Quando si tocca il sionismo scatta la censura preventiva

Enzo Pellegrin

Pubblicato sul numero 574 di Resistenze.org

La presentazione del libro “Sionismo: il vero nemico degli Ebrei” di Alan Hart, con prefazione di Diego Siragusa presso la sezione ANPI di Roma “Don Pappagallo” ha generato sconcerto?

Forse sì, non però la presentazione del libro, bensì la scandalosa marcia all’indietro del Presidente Nazionale dell’ANPI Carlo Smuraglia, nonché del Presidente dell’ANPI provinciale di Roma, Ernesto Nassi.

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Dice Carlo Smuraglia: “Della presentazione del volume “Sionismo, il vero nemico degli ebrei” promossa dalla Sezione ANPI “Don Pietro Pappagallo” di Roma e prevista per il 7 dicembre non sapevamo nulla, com’è naturale, trattandosi di un’iniziativa del tutto autonoma, senza adeguate cautele, tant’è che è stata già revocata. Abbiamo letto anche il comunicato del Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Renzo Gattegna, e intendiamo assicurare che l’ANPI Nazionale non ha mai avuto, né potrebbe avere alcuna intenzione di promuovere iniziative antiebraiche e/o antisemite. Siamo favorevoli ad ogni tentativo di avvicinamento e di composizione di posizioni opposte, ma riteniamo che ciò debba sempre essere fatto con la massima cautela e senso di responsabilità. L’ANPI Nazionale ribadisce la sua posizione di sempre, di vicinanza alla Comunità ebraica, di perseguimento della pace, del rispetto, della tolleranza e della convivenza pacifica e contro ogni tipo di discriminazione”.(1)

Ora, paragonare un libro di critica verso l’ideologia sionista come iniziativa “antiebraica e/o antisemita” costituisce un grave errore storico e concettuale. L’imparentamento tra l’ideologia ed il programma sionista (il fenomeno politico nato dai propositi ideologici e nazionalisti del convegno di T. Hertz) con gli interessi del popolo ebraico è proprio quel fattore nefasto che il libro vuole criticare.

Già la nascita del programma sionista prevedeva la “colonizzazione agricola della Palestina il mezzo per restituire agli Ebrei la loro dignità umana e per far valere in futuro effettivi diritti sul territorio, e trovò il suo strumento nel Qeren qayyemeth le Yiśrā’ĕl («Fondo permanente per Israele», noto come Fondo nazionale ebraico), creato nel 1901 allo scopo di acquistare terreni in Palestina; la seconda tendenza, etico-religiosa, si batteva per un ritorno alla tradizione e la rinascita di uno spirito nazionale e dei valori culturali e religiosi dell’ebraismo; infine la tendenza politica mirava a ottenere la concessione di una ‘carta’ internazionale che autorizzasse e tutelasse l’immigrazione ebraica in Palestina.” (Voce “sionismo” dell’Enciclopedia Treccani.)

Tutto questo senza tener conto che la Palestina era abitata da un popolo chiamato Palestinesi.
A tutto voler concedere comunque un programma di colonizzazione.

sionisti

Si è già parlato da queste pagine (2) degli sviluppi ancor più preoccupanti e detestabili che si portò dietro l’ideologia sionista. Appare conferente e non peregrino riportare quanto già osservato.

“Il giovane stato israeliano, nato nel laboratorio politico-giuridico del sionismo di Ben Gurion, Weizemann e Wise, è l’esempio fulgido del fenomeno “due pesi, due misure”. Sin dal brodo di coltura in cui nacque, mise in fila crimini comuni, crimini di guerra nonché le più disparate violazioni dei diritti umani, del diritto delle genti.

