L’Europa al centro della vittoria del Front National

Domenico Moro

08/12/2015

http://www.resistenze.org – osservatorio – europa – politica e società – 09-12-15 – n. 568 (Vai al sito)

C’è un aspetto che va sottolineato nella recente vittoria del Front National alle regionali francesi. Spesso le forze di governo e l’establishment tradizionale in occasione di gravi attentati o di minacce esterne riescono a trovare motivo di stabilizzazione. Così non è avvenuto in Francia. La accentuazione della tendenza alla guerra non ha giovato a Hollande, né, dopo gli attentati di Parigi, sembra essersi realizzata alcuna union sacré, che giovasse al partito di governo. Si accentua invece, con la vittoria della Le Pen, il fenomeno, centrale in questa fase storica, del declino dei partiti tradizionali e della fine o almeno della forte incrinatura del bipolarismo come sistema di funzionamento delle democrazie europee.

Alla radice dell’emersione delle “terze forze” c’è la riorganizzazione complessiva della produzione capitalistica in Europa, di cui l’integrazione economica e soprattutto valutaria europea è la leva principale. Il patto sociale keynesiano tra capitale e lavoro salariato, stabilitosi dopo la Seconda guerra mondiale e messo in discussione a partire dagli anni ’80 con l’offensiva neoliberista, è andato definitivamente in frantumi mediante l’introduzione dell’euro e l’applicazione dei vincoli europei. Centro-destra e centro-sinistra in tutta Europa hanno portato avanti le stesse politiche di indirizzo europeo, fondate sull’austerity e sul controllo del bilancio pubblico e imposte mediante l’architettura dell’euro.

I partiti o sono l’espressione di istanze neo-liberiste solo superficialmente diversificate o di posizioni ingenue che pensano che il problema stia nella corruzione o nell’inefficienza della politica invece che nei rapporti di produzione. Oggi il capitalismo non ha più interesse a politiche di sostegno all’economia nazionale e al Pil della Francia o dell’Italia o della Spagna, perché opera su scala mondiale. Quindi, mentre gli investimenti privati e la produzione si delocalizzano, insieme ai posti di lavoro, anche gli investimenti pubblici si contraggono per ridurre il debito pubblico e liberare risorse a beneficio del mercato finanziario internazionale.

I vincoli di bilancio e l’integrazione valutaria e finanziari europea sono del tutto funzionali al nuovo capitalismo globalizzato. Le conseguenze di tali trasformazioni sono devastanti per milioni di europei. In questo contesto, la Le Pen non si è limitata al solito armamentario xenofobo anti-immigrati, ma ha saputo sfruttare questa situazione non facendosi alcuno scrupolo di attaccare l’euro, il trattato di Maastricht e le delocalizzazioni.

Eppure, quanto sta a sinistra del centro-sinistra, inclusi spesso anche i partiti comunisti, continua a farsi scrupoli ad affrontare con decisione il tema dell’euro e della Ue. Temendo di spaventare il proprio elettorato con proposte “forti”, di essere presa per nazionalista e confusa con la destra estrema e i “populismi”, la sinistra si condanna all’immobilismo. Nello stesso tempo lascia un argomento forte all’estrema destra, che lo porta avanti in direzione reazionaria e, alla fine, con esiti che saranno del tutto velleitari e controproducenti.

La regione del Nord Pas de Calais era un tempo non lontano un bastione della sinistra e del partito comunista. Oggi, con le miniere chiuse, le fabbriche delocalizzate e la disoccupazione al 18%, Le Pen è prima con il 40% dei voti. La città di Calais è stata governata dal partito comunista per 37 anni fino al 2008, quando a vincere le comunali fu la destra. Oggi, il Front National è al 49,1% e i comunisti sono al 5,3%. Dunque, la guerra e gli attentati non sono riusciti a ricompattare il paese dietro Hollande e i due partiti dell’alternanza tradizionale.

Alla base del sentimento di insicurezza diffuso in Francia come in Italia c’è molto più del Jihadismo, c’è la disgregazione del tessuto prima produttivo e poi sociale dell’Europa che sospinge nella marginalità economico-sociale milioni di europei, non solo quelli di origine araba e extraeuropea ma anche i “nativi”. L’aspetto che accomuna entrambi i settori del lavoro salariato e della massa dei disoccupati e sottoccupati europei è la tendenza a rivolgersi a ideologie di tipo speculare, che, anziché individuare le vere radici delle proprie difficoltà nei rapporti di produzione e ricondurre il conflitto alla contraddizione fra capitale e lavoro, lo sposta su di un piano etnico e religioso.

La fortuna di entrambe queste ideologie ha radici comuni. Trenta anni fa le tensioni sociali si sarebbero espresse in altre forme e sarebbero state egemonizzate dalla sinistra. Nel frattempo, però, ci sono stati in Oriente l’affermazione dell’islamismo radicale come forma vincente della lotta contro l’imperialismo, e in Europa i processi di integrazione europea. Ma soprattutto si è registrato sia in Oriente sia nell’Occidente europeo il ritardo della sinistra e dei partiti comunisti e il loro ripiegamento, prima ancora che sul piano politico, su quello culturale.

La sinistra paga la mancata comprensione delle trasformazioni epocali cui è andato incontro il capitalismo e il fatto di non averne tratto le necessarie conclusioni in termini di posizionamento e profilo politico. Ciò riguarda la questione della internità/alleanza con il centro-sinistra, ma non si esaurisce in questo aspetto.

Oggi, si tratta di ridefinire un posizionamento e un profilo ideologico e politico adeguati alla situazione. La questione dell’euro e dell’integrazione europea è, in questo senso, imprescindibile. Definire le modalità con cui approcciare questo tema, senz’altro complesso e delicato, è il banco di prova dell’immediato futuro.

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