I liberali fagocitati da una certa idea di libertà

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Enzo Pellegrin

Nell’aprile 1947, ancora a fianco delle rovine della Seconda Guerra Mondiale, i componenti della cosiddetta “Internazionale Liberale” si riunivano ad Oxford. Dal congresso scaturiva una dichiarazione solenne, passata poi alla storia dei liberali come “Manifesto di Oxford”.

In esso, i liberali riuniti di 19 nazioni, “riuniti ad Oxford in tempo di disordine, povertà, carestia e paura causati da due guerre mondiali, convinti che le attuali condizioni del mondo sono largamente dovute all’abbandono dei principi liberali” affermavano una serie di principi, tra cui:

 

“Lo Stato è soltanto uno strumento della comunità: esso non deve assumere alcun potere che possa venire in conflitto con i diritti fondamentali dei cittadini, con le condizioni indispensabili per una vita responsabile e creativa, precisamente: […]  il diritto di proprietà privata e il diritto di iniziativa individuale”.

Si proseguiva dichiarando che “Questi diritti e queste condizioni possono essere assicurati solo da una vera democrazia […] inseparabile dalla libertà politica […] basata sul consenso cosciente, libero ed illuminato della maggioranza, espresso in un voto libero e segreto, con il dovuto rispetto per la libertà e le opinioni delle minoranze.” Si aggiungeva che “La soppressione della libertà economica conduce inevitabilmente alla scomparsa della libertà politica. Noi ci opponiamo a tale soppressione, tanto se è conseguenza della proprietà o del controllo statale quanto se risulta da monopoli, cartelli o trust privati. Noi ammettiamo la proprietà di Stato solo per le imprese che vanno oltre le possibilità della iniziativa privata o là dove la concorrenza non ha più modo di operare.

Quanto alla forma che i rapporti economici dovessero avere per la realizzazione di tali principi, si confermava che la libera circolazione dei fattori produttivi era un dogma insostituibile, dogma che negli anni a venire avrebbe costituito la spina dorsale dell’attuale neoliberismo: “La guerra può essere abolita, la pace del mondo e la prosperità economica possono essere ristabilite, soltanto se tutte le nazioni si attengono alle seguenti condizioni: […] il libero scambio delle idee, delle notizie, delle merci e dei servizi fra le nazioni, e la libertà di movimento all’interno di ogni paese e fra paese e paese, senza gli ostacoli costituiti dalla censura, dalle barriere commerciali protezionistiche e dalle restrizioni sui cambi.”

Il testo integrale del manifesto liberale del 1947 può essere consultato qui.

Nel 1997, nell’occidente sviluppato, lontano dalle rovine dell’ultima guerra in casa propria, ma vicino a quelle che il sistema economico neoliberista aveva contribuito a creare, l’internazionale liberale si riuniva nuovamente ad Oxford, riaffermando gli impegni del manifesto del 1947. In particolare si dichiarava che “- il controllo statale dell’economia e i monopoli privati minacciano entrambi la libertà, politica”, ma poco dopo si ribadiva che  “siamo convinti che un’economia basata sulle regole del libero mercato conduca alla più efficiente distribuzione di ricchezze e di risorse, e incoraggi l’innovazione e promuova la flessibilità.”

Il testo integrale del manifesto del 1997 può essere consultato qui.

Nel 1997 non era da molto trascorsa la Prima Guerra del Golfo (agosto 1990-febbraio 1991), ma erano soprattutto fumanti le macerie delle guerre jugoslave e dell’intervento occidentale nel Kosovo, esempi oggi lampanti del collegamento infausto tra gli interessi dei monopoli industriali multinazionali e le campagne di destabilizzazione ed aggressione dell’alleanza atlantica, dopo la caduta del blocco socialista.

