Continuità nella professione o continuità nell’oppressione?

Enzo Pellegrin

Credo che nessuno abbia compreso sino in fondo cosa significhi il “regolamento di continuità professionale” per gli avvocati emanato pochi giorni fa dal Ministro Orlando, in attuazione dell’art. 21, comma 1, della legge professionale forense, la l. n. 247/2012

Prevede l’automatica cancellazione per chi ha meno di cinque affari l’anno, non dispone di requisiti basilari come un fax, un telefono, una posta certificata, un’assicurazione professionale (anche se di questo ultimo – ma più importante per il cittadino – requisito non ne sono ancora stati determinati i contenuti minimi).

1946-40

Chi non rientra viene cancellato e non può reiscriversi e lavorare se non sono passati almeno 12 mesi dalla cancellazione, eccetto casi minimi di assenza di pec, mail o fax.

Fin qui, niente apparentemente da obiettare. Sono – tutto sommato – requisiti minimi, affrontabili.

Si era tuttavia provato ad inserirvi la regolarità nell’aver pagato i salatissimi ed insostenibili contributi minimi della cassa privata degli avvocati, la cassaforense, i cui oneri sono aumentati di circa il 400% in pochi anni, si devono pagare indipendentemente dal reddito guadagnato e non prevedono una progressione per i redditi più alti, che continuano a pagare poco sebbene guadagnino molto.

Il tutto in cambio dell’allungamento dell’età pensionabile solo dopo 40 anni di contribuzioni. Per alcuni dei giovani avvocati che non hanno goduto del salato riscatto degli anni di studio o di pratica vuol dire arrivare vicino all’ottantina per chiedere una pensione di contenuto miserrimo.

Si era provato: e sarebbe stata un’ecatombe di professionisti a basso reddito che non possono sostenere un’onere minimo previdenziale assurdo ed oltre i limiti della Costituzione. Un mondo di pensioni dove i ricchi rubano ai poveri.

In questo modo avrebbero depredato anche il lavoro.

Ma così non è stato.

E allora tutto va ben? Madama la Marchesa?

Proviamo a vedere perché no.

Tanto per cominciare: a chi serve la c.d. “continuità professionale”? Ci viene detto, serve come garanzia della professionalità del diritto di difesa. Per questo occorrono avvocati che – si dice – facciano veramente l’avvocato.

Ma è proprio vero?

In realtà la c.d. continuità professionale serve prima di tutto alla corporazione. Vale a dire: serve in linea di principio per “chiudere il mercato”, che in questo caso non è un mercato “industriale”, ma un mercato del lavoro, atteso che il numero di professionisti e la loro classe di reddito e subordinazione all’egemonia economica li qualifica come lavoratori più che come imprenditori.
Il numero ed il peso dei requisiti è oggi minimo, forse affrontabile dai più, ma su questo cammino non ci si metterà molto a trovarne di strumentalmente idonei a cacciare fuori i concorrenti deboli.
Uno fra tutti:  la regolarità contributiva ai soffocanti contributi di cassaforense di cui abbiamo appena parlato.
Oggi è poi previsto un “obbligo di formazione continua” affidato ai regolamenti dei consigli dell’Ordine e del Consiglio Nazionale Forense, organo non di elezione diretta dei professionisti che si è appena autoapprovato in piena e galoppante crisi, gettoni di presenza da 650 Euro a seduta e compensi forfettari annuali per le cariche dirigenziali fino a 90.000 Euro annui. Tutti spremuti dalle tasche di quei professionisti sui quali impongono giorno per giorno oneri e spese nuove.

Un’onere di questo tipo, apparentemente giustificabile, potrebbe – nelle misure assurdamente rigide e formali in cui viene oggi preteso – diventare insostenibile per professionisti a basso reddito che devono investire la maggiorparte del loro tempo nel “tenere” studi, anziché andare a far finta di sentire corsi o presentazioni di libri di “eccellenti”.

Si deve fare un minimo di ore e crediti ogni anno nei corsi organizzati e accreditati, spesso a pagamento. Se te ne perdi qualcuno, diventa difficile restare nel limite, perché non ne vengono organizzati tantissimi. Molti sono organizzati nei tempi in cui vengono fissate udienze, magari tutto il giorno, in una dimensione assai poco compatibile con la continuità del lavoro vero, quello che ti obbliga ad essere in udienza, in studio, ovvero a prepararti veramente.

Molti comprendono nelle ore di formazioni interventi che nulla hanno a che vedere con la formazione giuridica vera e propria. In un recente corso sono stati previsti interventi di responsabili di associazioni che presentavano la storia dell’associazione taluna e tal’altra. Addirittura interventi di politici in scadenza ed impegno elettorale.

Per non parlare di quando vengono concessi crediti per assistere alla presentazione di libri “eccellenti”, probabilmente belli ma senza contenuto tecnico. Alcuni addirittura romanzi.

Poi tra questi vi sono i corsi veri e propri: spesso seguiti con disinteresse perché era l’unico in cui erano rimasti posti. Così vedi il penalista interessarsi dei minimi reconditi della comunione patrimoniale tra coniugi. Non fa male. ma cosa ha a che fare con il concetto di “formazione continua”?

Molti di questi corsi si risolvono nell’illustrazione di una nuova legge, a volte senza nemmeno discutere sui problemi interpretativi che ne potrebbero scaturire.

Altre volte ancora è possibile vedere “obbligati alla formazione” che pressati dalla contemporanea udienza la seguono “a distanza”.

