La storia contraffatta dal totalitarismo dell’UE

Enzo Pellegrin

www.resistenze.org – pensiero resistente – editoriali – 22-09-19 – n. 721

Ha ragione chi non è sorpreso della recente risoluzione del Parlamento Ue, la quale pretende di equiparare i simboli e la storia del comunismo a quella del nazismo.

1451922835-r

Gli europeisti dell’Unione amano circondarsi di retorica umanitaria, ma ricorda Domenico Moro che “l’organizzazione ispiratrice del processo di unificazione fu il Movimento Europeo di Joseph Retinger, primo segretario, fra l’altro, del Gruppo Bilderberg, che doveva servire ad avvicinare le élite economiche e politiche delle due sponde dell’Oceano Atlantico”, naturalmente in un ottica filostatunitense e anticomunista. (1)

Lo stesso celebrato Altiero Spinelli lega il proprio progetto Europeo alla necessità di fermare lo sviluppo del comunismo.

Nel “Manifesto di Ventotene” Spinelli manifestava il timore che gli stati nazionali pongano il popolo di fronte al tema del potere, favoriscano la presa di coscienza di classe e la tendenziale polarizzazione della società tra reazionari e rivoluzionari; le nazioni, “hanno infatti già così profondamente pianificato le proprie rispettive economie che la questione centrale diverrebbe ben presto quella di sapere quale gruppo di interessi economici, cioè quale classe, dovrebbe detenere le leve di comando del piano. Il fronte delle forze progressiste sarebbe facilmente frantumato nella rissa tra classi e categorie economiche. Con le maggiori probabilitài reazionari sarebbero coloro che ne trarrebbero profitto. Ma anche i comunisti, nonostante le loro deficienze, potrebbero avere il loro quarto d’ora, convogliare le masse stanche, deluse, assumere il potere ed adoperarlo per realizzare, come in Russia, il dispotismo burocratico su tutta la vita economica, politica e spirituale del paese.”

Proseguiva avvertendo che “Una situazione dove i comunisti contassero come forza politica dominante significherebbe non uno sviluppo in senso rivoluzionario, ma già il fallimento del rinnovamento europeo.” (2). Delledonne [2] ricorda a tal proposito che  il momento storico in cui vennero elaborate queste parole fu nel pieno dello scontro in corso col nazifascismo, quando i comunisti, in molti paesi, avevano già iniziato ad organizzare o partecipare a formazioni partigiane di resistenza, contro il potere di Hitler e Mussolini.

Dov’è dunque la sorpresa? Il fatto che politici opportunisti di bassa lega appartenenti al Partito Democratico abbiano votato la mozione? La presenza tra loro di un carrierista borghese come l’avvocato Giuliano Pisapia, già difensore del tycoon Debenedetti, già sindaco radical chic di Milano eletto con voti di Rifondazione Comunista?

Il percorso politico di siffatti personaggi, come delle formazioni in cui “militano”, già dimostra da molti anni un palese ed a volte ostentato anticomunismo.

Semmai, stupisce il tentativo spregiudicato di falsificare la storia, creare una sorta di “passato artefatto”, al solito fine di legittimare una struttura burocratica di dominio dei poteri finanziari ed industriali. In tale ottica – tutto sommato coeva ai timori di Spinelli – il popolo deve essere costantemente tenuto lontano dal potere e dalla possibilità di influire sulle sue decisioni di rilevanza pubblica e sociale.

Una fiction storyper raccontare ai popoli che il dominio assoluto dell’Ue si fonda su un diritto irreversibile, quasi divino.

In particolare, il passo che si sofferma sulle cause della Seconda Guerra Mondiale appare veramente un esercizio di criminale arroganza neocolonialista ed eurocentrica: il paragrafo M al punto 2 definisce il secondo conflitto globale “il conflitto più devastante della storia d’Europa” iniziato come “conseguenza immediata del famigerato trattato di non aggressione nazi-sovietico del 23 agosto 1939, noto anche come patto Molotov-Ribbentrop”.

Quante sciocchezze sono state scritte su questo patto, cui Josif Vissarionovic Dugasvilji era stato costretto da tutte le altre nazioni europee, le quali non vollero artatamente stringere accordi di difesa con l’Urss, contro la Germania nazista. Esse speravano infatti che la Germania nazista avrebbe utilmente distrutto l’Unione Sovietica e il suo popolo sovrano.

Su tali argomenti, i commentatori di area comunista vengono tacciati di citare solo storici a loro favorevoli, spesso dimenticandosi come tali storici si attengano a precisi documenti ufficiali, come è il caso di Kurt Gossweiler o Ludo Martens oppure a studi e documenti generalmente accettati dalla comunità universitaria.