Questo tipo di ordine economico politico mondiale era seguito ai primi mattoni di costruzione neoliberista del “libero commercio e della concorrenza su scala mondiale”, anche attraverso l’evoluzione di quelle “organizzazioni internazionali” così care soprattutto al “manifestino” liberale del 1997, attraverso l’evoluzione del GATT, poi del WTO, dell’IMF, della World Bank, delle organizzazioni regionali come le CEE, CE, UE, per giungere agli attuali accordi di partenariato in corso di formazione nelle zone del mondo, dal transatlantico al transpacifico.

Pilastro fondante ideologico sbandierato dagli asseriti processi di “destatalizzazione” fu proprio uno dei convincimenti oxfordiani: il libero gioco delle forze in una competizione economica porta crescita, progresso e libertà politica.

La “ricchezza delle nazioni” di Adam Smith come ombra spirituale sullo sfondo.

Un libro che Adam Smith scrisse nel 1776 solamente quando la “sua” nazione, l’Impero Inglese, aveva già conquistato – proprio per mezzo della competizione spietata, l’egemonia politica e militare, il potere marittimo su tutto il globo e soprattutto sugli scomodi concorrenti mercantilisti, i quali difendevano la propria ricchezza e la propria posizione grazie a comportamenti di sovranità economica definiti di lì in poi “protezionismo”. D’ora in poi, nel libero gioco della concorrenza, la potenza economica inglese sarebbe stata egemone. Ora che si era sicuri di vincere, si poteva giocare con regole aperte.

Quale crescita, libertà economica e politica, pace abbiamo portato ai popoli del globo queste campagne di liberalizzazione e di ampliamento della competizione economica senza lacci è storia dell’oggi, delle macerie della guerra, della povertà generata da quella che è forse la più grave e massiccia crisi di sovraproduzione con successiva stagnazione.

L’aumento della concorrenza favorisce la sopravvivenza dei soli più forti: i monopoli in grado di dominare e rispondere al mercato finanziario. Attraverso le “organizzazioni internazionali” e la promozione del neoliberismo internazionale si è certamente indebolito il controllo dello Stato sull’economia –  fino ad annullarlo, come avviene per i deboli membri delle organizzazioni regionali come la UE. Accanto a ciò, si sono costruite fondamenta quasi indistruttibili di un Leviatiano ancor più grande, quello delle Organizzazioni, Internazionali e Regionali, dei Trattati di Partenariato, delle Alleanze Militari, tutti istituti direttamente rispondenti ai comitati d’affari dei monopoli privati, i quali non hanno più bisogno dello Stato o degli Stati. Hanno il “loro stato”, che non è nemmeno più “stato nello stato”, ma stato oltre lo stato.

La sacralità del diritto all’iniziativa individuale di impresa ha finito per schiacciare l’individuo nel tritacarne della concorrenza, togliendo ai singoli operatori economici quella libertà che nella concorrenza anelavano. Non c’è singolo imprenditore che non sia, al di sotto di sotto un certo livello, completamente suddito dei poteri finanziari o di altri monopoli più grandi.

Fatto più importante, la libera concorrenza dei fattori di produzione su scala mondiale ha portato alla quasi totale scomparsa della libertà politica, degli stati, dei popoli e degli individui, fino a costituire democrazie pseudorappresentative in cui le minoranze non hanno più voce, le maggioranze si reggono su una “dittatura” (nel senso liberale del termine, non in quello della tradizione marxista) assicurata da premi elettorali sproporzionati e clausole di sbarramento che pongono nel nulla la rappresentatività di milioni e milioni di voti.

Diventa davvero difficile affermare l’esistenza di una libertà politica quando oltre 4 milioni di voti non sono spesso sufficienti a garantire una rappresentanza parlamentare.

Il dominio dei mezzi di comunicazione di massa e le rigide regole per la presentazione delle candidature impediscono poi la crescita di reali forze di opposizione, slegate da cartelli elettorali o concentrazioni di potere graditi ai reali detentori della forza economica, politica e militare.