Senza voler fare una lunga cronistoria, né senza limitarsi ai soli strepiti recenti, appare interessante ricordare come lo “Zionist Biltmore Program”, approvato nel maggio 1942 all’Hotel Biltmore di New York da 600 eminenti ebrei americani e 67 dirigenti sionisti di tutto il mondo, sotto la guida di David Ben Gurion e del rabbino americano Chaim Weizemann, si prefiggesse il dominio ebraico su tutta la Palestina, la creazione di un esercito ebraico, l’immigrazione illimitata degli ebrei nel futuro stato di sion. Scopi che sarebbero costati ad altri l’accusa di ingiustificata aggressione ai danni di un popolo quando non di genocidio: un tale programma sarebbe potuto figurare tra gli elementi dei capi di accusa a quel processo che di lì a poco si sarebbe celebrato a Norimberga come aggressione ad una popolazione inerme. Ai sionisti il programma valse invece l’installazione duratura del loro movimento nel sistema di dominio americano del Medio Oriente. L’accresciuta importanza del petrolio rendeva necessario per le esigenze dell’imperialismo USA un sicuro baluardo strategico in una regione instabile: Israele divenne e rimase quel sicuro baluardo per mezzo del movimento sionista. “Dopo tre decenni di protezione inglese, i sionisti si apprestavano all’atto conclusivo del loro piano di conquista in una condizione nuova: non dipendevano più dalla sola buona volontà britannica” [3].

Quanto poi al preordinare persecuzioni nei confronti di civili o al tanto abusato termine di “pulizia etnica”, merita ricordare ciò che avvenne dopo l’evacuazione britannica dalla Palestina. L’Agenzia Ebraica aveva predisposto sin dal 1941 una serie di piani strategici per la conquista di quello che sarebbe poi stato il territorio sotto la sovranità del futuro stato ebraico. Uno di questi, il Piano D o “Dalet” si realizzò nella realtà: i reparti dell’Haganah e degli altri organismi militari sionisti (Irgun Zwai Leumi, Banda Stern ed altri) occuparono e presero il controllo di caserme, uffici pubblici, posti di polizia che di volta in volta venivano abbandonati dalle Autorità Britanniche; essi presero inoltre possesso di tutti i villaggi palestinesi adiacenti alle esistenti colonie ebraiche, stabilirono il controllo delle vie di comunicazione, strinsero d’assedio le località abitate dagli arabi. Tra le “misure per garantire la sicurezza della rete di difesa ebraica” fu prevista la distruzione dei villaggi che non potevano essere occupati o l’occupazione integrale di località con espulsione degli abitanti. In particolare, nel 9 aprile 1948, truppe dell’Haganah conquistarono il villaggio di Deir Yassin, dopodichè si ritirarono lasciando mano libera agli uomini dell’Irgun e della banda Stern che provvedettero al massacro di 254 persone tra uomini, donne, vecchi e bambini palestinesi. Dopo Deir Yassin oltre 474 centri abitati arabi furono occupati dalle forze sioniste ben 385 furono distrutti e scomparvero per sempre dalla carta geogeafica. Moshe Sharrett diede successiva voce alle intenzioni di una tale condotta: “I rifugiati troveranno il loro posto nella diaspora. Grazie alla selezione naturale certi resisteranno, altri no. La maggioranza diverrà un rifiuto del genere umano e si fonderà con gli strati più poveri del mondo arabo” [4]. Parole che a Norimberga sarebbero echeggiate nelle accuse e nelle requisitorie dei pubblici ministeri per altri personaggi storici ed altre vicende.

Quanto all’ “ordinare omicidi”, merita ricordare che dopo la proclamazione del neonato stato ebraico nel 1948 e l’inizio del conflitto con gli eserciti arabi, Folke Bernadotte, mediatore inviato dall’ONU ed incaricato di predisporre uno dei primi piani di pace, divenne bersaglio di un piano omicida. Fu deciso dalla Banda Stern, già responsabile del massacro di Deir Yassin. La decisione è opera dei membri che dirigevano l’organismo militare al’epoca: Israel Eldad, Nathan Yellin Mor e Ytzhak Shamir (che divenne primo ministro di Israele). I militari attesero lo svedese, parente della famiglia reale, sulla strada per Rehvot dove era atteso per una ispezione, e lo finirono in un agguato con fucili mitragliatori.

Questo è il brodo primordiale in cui si sviluppò e nacque lo stato ebraico. Inquietante appare il parallelismo storico: mentre sul banco degli accusati di Norimberga le potenze vincitrici contestavano accuse consistenti in atti di omicidio, brutalità, pulizia etnica, genocidio, soluzioni finali e selezione naturale dei detenuti nei campi di sterminio, un processo del tutto simile si ripeteva negli atti del sionismo, creatore dello stato ebraico.