Per allontanare ogni sterile contestazione, basterebbe ricordare cosa scriveva uno storico militare del tutto alieno da simpatie bolsceviche e tantomeno di sinistra: il colonnello inglese Sir Basil Liddel Hart, autore di una famosa opera divulgativa sulla Storia Militare della Seconda Guerra Mondiale, divenuta popolare nel dopoguerra. Nel primo capitolo, denominato “Il Preludio”, egli racconta come la classe dirigente inglese si mostrasse molto accondiscendente nei confronti delle pretese hitleriane di conquistare il proprio “lebensraum” a spese dei popoli dell’Est e non si faceva remora di farlo sapere al dittatore nazista.

Liddel Hart cita i documenti tedeschi, i quali riportano che Hitler, prima timoroso che le sue azioni potessero andare incontro a violente reazioni di Francia e Gran Bretagna, trasse in seguito incoraggiamento dalla visita che Lord Halifax gli fece nel 1935. Lord Halifax era allora Lord President of The Council, una sorta di vice Primo Ministro dell’Impero. Proprio secondo la versione del colloquio contenuta nei documenti tedeschi, “Halifax fece capire ad Hitler che la Gran Bretagna gli avrebbe lasciato mano libera nell’Europa Orientale” (3). All’interno dei conservatori inglesi allora al potere, Halifax aveva frequenti scontri con il Ministro degli Esteri, Anthony Eden, per nulla incline a mostrarsi comprensivo con Hitler, mentre il premier Chamberlain sosteneva le posizioni di Halifax. Nel febbraio del 1938, “dopo ripetuti disaccordi con Chamberlain – che in risposta ad una sua ennesima protesta gli aveva detto di andarsene a casa e prendere un’aspirina – Anthony Eden decise di rassegnare le sue dimissioni da Ministro degli esteri” (4). A succedergli al Foreign Office, per decisione di Chamberlain, arrivò proprio Halifax. Pochi giorni dopo, l’ambasciatore inglese a Berlino, Sir Neville Henderson, propose a Hitler un colloquio confidenziale, una sorta di continuazione della conversazione di Novembre con Halifax. In essa, l’ambasciatore riportò ancora una volta le idee  di Halifax del 1935: il governo inglese nutriva molta comprensione per il desiderio di Hitler di “cambiamenti in Europa”. Le testuali parole furono: “L’attuale Governo Inglese si ispira ad un profondo senso della realtà”. Hitler, nel 1938, nutriva ancora molta preoccupazione che una sua azione di forza potesse scatenare una reazione violenta e portare alla distruzione dell’esercito tedesco. Tale timore era seriamente condiviso dai generali della Wermacht. Gli archivi tedeschi caduti  in mano alleata dopo la fine della guerra documentano un diffuso senso di sfiducia di tutte le autorità politiche e militari circa la possibilità per la Germania di condurre una guerra su vasta scala. Al tempo in cui Hitler pensava ad esercitare pressioni sulla Cecoslovacchia, il generale Bock, capo di stato maggiore generale, redigette un memorandum per affermare che un aggressivo programma espansionistico avrebbe portato, nelle condizioni in cui la Germania si trovava, ad una catastrofe di dimensioni mondiali.

Eppure Hitler, come dimostrano i documenti successivi ai colloqui del 1935, pensò di aver finalmente ricevuto il segnale di via libera dalle potenze principali d’Europa.

In ogni riunione, per rintuzzare i suoi generali, affermava che nè la Francia nè l’Inghilterra sarebbero scese in campo, dal momento che consideravano la Germania il baluardo contro il bolscevismo.

L’antibolscevismo dei conservatori inglesi era palese: dal convinto simpatizzante Halifax al più opportunista e accomodante Chamberlain, indubbio rispetto era tributato agli “uomini forti” dell’Europa che avevano saputo riportare ordine nei propri paesi, fermando il pericolo della rivoluzione comunista. Stessi sentimenti nutriva la destra francese che era alle prese con il Fronte Popolare.

L’ulteriore incoraggiamento arrivava dal modo accomodante con il quale Francia e Gran Bretagna accolsero l’Anschluss dell’Austria. In tale occasione, proprio Chamberlain e Halifax respinsero le proposte che i sovietici avanzarono – dopo il colpo di mano tedesco – a favore di un piano di sicurezza collettiva per frenare l’avanzata di Hitler.

Nel settembre del 1938, quando Hitler decise di stringere i tempi a proposito della pressione sulla Cecoslovacchi,  esigendo la restituzione al Reich del territorio dei Sudeti, il governo sovietico tornò ancora alla carica, rendendo nota alle “democrazie” occidentali, in canali pubblici e privati, la propria disponibilità a prendere accordi con Francia ed Inghilterra, per l’attuazione di misure volte a difendere il paese minacciato. La richiesta venne bellamente ignorata. Non solo: l’Unione Sovietica venne esclusa dalla successiva Conferenza di Monaco, dove la capitolazione e il voltafaccia di Chamberlain e Daladier decisero il destino avverso dei cechi, in spregio alle promesse fatte dai due governi di garantire la loro integrità.