Insomma il paradiso che la libera concorrenza in economia doveva garantire si è trasformato in quell’inferno che i liberali volevano romanticamente combattere con l’inesauribile fede nelle capacità individuali.

Chissà se i liberali convenuti nel 1947 ricordavano (la memoria era più fresca) che i loro colleghi italiani collaborarono con  il fascismo proprio nel momento della sua ascesa al potere, entrando a far parte del primo governo Mussolini, continuando a sostenerlo anche dopo la fuoriuscita dei popolari, sino a presentarsi con i fascisti nelle successive elezioni in un “listone” che beneficiava del premio antidemocratico della legge elettorale “Acerbo”, la quale  attribuiva alla lista che avesse raggiunto la maggioranza relativa (superando il 25% dei voti) un premio che le consentiva di ottenere i due terzi del seggi della Camera. La “nuova” legge elettorale era stata approvata dalla Camera il 21 luglio 1923, grazie al voto favorevole di fascisti, liberali ed esponenti della destra cattolica.

Tralasciando per un attimo il divertimento nella descrizione delle democrazie rappresentative, torniamo al tema dei “diritti umani”, tanto caro alla mistica dei liberali.

Non c’è epoca, come quella odierna, in cui i diritti fondamentali non siano divenuti merce a caro prezzo, persino nei cosiddetti “paesi sviluppati”. Anzi, soprattutto in quelli.

Non hai diritto alla vita se non hai i soldi per curarti, non hai diritto alla famiglia se non hai i soldi per pagare l’istruzione, la casa, il medico ai tuoi figli. Non hai diritto alla libera circolazione se non hai i soldi per spostarti.

Soprattutto non hai diritto all’informazione, alla libera cultura ed alla libera scienza. Non ce l’hai in ogni caso, anche pagando, e soprattutto nei paesi occidentali.

E’ davvero ingeneroso commentare il paragrafo dedicato al “cammino del liberalismo” dal 1947 al 1997, stilato nel manifestino oxfordiano del ’97. Si parla di “ritorno della libertà e della democrazia in quelli che erano i Paesi comunisti in Europa”, ed oggi in molti paesi dell’Est vigono regimi autoritari se non dichiaratamente fascisti, come in Ucraina, Polonia, Ungheria, nei quali il mancato rispetto dei diritti umani e del diritto del lavoro fungono da leva per distruggere i diritti della classe lavoratrice e in generale i diritti sociali dell’Europa intera. Non a caso questi regimi sono appoggiati dalle alleanze economiche e liberiste occidentali.

Si parla di “diffusione dei governi democratici e del rispetto della legge” e mai come nell’epoca odierna il rispetto della legge e della costituzione viene visto come fastidio, laddove limita lo strapotere economico dei monopoli, e viene ricordato solo quando occorre reprimere il dissenso.

Si parla di “rispetto crescente per i diritti umani, sia nell’ambito degli Stati, sia come soggetto di tutela internazionale e – se necessario – di intervento” e mai come nella nostra epoca le violazioni dei diritti umani sono praticate in aree sempre più estese nel mondo, in particolare nelle aree controllate dalle alleanze militari ed economiche occidentali (da Israele, all’Arabia Saudita, all’Ucraina, all’Ungheria, alla Polonia, alla Turchia). Il diritto di intervento viene praticato solamente nei confronti del concorrente politico ed economico fastidioso per il mondo occidentale, spesso con accuse di violazioni completamente false o costruite dallo stesso Occidente “liberale”.

Un velo pietoso può essere steso sulle considerazioni in merito alla “aumentata libertà di informazione, di comunicazione e di spostamento, dentro e fuori i confini nazionali”, alla “accettazione del fatto che la condivisione di responsabilità nell’ambito della comunità internazionale comprende l’obbligo di impegnarsi per combattere la povertà nel mondo e per proteggere globalmente l’ambiente”, già fuori luogo e completamente inesistenti nel 1997, di fronte alla disinformazione perpetrata sulle guerre jugoslave, lo sfruttamento del terzo mondo e dell’ambiente globale.