Una volta affermata l’indipendenza dello stato ebraico, il governo di israele inaugurò la dura politica volta ad impedire il ritorno dei palestinesi nei territori occupati; lo storico israeliano Benny Morris calcolò in una conferenza tenuta alla fine del 1990 che migliaia di palestinesi che tentavano di rientrare nei territori per recuperare beni di loro proprietà furono uccisi da civili e militari israeliani nei primi anni di vita dello Stato Ebraico: il 99 per cento di quelli che si infiltravano non erano armati, ma contadini poveri che tornavano a raccogliere frutti dagli agrumeti a loro un tempo appartenuti. [5]

Con l’operazione “Pace in Galilea” della fine degli anni 80, Meahem Begim, capo del governo israeliano, già leader dell’Irgun Zwai Leumi [6], volge l’azione persecutoria dello stato ebraico contro i palestinesi oltre i confini dello stesso: in Libano, ultimo territorio in cui i palestinesi godevano di una minima indipendenza ed autodeterminazione dopo i fatti del “settembre nero”. Sotto la roboante etichetta di una nuova “legalità internazionale”, con la scusa di sgominare l’OLP, il ministro ex terrorista Begim affermò il diritto di Israele di intervenire in Libano in qualsiasi momento e sferrò di conseguenza l’attacco contro l’embrione di una comunità indipendente palestinese che si andava dotando faticosamente di un sistema politico, scolastico, di ospedali e trasporti, organismi economici e Università. Nel conflitto libanese, il 16 settembre si perpetrò il vergognoso massacro di Sabra e Chatila. Oltre quattrocento falangisti della destra cristiana libanese furono introdotti nei campi di Sabra e Chatila. In due giorni (dal 16 al 19 settembre) massacrarono più di 3000 palestinesi allo scopo di seminare un orrendo terrore in tutto il popolo con torture prima dell’assassinio e mutilazioni. Furono fucilate intere famiglie lasciando vivo un superstite perchè potesse testimoniarne la brutalità, furono fatte saltare in aria con la dinamite le case dei profughi con le persone rinchiuse dentro.

Oltre Sabra e Chatila, il bilancio dell’operazione “Pace in Galilea”, secondo dati forniti dalla polizia libanese, vide negli aggrediti 19.085 morti, 30.302 mutilati e feriti. L’84 per cento delle vittime erano civili, il 33 per cento di questi aveva meno di quindici anni ed il 24 per cento più di cinquanta. Nel Libano Meridionale, dei 92.000 rifugiati palestinesi che vi vivevano, oltre 60.000 rimasero senza tetto [7].

Fatti di questo genere si aggiungono alle innumerevoli violazioni delle risoluzioni dell’ONU, alle violazioni odierne compiute nella vergognosa azione sulla striscia di Gaza. La scusa è sempre la stessa: la necessità di colpire un’organizzazione asseritamente giudicata terrorista offre il destro per lo sterminio ed il genocidio della popolazione civile palestinese, vero ostacolo agli interessi dello stato ebraico e del blocco imperialista di cui è baluardo. Manlio Dinucci ha chiarito bene sul Manifesto gli obiettivi di conquista delle fonti energetiche di gas naturale al largo di Gaza, soprattutto per sottrarlo alle società russe che stavano raggiungendo un accordo per lo sfruttamento dei giacimenti.

Per raggiungere questo obiettivo lo stato ebraico, conformemente alla spietatezza e mancanza di scrupoli morali dimostrata sin dalla nascita, non esita ad utilizzare armi sperimentali sulla popolazione civile: bombe DIME che “contengono tungsteno, un metallo cancerogeno, che permette di produrre esplosioni incredibilmente distruttive, capaci di tagliare la carne e le ossa, spesso troncando gli arti inferiori delle persone all’interno del loro raggio d’azione.” [8].

