I frutti dell’albero avvelenato.

C’è poco da dire buongiorno

sucidio-treno-dis

di Enzo Pellegrin

12 gennaio 2016

Il dieci di gennaio, alle otto di mattina, alla stazione ferroviaria di Ferrara, un ragazzo di colore di 28 anni ha scelto di gettare la propria vita contro un treno che sfrecciava a 200 chilometri orari.

Ruggero Veronese, abitante dei luoghi estensi, ha scelto di scrivere al quotidiano Ferrara Italia per descrivere alcune reazioni al fatto comparse sul social network Facebook:

“e parte subito il brindisi” (taggando gli amici)
– “Posso unirmi ai festeggiamenti?” (con replica: “più siamo e più ci divertiamo”)
– “Speriamo sia un negro di merda”. (poi, dopo aver letto l’articolo) “Siiiii un mardar in meno… alti i bicchieri”
– “I negri ormai ci hanno costretto a guardarci sempre intorno! Uno in meno non guasta”
– “Una buona scelta”
– “C’è gente che non è proprio tanto coerente… quando si parla di questi individui che buttano il cibo che gli viene dato che gli danno alloggi cellulari e soldi tutti a criticare di mandarli via etc… una volta tanto che uno decide di togliersi dai maroni spontaneamente tutti a dire poverino… ma poverino cosa?? Troppi falsi moralisti…” (R. Veronese, La vita sotto un treno e la gioia dei vigliacchi, Ferraraitalia, 11.1.2016).

Fin qui tutto normale, si potrebbe provocatoriamente dire: cose che succedono in quel calderone di vaniloquio spesso rappresentato dagli sfogatoi del web che sostituiscono il bar dello sport.

Quello che invece impressiona è un successivo commento, un soggetto intervenuto nella conversazione triviale per richiamare tutti all’ordine ed alla ragione:

“C’è anche chi chiede di interrompere i festeggiamenti ma il suo ‘ragionamento’ è sorprendente: il dramma non è la morte di una persona, ma il ritardo e il disagio per i viaggiatori: “Visioni orribili per chi assiste, decine di persone che vengono coinvolte per venire sulla scena, per ripulire, enormi disagi per chi viaggia verso Lecce, messaggi impliciti connessi a un episodio del genere. Penserei a questo prima di dire che è “meglio così” (cit. ibidem).

La vittoriosa lotta di classe dell’oligarchia economicamente dominante e sempre più ricca non ha lasciato dietro di sé solamente povertà e distruzione. Il sottoprodotto più puteolente è rappresentato da una ormai vasta quantità di masse senza volto, formate da individui che hanno sostituito al proprio viso ed alla propria ragione quelli del conformismo veicolato dal vento idiota della propaganda.

Il “buonismo” senza analisi delle vere cause che generano le contraddizioni è un insulto all’intelletto e finisce per essere tanto utile idiota al potere dominante quanto quelli che  mutuano dall’ultimo la malvagità.

Gli sfoghi descritti da Veronese suscitano un mero sentimento di ribrezzo, tal quale a quello che si prova ritrovando una altrui lordura nel retrè.

Tuttavia, quel richiamo alla ragione contro i “disagi al servizio ferroviario”, alle persone “coinvolte per venire sulla scena, per ripulire” porta con sé un’agghiacciante impressione: la consapevolezza di avere di fronte soggetti che scambiano l’ordine ed il bene comune  con l’efficientismo astratto, i treni che rispettano l’orario, il bilancio che non ammette sprechi, la miglior soluzione tecnica, od ancora, la decisione scaturita dalla maggioranza consultata con qualche diavoleria o la volontà politica di qualche organo, il tutto al di sopra di qualunque ostacolo, umano o fisico che vi si possa frapporre.

Una siffatta prigione mentale richiama alla mente le parole di Ernesto Guevara de La Serna, (“Che” per amici e compagni- su questo blog, non ci si vergogna di dirlo):

“Non si persegue il progresso per costruire belle fabbriche ma per fare belle persone. A che serve il progresso se fa poveri, schiavi, morti? Il capitalismo non è progresso, è sfruttamento di una classe sull’intero pianeta”.

ernesto-che-guevara

Di fronte al canto del buonismo idiota che pensa all’anima giusta ma non ai rapporti di produzione subentra la rabbia di chi la ragione la esercita veramente sulla realtà e non sulle pubblicazioni della Caritas.

Di fronte al fango di paura e vizio rappresentato dagli insulti può subentrare il disincanto, ma di fronte alla ragion piccola di coloro che riconducono tutto allo spreco ed alla necessità di “pulire” da disagio, corruzione ed inefficienza subentra invece lo scanto, il timore che l’egemonia culturale della classe dominante abbia ormai prodotto un terreno che autonomamente rigenera il concime a lei necessario e che non sia più sperimentabile un altro rimedio che la distruzione per chi desidera, se non un uomo nuovo, almeno un uomo.

Ma non è ancora serena ragione, altra generalizzazione suggerisce che  le contraddizioni generano anche altri anticorpi; il tutto sta a saperli conservare, adeguatamente crescere e non sprecare: anche al corpo che si autodifende serve un assennato medico.

 

 

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