I crediti maturati in più in un anno non li puoi compensare con quelli di un’altr’anno. Non è prevista possibilità di vero e sostanziale recupero, che non si nega nemmeno agli studenti del liceo…

Il mancato rispetto formale di questo onere “formativo” può comportare la cancellazione dall’albo. Vale a dire  il licenziamento. Fired, come si dice più appropriatamente nelle culle del capitalismo mercantile.

Tutto questo dovrebbe garantire al cittadino che gli avvocati sono formati e professionali?
L’effettività e la professionalità del diritto di difesa è intanto garantita in modo sostanziale nel nostro ordinamento dal fatto che l’errore professionale può essere portato in giudizio davanti ad un giudice ordinario. Ognuno di noi quando prende un incarico, lo sa e si premunisce.
Non credo che tale assunzione di responsabilità e professionalità possa essere maggiormente garantita dalla frequentazione (spesso fittizia o che si concretizza per molti in una passata di badge) di corsi ai quali non si presta interesse, più che da un’autoistruzione che rappresenta comunque sempre la base dell’esercizio della professione.
Certo serve una  formazione continua, ma per raggiungerla veramente basterebbe un corso full immersion annuale in periodo di sospensione feriale, ovvero  – od in aggiunta – la presentazione di relazioni da parte di ciascun iscritto su argomento di novità o importanza giuridica.
I migliori potrebbero essere pubblicati ed essere patrimonio comune.
Sarebbe sempre meglio di quello che qui ed ora viene propagandato come “formazione continua” a pena di licenziamento od esclusione dalle liste d’ufficio. Quello che oggi esiste, più che uno strumento di accrescimento, si rivela un peso sempre meno formativo ed altrettanto meno sostenibile da chi invece alla professione di avvocato intende veramente dedicare il proprio tempo.

E perché no: anche il proprio ozio.
Si legga Bertrand Russel sull’importanza dell’ozio per la crescita culturale e la formazione.
In realtà, il regolamento sulla continuità professionale serve e servirà in futuro a sbarazzarsi della concorrenza, ovvero a negare il diritto al lavoro previsto dalla Costituzione, in nome di precondizioni astratte che nulla garantiscono da un punto di vista concreto.
Et encore, mi si passi la provocazione: se mi vedrò trascinato di fronte ad un tribunale, potrei preferire la difesa di un professore universitario o di un fidato amico con meno di cinque cause l’anno che di un professionista a 3000 affari l’anno, magari culturalmente inadeguato (“quando uno s’affiducia” diceva un avvocato giorni fa alle ribalte del trash televisivo), magari patteggiatore di professione (cup out lawyers, è la denominazione US), il quale non riesce a comprendere il dato umano della mia difesa perché non rientra nei suoi schemi commerciali razionali di massimo beneficio o minimo danno con minimo sforzo, oppure perché la parcella del gratuito patrocinio è più salata se si va a dibattimento, ovvero si fa un appello inutile.
Ma questi individui saranno e potranno essere in regola con la continuità professionale. Nulla apportando al diritto di difesa. Forse danneggiandolo.
Il diritto di difesa del cittadino è anche questo: avere un avvocato di cui fidarsi, anche se è fermo da un anno.

A fronte di questo, per il cittadino non è previsto il sostegno pubblico per affrontare i conti della difesa, se non per una ristretta fascia di non abbienti al di sotto dei diecimila euro di reddito annuale. I salati contributi unificati introdotti nel processo del lavoro (un tempo del tutto gratuito) per difendersi dai soprusi datoriali  sono anche qui scansabili solo per una minima fascia reddituale. Ed a contare, come negli stati con welfare in galoppante arretramento, è il reddito familiare.

Il diritto di difesa, anche da noi, è soprattutto un diritto ancora di censo.

Il diritto di difesa non può comunque risolversi nell’avere un mercante efficiente: è spesso in netto contrasto con un mercante efficiente.
Et encore, encore, mi si passi una seconda provocazione: ma se all’indomito e continuo difensore-azienda piglia un meno aziendale cancro e per un anno non esercita, la sua cancellazione prevede che quando guarisce deve aspettare 12 mesi???

La professione di avvocato è una libertà. Solo dalla sua libertà (e non dai profitti) deriva un vero e libero esercizio del diritto di difesa.

Si può chiamarlo hidalgo squattrinato, veteropensante, ma il vero difensore la libertà non la svende: sebbene i requisiti sono per ora minimi, io difendo la libertà di un bravo avvocato che non vi rientra di esercitare la propria professione, anche un solo giorno l’anno.
Per quel giorno, può astrattamente rendere il miglior servizio al diritto di difesa che la routine di tanti altri, continuativamente ma nascostamente squali, incapaci o passatori di badge ai corsi di formazione.
Piero Calamandrei (nella foto in alto) non ebbe bisogno di esser penalista per difendere Danilo Dolci…
Un solo requisito approvo: l’obbligo assicurativo. L’unico  – appunto – che è ancora sulla carta, perché l’augusto governo non ha pensato a individuare i requisiti minimi delle polizze. Altro pensiero malizioso: così aumentano i prezzi. Delle polizze.
Se poi si vuole veramente tutelare il diritto di difesa, si metta mano all’istituzione di un servizio legale nazionale pubblico, ma in regime di indipendenza (al pari delle authorities) per le classi a basso reddito.
Per il resto è solo stantia egemonia culturale ed economica di un mondo di squallidi mercanti dei diritti.

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