Polizia, strumento di repressione del potere

Zoltan Zigedy | zzs-blg.blogspot.it
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

14/08/2016

Grazie alla diffusione capillare delle telecamere dei telefoni cellulari, ora è evidente anche ai cittadini più disinteressati il razzismo della polizia. Sono ampiamente note le riprese di omicidi della polizia di afro-americani al lavoro, nelle loro auto, mentre commettono violazioni minori del codice della strada o nel tempo libero. Le aggressioni ingiustificate ai danni di giovani, donne, anziani afro-americani disarmati, sono state viste attraverso i media da quasi tutti. Non c’è più spazio per la negazione agli occhi dell’opinione pubblica dell’esistenza della violenza della polizia contro i neri.

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Resta, tuttavia, un dibattito continuo sull’entità della violenza, sulle sue cause e il suo significato.

Ad un estremo del dibattito ci sono gli apologeti. A parte i razzisti che appoggiano la violenza, i negazionisti sostengono che gli incidenti sono rari o che la violenza sia il risultato di poche “mele marce”. I fatti che emergono smentiscono la convinzione che la violenza della polizia sia rara. E la metafora della “mela marcia” crolla di fronte alla gretta solidarietà di quasi tutte le forze di polizia. I “professionisti” dell’applicazione della legge e i politici rifiutano di eliminare le “mele marce”. Se i presunti poliziotti “buoni” non fanno un passo per rinnegare i razzisti, sono razzisti anch’essi.

All’estremo opposto degli apologeti ci sono i marxisti, che guardano alla polizia come una struttura o un’istituzione indissolubilmente legata e posta al servizio di coloro che governano. Sì, la polizia serve e protegge, soprattutto serve e protegge la classe proprietaria e i suoi interessi. La ragione di “proteggere e servire” suona così vuota alle minoranze, ai sindacalisti e agli altri gruppi: la polizia è una parte del più ampio sistema di giustizia penale ideato esclusivamente per mantenere l’ordine in favore dei ricchi e potenti. La violenza della polizia, per il marxismo, non è personale, casuale o patologica, ma sistemica.

Come corollario, la violenza della polizia razzista serve a contenere un gruppo che ha storicamente sfidato il potere e l’autorità. La resistenza afro-americana alle classi dirigenti del Nuovo Mondo inizia con la sottomissione degli africani, il loro prelievo forzato dalle loro terre, la loro riduzione in schiavitù per lavorare. Gli afro-americani hanno combattuto senza successo per partecipare con vantaggio alla Ricostruzione post guerra di secessione, hanno lottato contro le disuguaglianze della segregazione, per il diritto di voto, per motivi economici e diritti sociali, sono stati in prima linea in ogni ampia lotta per la giustizia negli Stati Uniti. E’ per queste ragioni che il popolo afro-americano ha sofferto un rapporto speciale e ostile da parte dei tutori degli interessi della classe dominante: la polizia. Le sollevazioni di massa che sono scoppiate spesso negli ultimi decenni hanno spinto la polizia ad agire come un vero e proprio esercito di occupazione nei quartieri neri.

“I fatti…”

Naturalmente l’accusa marxista della violenza e dell’abuso sistemico della polizia per molte persone non è una pillola facile da digerire, soprattutto se vivono in comunità lontane o separate dai quartieri urbani dove la polizia concentra la sua violenza.

Quindi, sono necessari i fatti. Per questo, ci rivolgiamo a una fonte improbabile: un lungo saggio di un accademico conservatore apparso su The Wall Street Journal. Il professor Edward P. Stringham (Is America Facing a Police Crisis?, 30-31 luglio, 2016) osserva che i sondaggi mostrano che la fiducia nella polizia è al punto più basso degli ultimi 20 anni “tra gli americani di tutte le età, livelli di istruzione, reddito e razza… “, ma è ancora più basso tra gli afro-americani. La stragrande maggioranza dei cittadini concorda che i poliziotti indossino telecamere, tale è la sfiducia generale in termini di credibilità nella polizia.

Per dare consistenza alla tesi della “crisi”, Stringham offre alcuni dati statistici su omicidi commessi dalla polizia e ai suoi danni. Cita un tasso di “vittimizzazione” degli agenti di polizia, per illustrare il rischio della vita di chi ci protegge, attestato a 4,6 decessi per ogni 100.000 agenti. Ma la media della popolazione affronta un pressoché identico tasso di rischio di 4,5 abitanti ogni 100.000, che si innalza a 6,6 per 100.000 se si considera la sola popolazione maschile”. Questo per quanto riguarda la nozione che “proteggere” il pubblico è più pericoloso che essere “protetto” dalla polizia.

