possibile che tale diritto sia costituzionalmente specificato come diritto ad essere giudicati anche da una giuria di pari che rappresenti un equo spaccato della classe sociale  e di reddito di riferimento dell’imputato?
  7. Se non è infine scandaloso pensarci, possiamo pensare ad un meccanismo che individui una responsabilità civile adeguata del pubblico ministero? Possiamo finalmente pensare a separare definitivamente la carriera e la funzione inquirente da quella giudicante?

Si crede qui di condividere le affermazioni di Francesco Palazzo citate da Pepino: «un diritto penale che vede nemici ogni dove rischia di accreditare l’immagine di una società percorsa da una generalizzata guerra civile, contribuendo così a fomentare una conflittualità, anzi uno spirito sociale d’inimicizia, che è del tutto contrario alla sua vera missione di stabilizzazione e pacificazione della società»

Per porvi rimedio, aggiungiamo un opinione, forse non basta l’auspicio, ma occorre riappropriarsi di quel principio costituzionale sancito al primo comma dell’art. 102, prima norma costituzionale sulla magistratura: “La giustizia è amministrata in nome del popolo”.

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Il controllo del popolo sulla burocrazia: domande scandalose.

Redazione boraest, 22 dicembre 2015.

Dunque nemmeno per la Corte d’Assise di Appello di Torino – organo giurisdizionale a composizione integrata con rappresentanti del popolo- sabotare un compressore  è terrorismo.

Come non lo fu per la Corte di Assise ed i giudici popolari di primo grado, come non lo fu per le due pronunce di Cassazione che ebbero ad affrontare le vicende delle misure cautelari e che già in tale sede esclusero l’applicabilità dell’aggravante della “finalità di terrorismo”

Con buona pace di ogni malcelata irritazione sull’eccesso di congiunzioni “e” ed “o” della sentenza di primo grado che tanto inquietarono il Procuratore Generale di Torino.

L’unica voce contraria: l’organo inquirente della Procura, proveniente da estrazione burocratica.

Piace pensare e supporre che tale decisione sia anche frutto dell’integrazione (pur insoddisfacente nel nostro ordinamento, per limiti e modo di estrazione e selezione) di giudici provenienti in qualche modo dal popolo, comunque estranei alle dinamiche della burocrazia giudiziaria.

Piace pensarlo perché risolleverebbe una contraddizione mai sopita. La nostra Costituzione, reduce dalla tragedia fascista, concepì una magistratura formalmente indipendente da qualsiasi elemento, potere o forza sociale. Tuttavia la sua selezione e la sua gestione furono affidate a dinamiche burocratiche che – a ben vedere – medesimamente potevano astrattamente legittimare la formazione di una casta burocratica irresponsabile, per nulla impermeabile agli abusi che si verificarono nel passato. Soprattutto quando il tessuto burocratico che inizialmente la componeva non mutò nei primi anni dopo la Costituzione, e si trovarono nei posti di “indipendenza e irresponsabilità” soggetti che erano già lì selezionati da un regime dittatoriale passato.

Le vicende del nostro paese ne ebbero spesso prova. Basti pensare all’incriminazione assurda di Danilo Dolci ed alla repressione della lotta dei lavoratori.

Col passare del tempo la composizione naturalmente cambiò. Ma l’estrazione e la gestione burocratica della magistratura ha sempre suscitato perplessità, soprattutto nella comunanza di carriere, percorso culturale e percorsi decisionali che metteva assieme magistratura inquirente (Procura) e magistratura giudicante.

La questione fu sempre allontanata da sinistra perché imperava il leit motiv dell’antiberlusconismo, noto orizzonte politico che ha legato stupidamente la sinistra radicale agli interessi di forze che non erano né diverse né migliori della destra, ma che annacquarono il dibattito su contraddizioni fondamentali come i diritti del cittadino, la contraddizione capitale-lavoro, questioni che meritavano indipendenza. Bastava essere né con Berlusconi, né con il capitale rappresentato dal centrosinistra.