Con un occhio alla libertà della scienza e al dominio degli attuali sistemi di informazione, va ricordato come l’odierno mainstream, in mano ai poteri dominanti nati dal neoliberismo internazionale, mediante campagne retoriche e completamente ascientifiche, espelle come velleitarie e farlocche le teorie economiche che non abbraccino l’austerità od il monetarismo, in un oscurantismo culturale paragonabile a quello della Chiesa Cattolica dal medioevo al 600. Due economisti italiani, Amedeo Di Maio e Ugo Marani, riuscivano a pubblicare nel 2015 solo col piccolo editore “L’asino d’oro” un bel volume dal titolo “Economia e luoghi comuni” in cui raccoglievano scritti di Autori Vari del mondo accademico economico italiano oscurati dal mainstream. Nella prefazione si ricordava come in una trasmissione televisiva, alla usuale domanda “Cosa si può fare per risolvere il problema”, l’ospite non si scoraggiava e rispondeva “Occorre ridurre le tasse e tagliare la spesa pubblica!”. Il problema, raccontano gli autori, è che non si stava discutendo di economia, ma di una legge elettorale italiana, l’allora cosiddetto “italicum”. (A. Di Maio, U. Marani e A.A. V.V., Economia e Luoghi Comuni, 2015, L’Asino d’oro, pref. p. XI).

Tornando alla libertà politica ed alle democrazie rappresentative, vien bene concludere con una riflessione di Piergiorgio Odifreddi, tratta dal suo ultimo divertente scritto “La democrazia non esiste”. Il matematico, a proposito dello sviluppo delle odierne tendenze politiche, ricorda il noto paradosso dei due gelatai, che molto suggerisce anche sui rapporti tra libertà di iniziativa econoimica, concorrenza e partecipazione alla vita sociale.

Sui gelatai, “la loro disposizione ottimale, su una spiaggia di un chilometro, dovrebbe essere a 250 metri dai due estremi, per far sì che nessun bagnante debba percorrere più di 250 metri per andare a comprare il gelato. Ma poichè i bagnanti situati verso gli estremi andranno comunque dal dal gelataio più vicino, ciascuno dei due gelatai tende ad avvicinarsi al centro per rubare clienti all’altro, fino a che i due si troveranno entrambi nella stessa posizione, con la possibile conseguenza che i bagnanti dei due estremi rinuncino ad andare ad acquistare il gelato, se la distanza dal centro viene da loro percepita come eccessiva.” (P. Odifreddi, La democrazia non esiste. Critica matematica della ragione politica, Rizzoli, 2018, p. 18).

L’astensionismo degli odierni sistemi rappresentativi bi o tripolari si attesta ormai intorno a percentuali stabili vicine al 30%, con punte occasionali che sfiorano la metà degli elettori in singoli appuntamenti elettorali. Il trend statistico dà comunque in costante aumento il non voto anche nei paesi il cui recarsi alle urne è obbligatorio (grafico fig. 1). Anche le recenti elezioni politiche italiane hanno visto un’affluenza pari al 73%. Sebbene non si sono ripetute le percentuali di astensione di alcune consultazioni locali od europee (che costituiscono però un fenomento a se’) il confronto con consultazioni di natura omogenea vede confermata tale tendenza: due punti in meno rispetto alle precedenti elezioni politiche del 2013, dove aveva votato il 75,20%.

Fig. 1 – percentuali di votanti

Con ciò, il vero Leviatiano ha risolto il sistema della rappresentatività: far votare sempre nella stessa zona i rimanenti  elettori che sono disposti ad abdicare così tanto alle proprie aspirazioni ed ai loro interessi per un gelato.

E sempre Odifreddi ricorda Bertrand Russel, il quale notava come i politici non possano mai essere più stupidi di coloro che li hanno eletti.

Fig. 2: Paradosso dei due gelatai.

 

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