La telematica dei padroni delle ferriere.

Enzo Pellegrin

11/04/2016

Pubblicato anche sul numero 584 di resistenze.org

Uno dei luoghi comuni sempre in bocca a leader politici ed aspiranti leader è l’invocazione della tecnologia – nello specifico la telematica – come panacea buona a tutti i mali. “Digitale” e “On line” vengono spesso presentati come dinamici superamenti della burocrazia pelagica a favore della piena partecipazione del cittadino, cui verrebbero dati strumenti potentissimi per agire da solo, senza spreco di risorse “pubbliche”.

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Contro questa spregiudicata ed erronea narrativa si scontrano sempre i fatti, la cui cervice particolarmente dura riesce spesso a bypassare il velo dei media di regime che nascondono il cadavere nell’armadio.

Una regola di buon senso empiricamente confermata vorrebbe che l’innovazione tecnologica fosse considerata uno strumento. Esso, come tutti gli strumenti, non è né buono né cattivo, può riservare possibilità ed opportunità ragguardevoli e possiede nel contempo controindicazioni od effetti collaterali altrettanto ragguardevoli.

L’incidenza delle une o degli altri sulla vita sociale e del singolo individuo dipendono – come sempre – da chi predispone questi strumenti e da come li utilizza.

Sul chi e sul come, svolgono un ruolo decisivo i rapporti di produzione: quei rapporti economici che individuano le classi sfruttate, le classi dominanti e la particolare natura economica del predominio: dal controllo dei mezzi di produzione, della moneta, delle risorse e della ricchezza, alla capacità di influenzare il potere tramutandolo nel proprio comitato d’affari, riproducendo nelle sue leggi i vincoli di dominio della classe al potere: lo status capitalis.

Il dominio degli strumenti tecnologici da parte del potere non comporta mai un aumento neutrale della partecipazione del cittadino alla vita democratica. Piuttosto delinea come si vuole che partecipi o non partecipi. Non a caso introduce nuovi occulti e più efficaci limiti all’esercizio del diritto.

Già da queste righe si era fatto notare come la combinazione tra l’accesso preferenziale on line per mezzo di un codice PIN, la gestione degli sportelli “umani” o telefonici come soli luoghi di rimbalzo del cittadino (spesso gestiti dall’altra parte del globo) abbiano consentito di lasciarlo più solo, più fragile, incapace di risolvere ogni problema con un’amministrazione, una controparte contrattuale, un prestatore di servizi, un padrone, ormai colossi invincibili o muri di gomma.

I rapporti di produzione hanno molto a che fare, se non tutto.

Nel mondo del mercato, il cittadino ed il lavoratore non sono protagonisti, e a ben vedere non devono esserlo: pena la perdita della posizione di vantaggio dello speculatore e dell’opportunità di profitto. La persona deve essere mantenuta sola, indifesa, isolata o comunque nella posizione contrattualmente più debole. Solo così le sarà impossibile od eccessivamente costoso rivendicare nei fatti il proprio diritto garantito solo sulla carta.

Se non ne verrà profitto, si rimedierà una speculazione al ribasso, e il dominante di ogni situazione cadrà sempre in piedi.

Già ne avevamo parlato per la gestione delle posizioni INPS, a proposito dell’elevato costo e complessità del processo telematico in luogo dei limitati benefici apportati alla sveltezza dell’apparato giudiziario, sulla cui velocità sembra abbia maggiormente inciso la necessità di processare il conflitto sociale, il movimento NOTAV o il fenomeno mediatico-politico di riferimento, più che le innovazioni tecnologiche informatiche.

Ne dobbiamo riparlare a proposito di un’altra innovazione telematica strombazzata in TV (con tanto di spot) dalla disneyland governativa: le dimissioni del lavoratore, da poco tempo possibili solo on line.

Meno di un mese fa entrava in vigore la nuova disciplina delle dimissioni telematiche introdotta dal famigerato Jobs Act renziano, con la quale si è disposto che le dimissioni dei lavoratori debbano essere rassegnate solamente in rete attraverso l’altrettanto famigerato PIN INPS. Si era pontificato che tale procedura avrebbe messo fine alla pratica criminale ed estorsiva di pretendere, all’atto dell’assunzione od in seguito, dimissioni “in bianco” con le quali ricattare o licenziare con più facilità il lavoratore.

Un’obiezione semplice semplice portava a rilevare che – se il fine era quello – sarebbe bastato sancire una volta per tutte che le dimissioni dovessero essere date solo per iscritto di fronte ad un funzionario della Direzione Territoriale del Lavoro che ne certificasse autenticità della firma e volontà, a pena di nullità e trasmissione degli atti alla competente Procura della Repubblica.

Un semplice accorgimento che avrebbe però fatto gridare all’inaccettabile aumento di carico burocratico, liste di attesa, code di lavoratori dimissionari arrabbiato colla lentezza degli uffici.

Una canea di teste deboli avrebbe magari concordato e latrato all’oscurantismo.
Chissà perché un tale massivo fenomeno dimissionario non ci è mai apparso previsione così realistica…
Con le dimissioni telematiche, tutto si può fare con il codice INPS.
Tutto, appunto.
Anche ricattare il lavoratore nello stesso identico modo, magari avendo più chance per farla franca.