A fronte di un simile quadro storico, non appare infondato affermare che l’applicazione pratica di coloro che innalzarono sulle proprie gesta la bandiera reale ed ideologica del sionismo ha portato con se’ anche una prassi di tipo coloniale venata di sentimenti razziali, condotte (come la pulizia etnica e la persecuzione del popolo palestinese realizzato nella lotta per lo stato prima e nell’occupazione poi) equiparabili al reato di genocidio, una forma politica antidemocratica ed autoritaria non dissimile da quanto attuato nell’apartheid o nei regimi di tipo fascista.

E’ pertanto quantomeno desiderabile che un’associazione che raccoglie sinceri antifascisti così come attenti ed oggettivi studiosi della storia, sia pronta a cogliere la non sottile differenza che passa tra l’ideologia sionista, la religione ebraica e gli interessi del popolo ebraico.

E proprio da dirigenti di un’associazione che si richiama ai valori ed ai diritti della costituzione repubblicana non ci si aspetta un atto di censura preventiva verso un libro di cui probabilmente non si è aperto una pagina, fidandosi delle querule di alcuni esponenti della comunità ebraica romana, spesso vicini ad un acritico appoggio ai fatti ed alle odierne condotte del governo sionista in carica in Israele.

La critica al sionismo, proprio per quanto sopra spiegato, appare riflessione degna di antifascisti. Bene ha fatto la Sezione ANPI “Don Pappagallo” a promuovere la presentazione del libro. Male, anzi malissimo, han fatto i dirigenti che l’hanno censurata.

Particolarmente censurabile la dichiarazione del Presidente dell’ANPI Roma, Ernesto Nassi, il cui virgolettato è ripreso nientemeno che da Emmanuel Baroz, sulla testata on line Focus on Israel, vicina agli interessi del governo di Tel Aviv: “Appena appresa la notizia della presentazione del libro antisionista , ieri abbiamo immediatamente stabilito di non dare seguito all’iniziativa in accordo con la sezione ANPI don Pappagallo perché non in linea con i valori ed i principi dell’Anpi che rifiutano qualsiasi forma di razzismo ed antisemitismo – ha dichiarato Ernesto Nassi. Siamo vicini alla comunità ebraica con la quale abbiamo condiviso tante iniziative. Per quanto riguarda le attività dell’Anpi di Roma, ricordiamo che tutte le nostre iniziative sono pubblicate e consultabili nel nostro blog” (n.d.r. i corsivi sono miei) (9)

Confondere la critica ad un discutibile programma politico con antisemitismo e razzismo è gravissimo. Censurare preventivamente ed andarne fieri sui giornali è ancora più grave, posto che gli interessi dell’ANPI non possono essere confusi con la linea politica filosionista del Partito Democratico.

Per i Torinesi che non ci stanno, ricordiamo che il libro “Sionismo: il vero nemico degli Ebrei” di Alan Hart, con prefazione di Diego Siragusa verrà presentato questo Giovedì 4 febbraio alle ore 20:45, presso la libreria “Comunardi”, in Torino, via Bogino n. 2. Presenteranno il libro Diego Siragusa, autore della prefazione, e Younes Kutaiba, di Palestina Rossa.

Note:

1) http://www.anpi.it/articoli/1460/carlo-smuraglia-lanpi-come-sempre-e-vicina-alla-comunita-ebraica

2) http://www.resistenze.org/sito/te/cu/li/culieg21-014846.htm

3) Filippo Gaja, Le frontiere maledette del Medio Oriente, cap. 30, “Un Mosè da Oltre Atlantico”, Maquis ed. 1991, p. 180.

4) Archivi dello Stato di Israele, ministero degli affari esteri, documentazione sui rifugiati,doc. n. 2444/19 in F. Gaja, Op.cit. p. 197

5) F. Gaja, Op. cit. p. 206

6) Organizzazione militare nazionale attiva nei fatti terroristici degli anni che portarono alla fondazione dello stato ebraico

7) F. Gaja, op. cit. p. 218.

8) Israele sta usando armi sperimentali sui civili di Gaza, dicono i medici, http://www.resistenze.org – popoli resistenti – palestina – 16-07-14 – n. 507, Rania Khalek | electronicintifada.net – Traduzione da contropiano.org

9) http://www.focusonisrael.org/2015/12/05/anpi-nella-bufera-per-la-presentazione-poi-cancellata-del-libro-contro-il-sionismo-nemico-degli-ebrei/

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