Chamberlain disse che il patto di Monaco significava “pace per la nostra epoca”. Gran Bretagna e Francia avevano voltato la faccia ai Cecoslovacchi accogliendo le rivendicazioni espansioniste di Hitler, ma Daladier in Francia si fece passare come “artefice della pace”.

Per Hitler significò non solo un ulteriore e decisivo trionfo, ma la fondata consapevolezza che le sue azioni aggressive non avrebbero visto scendere in campo la Gran Bretagna. Questo è confermato dal fatto che, se avesse messo in conto una guerra di vasta scala contro la Gran Bretagna, egli avrebbe quantomeno potenziato la propria “Kriegsmarine”, in modo tale da contendere agli inglesi il potere marittimo. In realtà non la portò nemmeno al livello permesso dal trattato navale anglo-tedesco del 1935 (5).

Le potenze occidentali, da un lato e nei fatti, assentivano alla politica aggressiva di Hitler verso Est, sperando che arrivasse ai bolsevichi, addirittura sacrificando i popoli verso i quali si erano impegnati, come fu per i Cechi. Dall’altro, le medesime potenze rimanevano indifferenti alle proposte sovietiche di varare un piano di sicurezza europeo contro le mosse di Hitler.  In un tale scenario, all’Unione Sovietica non rimane che giocare l’unica  carta decisiva possibile: un patto di non aggressione con l’odiato nemico, per cercare di recuperare quella sicurezza necessaria a organizzare la propria difesa nazionale. Quel patto consentì all’Unione Sovietica di rafforzarsi e di resistere all’attacco tedesco del 1941, giungendo a sconfiggere da sola il nazismo, e conseguentemente a liberare l’Europa. Per un interessante disamina del Patto Molotov Ribbentrop, leggere qui (http://www.resistenze.org/sito/te/cu/st/custji03-021775.htm)

E’ stupefacente come oggi, nella risoluzione UE, questo patto venga invece utilizzato per coprire la evidente responsabilità delle “democrazie”  europee nell’aver lasciato mano libera ad Hitler ad oriente. Questo ha anche l’effetto di cancellare la verità storica della liberazione del nazismo ad opera dell’Armata Rossa, la quale fu in grado di farlo, proprio in virtù di quel patto di non aggressione.

E’ ancor più stupefacente che  questa finzione storica venga costruita con la negazione di fatti e verità condivise dagli storici ben lontani dalla prospettiva marxista, come lo storico militare sopra citato, oppure contro le memorie dello stesso Churchill, che certo non ebbe remore a descrivere gli eventi che fecero precipitare la guerra (6).

In questa stantia retorica propagandistica, l’Europa cerca di vendere il suo solito e limitato concetto di libertà del quale ormai i suoi popoli hanno capito l’antifona. Quella libertà solo negativa, comoda al dominio della finanza globale, per cui alcune libertà fondamentali sono protette solo dall’ingerenza dello Stato, ma non dal dominio delle classi economicamente dominanti. Si parla di libertà di stampa, di pensiero, di circolazione, di vita e si pone  sullo stesso piano l’asserito diritto di godere senza grandi limiti della proprietà privata di capitali e mezzi di produzione, i quali sono mezzi – più potenti degli stati – attraverso i quali oggi viene compressa in modo inusitato l’altrui vita e sfera di libertà. Parimenti non si parla mai delle libertà “positive”: il diritto ad un buon lavoro, alla casa, all’ambiente salubre, le quali vengono intese sempre in modo programmatico, plasmate (e ridotte) nel libero gioco del potere economico, che alla fine finisce per condizionarle e spesso negarle.

In questo finto gioco dei diritti, il comunismo viene visto come il peggiore nemico, proprio perché affronta alla radice la domanda fondamentale sui diritti e le libertà: non solo libertà, ma “libertà per chi?”

Un sistema sociale garantisce la libertà quando la realizza in modo sostanziale per tutti, limitando appunto il principale compressore dei diritti: il potere economico e l’anarchia produttiva dei competitori e gestori privati.

In questo senso, un amico recentemente ricordava i “Dialoghi tra Profughi” di Bertolt Brecht, nel quale Kalle riflette sul concetto di libertà: “assolutamente libero non lo è nessuno che abbia il potere, nemmeno il popolo. Anche i capitalisti non sono assolutamente liberi, cosa si crede? Non son tanto liberi, per esempio, da poter nominare presidente un comunista, oppure da poter fabbricare solo quanti vestiti occorrono, e non quanti se ne possono smerciare. Sotto il comunismo è invece proibito farsi sfruttare, questa libertà è eliminata in partenza” (7).