La polizia quindi uccide “134 americani [prevalentemente neri] ogni 100.000 agenti, un tasso 30 volte maggiore del tasso di omicidi nel suo complesso. Considerando che c’è un poliziotto ogni 360 abitanti, gli agenti commettono 1 su 12 degli omicidi negli Stati Uniti…. In Inghilterra e in Germania, dove la polizia rappresenta una percentuale simile della popolazione, gli agenti commettono meno della metà dell’1% di tutti gli omicidi”.

Qualsiasi argomentazione che sostenga che la polizia uccide civili in risposta ai pericoli sostenuti sul lavoro, cade davanti ai fatti.

Stringham spiega che gli assassini della polizia non possono essere giustificati da un tasso di criminalità in aumento, né sono al contrario un deterrente nel senso di una riduzione dei crimini.

Anche se i media riportano notizie sensazionalistiche sul dilagare dei crimini, la verità è molto diversa. Nonostante la maggior parte dei cittadini intervistati ritenga che i crimini siano in aumento negli ultimi 15 anni, è vero il contrario. In realtà, il tasso di omicidi è sceso negli anni 90 al livello di oggi, lo stesso del 1950 (4,5 per ogni 100.000 abitanti). All’inizio del 1900, il tasso di omicidi era di 6 ogni 100.000 abitanti e 9 ogni 100.000 durante il proibizionismo. Questo significa che i delitti commessi dalla polizia non sono una reazione difensiva all’aumento della criminalità.

Ma nemmeno il recente calo della criminalità è una reazione agli schemi draconiani di prevenzione del crimine degli ultimi decenni (tolleranza zero, militarizzazione, incarcerazione di massa). Il sistema della giustizia penale canadese attesta praticamente la stessa caduta della criminalità senza ricorrere a nessuna delle pratiche medievali utilizzate dalla classe dirigente degli Stati Uniti.

Così, la violenza della polizia non è né giustificata quale risposta alla criminalità in aumento, né causa del calo della criminalità negli Stati Uniti.

Inoltre, non è solo la violenza fisica che incardina il sistema di giustizia penale degli Stati Uniti, ma anche l’incarcerazione di massa (di nuovo enormemente ai danni degli afro-americani). Oggi, gli Stati Uniti sono in testa a livello mondiale per criminalizzazione dei suoi cittadini, incarcerando ad una velocità sette volte superiore a quella del 1965.

Il professor Stringham sottolinea che New York incarcerava 48 cittadini ogni 100.000 nel 1865. Ora, New York imprigiona 265 persone ogni 100.000. È poco credibile che i newyorkesi rappresentino oggi una minaccia per la società cinque volte superiore a 150 anni fa.

L’intensificazione della repressione della polizia non è inspiegabile, ma coincide con la linea politica. La legge approvata nell’era Johnson, l’Omnibus crime del 1968, che estese e finanziò la polizia, accrebbe la militarizzazione e la sorveglianza, era chiaramente una reazione alle rivendicazioni di massa e alle ribellioni del 1960.

L’amministrazione Clinton intensificò ulteriormente l’apparato di polizia e la sua militarizzazione, con una legge del 1994 che finanziò 100.000 ulteriori unità e un numero superiore di prigioni. Per riempire le carceri, sono state emanate sentenze e supplementi di pena. Inoltre, l’amministrazione Clinton ha speso miliardi di dollari per l’equipaggiamento militare con fucili d’assalto, lanciagranate, veicoli blindati, etc.

Attualmente, i dipartimenti di polizia ricevono $ 1,6 miliardi all’anno da spendere in attrezzature militari da parte del Dipartimento della Sicurezza interna.

Gli swat teams, i corpi speciali militarizzati della polizia, ora conducono 50.000 incursioni all’anno.

Come ha riportato di recente Glenn Ford in Black Agenda Report, l’amministrazione Obama dal 2010 ha quasi triplicato il trasferimento militare diretto annuo di armi dal Pentagono alla polizia. A che scopo?

La militarizzazione della polizia negli Stati Uniti, un processo che ha accelerato dalla fine del 1960 ad oggi, coincide con l’intensa concentrazione della ricchezza per i ricchi, la stagnazione e il deterioramento delle condizioni di vita per il resto della popolazione e la spogliazione dei diritti personali negli Stati Uniti. Le autorità giustificano l’aggressività della polizia sulla base delle artificiose guerre alla criminalità, alla droga e al terrorismo. Alimentano le paure per ottenere il sostegno all’armamento delle forze antisommossa contro una popolazione sempre più arrabbiata.

A causa della loro militanza storica, gli afro-americani sono stati sottoposti al peso della violenza della polizia militarizzata. La soppressione di giovani neri attesta la particolare attenzione delle forze dell’ordine verso il potenziale rivoluzionario del gruppo. La svalutazione della vita degli afro-americani e il loro omicidio arbitrario sono parte della campagna della classe dominante per intimidirli. La polizia è l’agente della campagna.

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