Ancora sulla Dinamo Dora Rugby

Boraest riceve e pubblica

di Federico Milano

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Il prossimo 2-3 giugno si svolgerà presso il motovelodromo Fausto Coppi la 3^ edizione della Festa del Rugby Popolare organizzata dalla Dynamo Dora Rugby. Parteciparvi sarà, credo, un’occasione importante per comprendere quale sia il significato di sport popolare in una società dedita al consumo e al mercato da cui lo sport non è affatto immune. Significa pratica di inclusione, senza barriere di accesso economiche o di razza; significa riappropriazione di spazi collettivi a discapito di speculazioni edilizie; significa condivisione dello sport come diritto universale di fare esercizio fisico come momento ricreativo, di ricerca del benessere, di tutela della salute, ma anche come pratica agonistica; significa sano confronto sportivo dove la cultura sportiva fatta di solidarietà sia valorizzata a scapito della mercificazione della medesima, dell’individualismo, dell’egoismo. Una definizione dello sport poco in linea con l’ipocrita narrazione ufficiale, dove le pratiche di inclusione, di antirazzismo, di antisessismo sono declinate come valori totalmente avulsi dal significato politico. Sovvengono le parole del campione del mondo dei pesi massimi Larry Holmes, che conversando con un giornalista a proposito di razzismo gli spiegava: << E’ dura essere negro. Ti è mai capitato di esserlo? A me si, una volta, quando ero povero>>. No, il vocabolo inclusione non può essere assoluto, deve essere accompagnato da contenuti che non si costruiscono indossando una maglietta ogni tanto, ma si praticano sempre, nella vita di tutti i giorni come al campo di gioco. Lo sport popolare è una coniugazione partigiana che non ama gli indifferenti, e non è un caso che il comunicato della Dynamo Dora Rugby sulla questione dell’esclusione della Sigonella Hoplite Rugby Club, si chiuda con la citazione di Antonio Gramsci. Decisione che non soltanto è coerente con una realtà di pratica sportiva popolare, ma che è tutt’altro che scontata. Ben più facile sarebbe stato interpretare la richiesta di partecipazione alla festa come unicamente proveniente da un gruppo di appassionate/i di rugby. Avrebbe però significato disattendere quei valori sportivi di solidarietà e concreta inclusione sociale che stanno alla base del percorso sportivo e politico delle realtà di sport popolare. Purtroppo per loro le “sigonelle” prima ancora che giocatrici di rugby rappresentano quel braccio armato corresponsabile di quelle politiche imperialiste che praticano a suon di bombe il concetto di inclusione; la mano militare che depreda il sud del mondo dal quale provengono a causa delle guerre e della povertà quei profughi, le cui esigenze, in modo ipocrita l’antirazzismo di maniera dello sport ufficiale vorrebbe soddisfare con qualche spot patinato.