Questa Europa, questa retorica burocrazia europea, nata dal desiderio di evitare che il popolo raggiungesse l’abolizione della libertà di farsi sfruttare, da Bilderberg a Spinelli, si è cementata sulla paura del comunismo, nel timore che il popolo riprendesse su di sè il potere di decidere della produzione della propria ricchezza, del proprio destino, del proprio territorio.

A far da collante non basta però la sola paura: occorre costruire una menzogna capace di allontanare il popolo dal desiderio di autodeterminazione. Da un lato la fabbricazione dei desideri e del consumismo, attraverso il quale lo sfruttato si distrae dalle proprie catene, dall’altro la fabbricazione delle menzogne.

Se dovessimo definire questi stratagemmi egemonici con una sola parola, potremmo usare il termine “vizio”, in contrapposizione alla virtù. Il vizio è quello stato in cui ci si dimentica di essere umani, capaci di autodeterminazione, e si accetta la sorte di essere determinati e limitati da altri.

La malta sulla quale è costruita l’Europa diviene allora chiara nella sua natura: un fango di paura e di vizio. L’immagine che Sciascia adottava per descrivere il “confidente di polizia”, in equilibrio tra mafia e Stato nel dopoguerra, tra fascismo e resistenza durante il conflitto.

Questa odierna burocrazia europea, in equilibrio immorale tra profittatori e popolo da anestetizzare, non è poi diversa da quella che precipitò cinicamente i popoli d’Europa nella tragedia del secondo conflitto mondiale, per la paura del comunismo e per l’aspirazione a distruggerlo, sperando di utilizzare a tale scopo il demone nazista, il quale, nella sua concezione di lebensraum,non faceva altro che ispirarsi alla tradizione e alla prassi colonialista delle potenze europee che gli davano spago.

Il furbo Ziffel, nel citato dialogo di Brecht, ricorda che “il potere, il popolo, se lo prende solo in stato di estrema necessità, Dipende dal fatto che in generale gli uomini pensano solo in caso di estrema necessità. Solo con l’acqua alla gola. La gente ha paura del caos”

Noi che invece vogliamo fabbricare l’antidoto a Ziffel, cerchiamo di coltivare umani pensanti. Questo pensiero indipendente si renderà un giorno conto della necessità di dare un calcio all’edificio capitalista, fango di paura e di vizio.

Note: 

1) Domenico Moro, https://www.facebook.com/domenico.moro.10/posts/1316940825136071

2) Manifesto di Ventotene (Wikisource) in Francesco Delledonne, Il mito reazionario dei padri fondatori dell’UE, in lacittafutura.ithttps://www.lacittafutura.it/esteri/il-mito-reazionario-dei-padri-fondatori-dell-ue

3) B.H.Liddel Hart, Storia Militare della Seconda Guerra Mondiale, Il Preludio, Gli eventi che fecero precipitare la guerra, p. 10, Mondadori.

4) B.H. Liddel Hart. op. cit. p. 10

5) B.H. Liddel Hart, op. cit. p. 8

6) E’ significativo un passo di Wiston Churchill, ne La Seconda Guerra Mondiale, The gathering storm, pp. 381,382, Cassell, London, 9th ed., nelle quali si finisce per sviscerare le pesanti contraddizioni della politica occidentale, indizio di quella che fu sostanzialmente una politica prima di tutto avversa all’Unione Sovietica, e che finì per generare – in modo apparentemente irrazionale – il pesante e globale conflitto che fu: “Combattere sarebbe stato possibile nel 1938, quando l’esercito tedesco poteva disporre sul fronte occidentale tutt’al più una mezza dozzina di divisioni motorizzate e la Francia, forte di sessanta o settanta divisioni, avrebbe potuto facilmente superare il Reno e invadere la Ruhr. Ma ciò era stato giudicato irragionevole, precipitoso, contrario al pensiero ed alla morale moderna. Ed ora finalmente le due democrazie occidentali si dichiaravano pronte allo sbaraglio, per proteggere l’integrità di questa strana repubblica della risorta Polonia. La storia, che costituisce in massima parte il resoconto dei crimini, delle follie, delle meschinità umane, può essere studiata e sviscerata a fondo senza che si riesca a trovare un parallelo a questo totale ed improvviso capovolgimento di una politica, ispirata per cinque o sei anni ad una faciloneria pacifista; senza che si trovi un esempio paragonabile alla trasformazione che nello spazio di quasi una notte era avvenuta, con la decisione di accettare una guerra ovvia e imminente, in condizioni assai peggiori e su vasta scala… Adesso, nel momento peggiore e sulle basi più sfavorevoli si era presa una decisione che avrebbe condotto sicuramente al macello decine di milioni di uomini…”

7) Bertolt Brecht, Dialoghi tra Profughi.

 

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...