Purtuttavia, archiviato lo psiconano e postulando una rinnovata indipendenza di pensiero, appare ancora scandalosa la domanda se la condotta della magistratura inquirente possa essere in qualche maniera soggetta ad una verifica dal basso?

L’azione della Procura di Torino è stata continua, ostinata e, possiamo dire oggi, giuridicamente errata secondo diversi ordini di giudizio. Possiamo far sentire la voce del popolo in proposito?

Appare così scandaloso chiedersi se nel giudizio non debba poter entrare in qualche modo una rappresentanza popolare?

Come sarebbero stati i  giudizi di primo grado cosiddetti “del compressore” se interamente affidati ad una rappresentanza proveniente dalle fila della burocrazia, come è stato per i processi ai fatti del 27 giugno e del 3 luglio contro il Movimento NOTAV?

Se non è scandaloso pensarci, è possibile introdurre un meccanismo di controllo popolare, almeno ex post, sulle azioni della magistratura inquirente che toccano le nostre libertà più preziose?

Se non è scandaloso pensarci, è possibile introdurre nei collegi giudicanti una partecipazione popolare, pensando a tale composizione mista come un vero e proprio diritto del cittadino nel processo ordinario?

Se non è altrettanto scandaloso pensarci, è possibile che tale diritto sia costituzionalmente specificato come diritto ad essere giudicati anche da una giuria di pari che rappresenti un equo spaccato della classe sociale  e di reddito di riferimento dell’imputato?

Se non è infine scandaloso pensarci, possiamo pensare ad un meccanismo che individui una responsabilità civile adeguata del pubblico ministero? Possiamo finalmente pensare a separare definitivamente la carriera e la funzione inquirente da quella giudicante?

Il via allo scandaloso dibattito è aperto. Trattasi delle nostre vite.

Avanti avvocato… c’è Cassazione!

redazione boraest

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Sovente, quando si ripropongono questioni giuridiche concernenti l’applicazione di un diritto di difesa, pur in presenza di un ultimo, magari isolato, orientamento restrittivo di una sezione della Cassazione, i difensori vengono spesso apostrofati : “Avanti avvocato! Che questione è? C’è Cassazione contraria!”. All’obiezione che a quella singola pronuncia se ne oppongono altre contrarie, che non è comunque una pronuncia delle Sezioni Unite (che giudica in caso di contrasto di orientamento delle sezioni), l’atteggiamento di molti operatori del diritto rimane di sufficienza, senza aver riguardo al contenuto ed al merito della questione, non pensando che tale riproposizione vuole lottare contro un orientamento liberticida. Curioso sapere che a parti invertite non è così: in presenza di due pronunce di Cassazione che hanno dichiarato insussistente l’aggravante della finalità di terrorismo (tra l’altro decidendo sul caso specifico, non su un altro caso similare, pronunciandosi cioè sulla vicenda cautelare delle persone tratte a processo e su altre persone coimputate dello stesso fatto), c’è chi pensa che comunque sia doveroso presentare e sostenere strenuamente un appello contro una sentenza che correttamente aveva fatto applicazione di questi principi della Suprema Corte, chiedendo anche una pena detentiva di nove anni e mezzo. Il problema sta nel fatto che tale percorso di resistenza giuridica non è a favore di una libertà, ma piuttosto la comprime enormemente ed indebitamente, cercando in realtà uno strumento di “paura”, un deterrente che proporzionalmente finisce per ingessare ogni tipo di resistenza. Se in una manifestazione antagonista in cui è finito bruciato un compressore ti processano e ti condannano per terrorismo, ciò vuol dire che persino le opposizioni astrattamente legittimate dal diritto di difesa saranno giudicate altrettanto severamente ed incriminate. La sproporzione tra pena e fatto ha sempre una funzione ultrarepressiva (o finisce per averla). Tale condotta era stata anche accompagnata da dichiarazioni tutt’altro che tenere nei confronti della sentenza appellata come ad esempio: “ribadisco tutte le mie perplessità per decisioni in cui, ad esempio, in relazione a un articolo di legge si impiegano quasi trenta pagine per spiegare che dove nello stesso si trova la congiunzione ‘o’ si deve leggere la congiunzione ‘e’, e questo per aumentare le condizioni necessarie per riconoscere la sussistenza della finalità di terrorismo”. Parole pronunciate in occasioni ufficiali in cui veniva riconosciuto il ruolo direttivo del loro autore.