Non tutti hanno capito, o voluto capire. Si sono levate accese parole contro la decisione della Dynamo Dora Rugby: “pagina nera per lo sport”, “lo sport unisce e non divide” “la politica deve restare al di fuori dello sport” si è letto e sentito in questi giorni. Quello che più spiace è che siano stati molti appassionati di rugby a non volere comprendere l’esatta portata della questione: “Questi non hanno capito il vero significato del rugby, con questa decisione ne tradiscono lo spirito” i loro commenti.
Spiace dirlo ma il rugby, sport nobile per tradizione, non è purtroppo esente dalle contraddizioni della mercificazione dello sport. Premesso che ogni disciplina sportiva ha le sue proprie specificità dal punto di vista temperamentale, dovrebbe escludersi una superiorità culturale dell’una sull’altro, avendo di per sé tutte pari dignità. Ciò che distingue non è la particolarità dell’una o dell’altra, ma il contesto economico che le permea.
Mi pare chiaro che sani valori sportivi siano più facili da trovarsi nella pizza in compagnia che segue un incontro di un qualsiasi sport minore o amatoriale, che non nel decantato terzo tempo, pure privo di riscontro in altri ambienti sportivi, al Parco dei Principi fra i professionisti del rugby francese.
Sarebbe pertanto il caso di svelare quell’ipocrisia, da cui anche una splendida disciplina come è quella del rugby non è immune, ma che consente, ad una parte dei suoi sinceri estimatori, di condannare la decisione della Dynamo Dora Rugby. Non è indossando delle magliette a strisce orizzontali che si determina uno spirito; non è la disciplina in sé e per sé a elevarsi sopra le altre, ma il contesto nel quale la si pratica. La spettacolarizzazione, la commercializzazione, il professionaismo esasperato accomunano moltissimi sport, ed è contro questa deriva che si muove lo sport popolare, contrapponendo valori come inclusione sociale, solidarietà, antirazzismo, antisessismo. Coloro che ora voltano la schiena alla Dynamo Dora Rugby, quale spirito attribuiscono alla palla ovale sudafricana prima del ’92, quando esistevano due federazioni, una per i bianchi e una per i giocatori di colore? Quando parlano di sport che unisce e non divide, cosa pensano delle nazionali di rugby britanniche, della Francia, della Nuova Zelanda e dell’Australia, che in pieno regime di apartheid si recavano in tour in Sudafrica, addirittura rinunciando ai propri atleti di colore, per competere con gli Springboks e altri team locali, tutti rigorosamente composti da giocatori bianchi?
Fu proprio a seguito del tour in Sudafrica dei mitici All Blacks nel 1976, peraltro subissati da critiche da tutto il mondo, che le nazionali africane decisero di boicottare le Olimpiadi di Montreal. Eppure ancora negli anni ’70 e ‘80, quando ormai quasi tutte le federazioni internazionali (compreso il rugby) avevano isolato il Sudafrica per il regime di apartheid, selezioni quali i Britisch and Irish Lions o i Cavallliers della Nuova Zelanda, team composti dai migliori giocatori in circolazione, continuarono a svolgere test match in Sudafrica.
Ebbene, se continuiamo a vaneggiare di uno spirito del rugby alla stregua di un mito avulso dal contesto socio economico in cui opera, pensando a quegli anni non c’è proprio da andare fieri.
D’altra parte episodi nobili, che adesso nessuno si sognerebbe di contestare, assolutamente equiparabili alla scelta della Dynamo Dora Rugby, non mancano nella storia dello sport. Già si è detto a proposito del Sudafrica del boicotaggio olimpico dei paesi africani; dell’isolamento subito a partire dagli anni ‘80 da parte di quasi tutte le federazioni internazionali. Nella Coppa Davis 1974 prima l’Argentina, quindi in finale l’India di Indira Gandhi si rifiutarono di scendere in campo contro la selezione sudafricana. Per inciso, scelta differente fece la nostra federazione. Tutti ricordano le discussioni intorno alla vittoriosa finale di Santiago del Cile 1976, ma già nel 1974 i nostri scesero a patti con la segregazione razziale volando a Joannesburg.
Episodio ancora più lontano nella memoria, riguarda il calcio. A rileggere i commenti di oltre quarant’anni fa si rinviene il medesimo arsenale di indifferenza e superficialità, che accompagna ora le critiche alla scelta della Dynamo Dora Rugby: <<Non entriamo nel merito dei fatti che stanno all’origine dell’atteggiamento…, ma restiamo doverosamente nei limiti dei vigenti regolamenti sportivi… A nessuno, grande o piccolo che sia, può essere richiesta la regola dell’eccezione motivata da ragioni politiche, né è opportuno che la Fifa si trasformi in una specie di Onu con il compito di emettere risoluzioni con la certezza di provocare al suo interno la formazione di blocchi contrapposti… Lo sport internazionale può sopravvivere soltanto se non si trasforma in un consesso politico … La resistenza della Fifa … tende soltanto a rinforzare la legge della neutralità e dell’apoliticità dello sport e ad impedire la creazione di un precedente pericoloso>> (Da Stampa Sera, 6 novembre 1973). Per chi non lo avesse capito, stiamo parlando dello spareggio di qualificazione ai mondiali del ’74 fra Cile e Unione Sovietica. Erano trascorsi due mesi dal sanguinario golpe cileno, migliaia di oppositori del regime di Pinochet erano stati arrestati, torturati, uccisi; vigeva il coprifuoco. Le esecuzioni venivano fatte per strada; molti semplicemente scomparvero, altri più fortunati trovarono rifugio nelle ambasciate di paesi esteri o riuscirono a evadere dal loro paese prigione. In un simile contesto in cui di valore sportivo c’era ben poco da coltivare, i dirigenti della FIFA decisero, nonostante la richiesta di campo neutro da parte sovietica, che l’incontro di spareggio si sarebbe disputato in Cile come prevedevano i regolamenti. A fare da cornice all’incontro lo Stadio Nacional di Santiago del Cile, nelle cui viscere fino a pochi giorni prima venivano detenuti, torturati e assassinati i prigionieri politici, operai, impiegati e studenti. La Federazione calcistica dell’URSS per motivi politici, morali e di solidarietà con la popolazione di un paese amico fino a due mesi prima, si rifiutò di giocare in Cile, in uno stadio i cui spogliatoi ancora grondavano del sangue dei torturati. Non ci fu nulla da fare, gli esperti della FIFA decretarono che erano garantite tutte le condizioni di sicurezza e che lo Stadio Nacional era a norma. Il 21 novembre 1973 in ossequio al principio ipocrita che “lo sport è al di sopra delle questioni politiche “ si celebrò una delle pagine più squallide dello sport, “la partita più patetica della storia”: sugli spalti quasi vuoti Pinochet e gli alti gerarchi, in campo soltanto l’arbitro austriaco mandato dalla FIFA , gli undici giocatori del Cile e … nessun altro. Al fischio d’inizio gli atleti cileni senza avversari si passarono il pallone fra i piedi fino a depositarlo nella rete sguarnita. Sul tabellone troneggiava il risultato: CILE – UNIONE SOVIETICA 1-0.
Ripudiare il golpe cileno e il regime dittatoriale di Pinochet era costato ai sovietici la rinuncia al campionato mondiale di calcio: “ nello stadio di Santiago inzuppato del sangue dei patrioti cileni, gli sportivi sovietici non possono giocare per ragioni etiche” recitava il comunicato della Federazione Sovietica con cui annunciava la rinuncia della propria selezione a scendere in campo. Cosa direbbero oggi coloro che si scandalizzano per l’esclusione della formazione delle “Sigonelle”? Siccome lo sport unisce e non divide, pensano forse che i giocatori sovietici sarebbero dovuti scendere in campo, laddove si udivano ancora le urla e grida di terrore e dolore dei torturati e degli assassinati?
Appurate le debite differenze fra il regime sanguinario di Pinochet e il caso della Sigonella Hoplite Rugby Club, resta il fatto che i valori dello sport non si possono condividere con coloro che bombardano i popoli martoriati del sud del mondo. Sport popolare significa lavorare per unire i popoli in uno spirito di solidarietà e fratellanza, nulla a che vedere con chi gioca con bombe poco intelligenti.
Se fu il Cile di Pinochet a presentarsi alla kermesse mondiale del 74, come fu il tennis razzista sudafricano a vincere l’insalatiera d’argento dello stesso anno, nessuna sconfitta per lo sport se – almeno per una volta – a non essere invitate/i a una festa sportiva sono i rappresentanti di un esercito responsabile di dolore e morti.
Inclusione non significa indifferenza.

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