Non è passato neanche un mese dall’operatività delle panacee governative che già giungono precise segnalazioni di quelle che sono vere e proprie estorsioni e come tali dovrebbero essere perseguite dall’autorità giudiziaria penale.

Un sindacalista umbro riferisce al Fatto Quotidiano come negli uffici legali del sindacato piovano denunce circa datori di lavoro che pretendono, all’atto dell’assunzione, il codice INPS del lavoratore sotto la minaccia: “o me lo dai o ti trasferisco in sede lontanissima”, oppure “non ti assumo”, ovvero “non ti confermo il contratto a tempo determinato”! [1]

E dire che il jobs act ha reso licenziare il lavoratore facile, al prezzo di una bottiglia di Dom Perignon (le proporzioni vanno mantenute…).

Si tratta di veri e propri gravi reati che integrano la condotta di estorsione di cui all’art. 629 c.p.: “Chiunque, mediante violenza o minaccia, costringendo taluno a fare o ad omettere qualche cosa, procura a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno, è punito con la reclusione da cinque a dieci anni e con la multa da euro 1.000 a euro 4.000” Al di là della multa, rimasta ridicola per un fatto così grave, la fattispecie è tra le più gravi del nostro codice, legittima il fermo di indiziato di delitto, impone in caso di flagranza l’arresto obbligatorio, è procedibile d’ufficio, non occorre una formale querela, basta notiziarne l’autorità, e prevede l’applicabilità delle più gravi misure cautelari personali quali il carcere o la detenzione domestica.

Basta aver voglia di indagare e perseguire, visto che la fattispecie legittima anche i mezzi di indagine più insidiosi, quali le intercettazioni telefoniche ed ambientali.

Il governo renziano ha conferito, con il jobs act, una possibilità infinita al datore di lavoro di sorvegliare e spiare i suoi lavoratori. Deve solo dirglielo. La pratica di anni ha dimostrato una certa necessità giudiziaria di spiare invece i datori, soprattutto quando assumono, danno disposizioni organizzative, pretendono trattative al ribasso con lo sfruttato di turno.

Quando poi tale attività è sistematicamente esercitata nell’ambito dell’attività di impresa, gli imprenditori e i loro dirigenti che vi concorrono sistematicamente quale adesione al progetto associativo in numero superiore a tre, possono astrattamente essere imputati altresì del reato di associazione per delinquere (art. 416 c.p., od addirittura art. 416bis c.p. se l’attività è posta in essere con la connotazione dell’associazione di tipo mafioso).

Questo ed altri comportamenti di illegittima pressione ai danni dei lavoratori nell’ambito della contraddizione capitale-lavoro potrebbero essere astrattamente perseguiti nell’ambito delle leggi in essere.

Al contrario, come in molti ambiti, l’atteggiamento governativo sembra essere quello di “disfarsi” di tali costi burocratici, scoraggiando i ricorsi, demandando all'”autotutela” dei privati (che è sempre quella del più forte). Ciò solleva dal costo di assumere nuovi giudici o pubblici ministeri, nuovi funzionari di controllo, nuovo personale per consentire l’applicazione dei diritti dei più deboli.

Dall’altro lato, un’amministrazione della giustizia sempre più disattenta a questi temi (mediaticamente poco rilevanti) ed adeguatamente indebolita nei ranghi e nelle procedure, non apre i microfoni, né fa scattare le manette per gli abusi di fabbrica.
E’ sempre, pertanto, una questione di rapporti di produzione e di sfruttamento, che permeano l’intera organizzazione sociale.

Forse, il modo di destare attenzione è quello di inventarsi una nuova fattispecie penale per reati che ci sono già come nelle tristi vicende dell’ “omicidio stradale”.

A questo punto, provocatoriamente, pur considerandolo inutile e tecnicamente dannoso, io ci metto del mio e propongo un nuovo reato estorsivo: “629bis c.p.. 1.Chiunque, con abuso delle relazioni di autorità o di ufficio derivanti da un rapporto di lavoro, in qualsiasi forma di fatto esistente, costringe taluno a fare o ad omettere qualche cosa, a consegnare dati o strumenti identificativi per l’accesso personale ad un sistema telematico, procurando a se’ o ad altri un ingiusto profitto o vantaggio, è punito con la reclusione da sei a dodici anni e con la multa da Euro 2000 ad Euro 10000. 2. Se dal fatto deriva la produzione o la formazione di un falso documento o di una falsa manifestazione di volontà, ovvero è commesso col concorso di più persone, la pena è aumentata. 3. Se il fatto è commesso nell’ambito dei reati di cui all’art. 416 c.p. o di cui all’art. 416bis c.p., la pena è aumentata ed all’all’accertamento della responsabilità segue sempre la confisca dell’azienda, del patrimonio sociale e dell’attività produttiva nonché il successivo prioritario affidamento a comunità di lavoratori od utenti ai sensi dell’art. 43 Cost. e solo in difetto allo Stato. La legge determina le modalità della confisca e della gestione dei beni così confiscati”

Chiunque, nelle stanze dei palazzi, voglia pensarci sopra, lo faccia sapere. Una discussione giuridica è sempre ben accetta.
Gli occhi foderati davanti alle estorsioni meno.

Note:
1] http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/04/07/dimissioni-telematiche-sindacato-cosi-le-imprese-raggirano-la-legge-ricattano-i-lavoratori-e-chiedono-il-pin-inps/2609755/

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