Si spera dunque che la Corte non si lasci fuorviare da tali suggestioni, perché realizzerebbe, come purtroppo spesso succede, quell’ingiustizia che Sciascia apostrofava dicendo “abolita l’immagine dell’uomo, la legge nella legge si specchia”. Spero che ciò non avvenga e che si accolga l’invito al “restare umani” tramandatoci da Arrigoni, dal momento che tale proporzionalità ed umanità è già stata attuata due volte da un supremo consesso del diritto. Spero, perché non ho sentito nessuno dire “Avanti!…”.

Torino, 18-20 dicembre 1922: la strage di Brandimarte

(dal libro “Barriera di Nizza-Millefonti” di Garzaro – Nascimbene, GRAPHOT EDITRICE)

Pubblicato da ANPI Nizza Lingotto

Nell’ottobre 1922 Mussolini è al potere con la marcia su Roma. Gli operai torinesi non hanno nessuna intenzione di accettare quella situazione illegale e si fanno sentire con scioperi e manifestazioni. Il 4 dicembre Mussolini dichiara: «il mio governo è fortissimo e non ha bisogno di cercare troppe adesioni. Gli operai hanno creduto di doversi e potersi rendere estranei alla vita nazionale. se vi saranno minoranze ribelli e fazione che cercheranno di opporsi, esse saranno inesorabilmente colpite». Quelle parole non sono una minaccia teorica.

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E’ da tempo che i fascisti vogliono dare una lezione alla città operaia che nel 1917 ha scatenato la rivolta del pane e che due anni prima ha organizzato l’occupazione delle fabbriche. Nel 1919 il Partito Socialista a Torino ha raccolto il 54% dei voti, contro il 32 della media nazionale; su quasi 500 mila abitanti, 200 mila sono operai.

A Roma viene pianificata una grande incursione su Torino, presente il quadrumviro Cesare Maria De Vecchi, proprietario terriero al Lingotto, che trasmette gli ordini a Pietro Brandimarte, capo delle squadre d’azione fasciste torinesi.

Il concentramento a Torino è previsto per domenica 18 dicembre e già il sabato la città si riempe di squadre che giungono da tutto il nord italia. I fascisti cercano un pretesto per scatenare la caccia a comunisti, socialisti o a chiunque manifesti opposizione al governo, e il pretesto viene raccolto proprio nella barriera di Nizza.

Francesco Prato è un tramviere di 23 anni che fa la corte alla figlia di un fornaio della barriera. Il padre, contrario alla relazione, si rivolge ai fascisti perché gli tolgano di mezzo l’importuno, che per di più è comunista. La sera del 17 inizia così la caccia la tramviere. Mentre Prato rincasa nella nebbia gelida, viene aggredito in via Demonte (Genova) tra corso Spezia e Via Stellone da una squadra fascista. Gli aggressori sottovalutano però il coraggio della vittima e Prato, pur ferito a una gamba da un colpo di pistola, reagisce e spara a sua volta uccidendo due fascisti, Lucio Bazzani e Giuseppe Dresda, ferendone un terzo. Brandimarte, a cui sarebbe bastato molto meno per scatenare le sue squadre, durante la notte diffonde un comunicato: « i nostri morti non si piangono, si vendicano».

La domenica mattina, dopo una manifestazione al teatro alfieri a cui segue una sfilata in centro, i fascisti si spargono per la città: aggrediscono, pugnalano e bastarono chiunque riconoscano come oppositore; si macchianno di centiania di ferimenti e di stupri. La Camera del Lavoro (allora presso la Cittadella) è incendiata. La stessa sorte tocca al “Carlo Marx” ed al circolo dei ferrovieri, invasi dai fascisti che ne fanno le loro basi. Gli omicidi iniziano dopo mezzogiorno; entro la fine della giornata saranno oltre una ventina, cifra probabilmente da raddoppiare dal momento che in molti casi i fascisti fanno sparire anche i cadaveri. Quattro di queste uccisioni avvengono nella barriera di Nizza.

Poco prima di cena, tre fascisti salgono alla casa di Matteo Chiolero, tramviere di 27 anni, in via Molinette 7 (oggi Abegg). Lui, la moglie e la bambina di due anni e mezzo sono a tavola. Appena Matteo apre la porta, viene assassinato con tre colpi di pistola. La moglie urla disperata ed insegue i fascisti per le scale. Questi tornano indietro, la minacciano e compiono scherzi macabri sul cadavere.

Erminio Andreoni, operaio della fotocelere, 24 anni, ex combattente, abita in Via Alassio 25. Nel pomeriggio è avvertito dai vicini di casa che i fascisti lo stanno cercando. Mentre lui fugge, la moglie Ersilia Manassero con il bimbo di un anno e mezzo si rifugia da un’amica. Verso mezzanotte la donna torna a casa giusto in tempo per vedere il marito trascinato via. Erminio viene condotto alla cascina Ceresa (dove oggi è l’ospedale S. Anna), ucciso a colpi di pistola è abbandonato in un campo. I fascisti tornano poi in Via Alassio, cacciano in strada la donna e il bambino, ammucchiano mobili e suppellettili e incendiano tutto. La vedova sarà costretta a vivere per molti anni dell’elemosina dei vicini che si prenderanno cura di lei.

Attorno alle 18, l’operaio Evasio Becchio di 25 anni è seduto in un’osteria di via Nizza con Ernesto Arnaud, muratore, quando irrompono i fascisti. I due sono prelevati e caricati su un camion. All’imbocco del ponte di legno sull’argine del Po, dopo corso Bramante, i fascisti fanno scendere Becchio e gli ordinano di avanzare nel buio. La vittima comprende ciò che sta accadendo e non si muove, finché non viene abbattuta. Arnaud, accoltellato, viene abbandonato creduto morto e riesce così a cavarsela.

L’omicidio di Leone Mazzola, 40 anni, proprietario di un’osteria in via nizza all’altezza di via Millefonti, risale al pomeriggio. I fascisti entrano nella sua osteria e cominciano a bastonare i clienti. Mazzola prostesta, ma viene trascinato nel retro bottega dove c’è la sua camera da letto. Gli aggressori buttano all’aria la stanza e quando trovano un foglio con la falce e il martello pugnalano l’oste all’addome e lo finiscono a colpi di pistola. Dopo di ciò devestano il locale. Nell’inchiesta si verrà a sapere che Mazzola era un informatore, iscritto all’Unione Liberale Monarchica, che segnalava alla polizia i movimenti dei comunisti.

Pochi giorni dopo la strage, Mussolini firma il decreto di amnistia per i delitti commessi, nel nome dell’interesse nazionale. Le inchieste che verranno compiute saranno delle farse. Brandimarte diventerà generale facendo carriera nel partito e nel governo.

La sede del circolo “Carlo Marx” è distrutta. Viene rimessa in piedi alla buona, ma una normale attività politica è impossibile, con i locali sempre sottoposti alla sorveglianza della polizia e dei fascisti. I compagni sono costretti a ritrovarsi in clandestinità nelle osterie e nei boschi della collina e di Stupinigi.

Nel 1924 il Partito Comunista organizza le cellule nelle fabbriche. Gramsci manda a Torino il giovane Luigi Longo, che incontra in barriera Giovanni Garbalena e Claudio Bricca. In realtà Gerbalena, con i compagni dell’officina Emanuel di via Canova, ha già organizzato una cellula, a cui ha dato il nome di Evasio Becchio, uno dei giovani uccisi il 18 dicembre 1922. E’ una delle prime cellule torinesi. Dopo le leggi “eccezzionali” del 1926 che cancellano ogni residuo di libertà democratica, saranno proprio questi piccoli organismi politici, entrati in clandestinità, a organizzare una resistenza sotteranea con dimostrazioni in via nizza o in via genova, comizi volanti di due o tre minuti, scritte sui muri, propaganda antifascista nelle fabbriche.

Durante la guerra e la Resistenza, i giovani del “Carlo Marx” sono ormai dei quarantenni e quando giunge dal CLN l’ordine di occupare la città, saranno loro a entrare nella sede del palazzotto fascista “Filippo Corridoni” di via Biglieri 29. A guerra finita vi creano il nuovo circolo “Carlo Marx”, che accoglie comunisti, socialisti, diverse associazioni come l’Unione Donne Italiane e i sindacati.

Al di là di Licio Gelli c’è il regime di oggi.

Enzo Pellegrin     ¦    16 dicembre 2015

E’ morto Licio Gelli, Licio Gelli è vivo, dicono nelle stanze occidentali.
L’attuale sistema di dominio sovranazionale del capitale è andato al di là del temuto piano di “rinascita democratica” che le sinistre temevano nell’avvento dello psiconano. L’assoluto dominio del potere economico sul pareggio di bilancio, sulla stagnazione economica e la disoccupazione come mezzo per calmierare i salari e controllare socialmente le classi lavoratrici o – si potrebbe anche dire – le classi con scarsità od assenza di reddito, va ben al di là dell’ingegneria costituzionale che sottostava a quell’operazione.

Molto ben al di là.

Quella era una delle tante operazioni sotto falsa bandiera per l’adeguamento dei regimi democratici borghesi alle esigenze del capitale sovranazionale.
Il percorso successivo non ha avuto bisogno di Licio Gelli.

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Sono bastati i normali delegatari del parlatorio ed è ancora oggi notevole e singolare che quel percorso di adeguamento sia stato portato più efficacemente avanti da parte della sinistra opportunista.

Soprattutto nella neutralizzazione della contraddizione capitale/lavoro, nella cessione totale della sovranità monetaria, politica e morale, il centrosinistra ha chiuso con lodevole lena il cerchio degli interessi in favore dei capitali sovranazionali, magari abbaiando alla luna del piano di rinascita democratica.

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Tra i tanti vascelli con false bandiere, il capitale ha mantenuto vivo e deflagrante quello che è riuscito ad insinuarsi, resistere e portare a compimento i suoi amati e desiderati interessi.

Bersani a sostegno della campagna elettorale del centrosinistra

 

ORDALIA, VALE A DIRE IL GIUDIZIO DELLA DIVINITÀ DI FATTO.

Redazione Boraest.

10 dicembre 2015.
Evidentemente la regola dell’in dubio pro reo non è retaggio culturale di molta della magistratura italiana. E’ un mistero come due pronunce di assoluzioni più la richiesta di assoluzione dei. Procuratori generali non possano essere riconosciute come fragranza di ragionevole dubbio. Ad essa spesso si preferisce “in fide procura” o, come in questo caso, “in fide mea ultima ratio” . E ripensando a come Report ha mostrato i meccanismi di avanzamento carriere delle correnti del CSM, mi chiedo quanti ex PM popolino le sezioni della cassazione in questo momento storico. Sarebbe ora di restituire al popolo l’amministrazione della giustizia nel fatto. molto meglio un verdetto giuridicamente guidato da tecnici con carica a termine che una burocrazia nominata a vita, irresponsabile verso chiunque e divorata da autoreferenzialità e pratiche correntizie. La maggioranza pur illuminata non colmerà mai questi difetti strutturali della giustizia, parto di un’idea Costituzionale immatura che deve essere abbandonata per riprendere la strada delle giurie e dei prudentes che le guidano. Altrimenti certe dinamiche processuali sembrano veramente simili all’ordalia.