Al di là di Licio Gelli c’è il regime di oggi.

Enzo Pellegrin     ¦    16 dicembre 2015

E’ morto Licio Gelli, Licio Gelli è vivo, dicono nelle stanze occidentali.
L’attuale sistema di dominio sovranazionale del capitale è andato al di là del temuto piano di “rinascita democratica” che le sinistre temevano nell’avvento dello psiconano. L’assoluto dominio del potere economico sul pareggio di bilancio, sulla stagnazione economica e la disoccupazione come mezzo per calmierare i salari e controllare socialmente le classi lavoratrici o – si potrebbe anche dire – le classi con scarsità od assenza di reddito, va ben al di là dell’ingegneria costituzionale che sottostava a quell’operazione.

Molto ben al di là.

Quella era una delle tante operazioni sotto falsa bandiera per l’adeguamento dei regimi democratici borghesi alle esigenze del capitale sovranazionale.
Il percorso successivo non ha avuto bisogno di Licio Gelli.

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Sono bastati i normali delegatari del parlatorio ed è ancora oggi notevole e singolare che quel percorso di adeguamento sia stato portato più efficacemente avanti da parte della sinistra opportunista.

Soprattutto nella neutralizzazione della contraddizione capitale/lavoro, nella cessione totale della sovranità monetaria, politica e morale, il centrosinistra ha chiuso con lodevole lena il cerchio degli interessi in favore dei capitali sovranazionali, magari abbaiando alla luna del piano di rinascita democratica.

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Tra i tanti vascelli con false bandiere, il capitale ha mantenuto vivo e deflagrante quello che è riuscito ad insinuarsi, resistere e portare a compimento i suoi amati e desiderati interessi.

Bersani a sostegno della campagna elettorale del centrosinistra

 

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L’Europa al centro della vittoria del Front National

Domenico Moro

08/12/2015

http://www.resistenze.org – osservatorio – europa – politica e società – 09-12-15 – n. 568 (Vai al sito)

C’è un aspetto che va sottolineato nella recente vittoria del Front National alle regionali francesi. Spesso le forze di governo e l’establishment tradizionale in occasione di gravi attentati o di minacce esterne riescono a trovare motivo di stabilizzazione. Così non è avvenuto in Francia. La accentuazione della tendenza alla guerra non ha giovato a Hollande, né, dopo gli attentati di Parigi, sembra essersi realizzata alcuna union sacré, che giovasse al partito di governo. Si accentua invece, con la vittoria della Le Pen, il fenomeno, centrale in questa fase storica, del declino dei partiti tradizionali e della fine o almeno della forte incrinatura del bipolarismo come sistema di funzionamento delle democrazie europee.

Alla radice dell’emersione delle “terze forze” c’è la riorganizzazione complessiva della produzione capitalistica in Europa, di cui l’integrazione economica e soprattutto valutaria europea è la leva principale. Il patto sociale keynesiano tra capitale e lavoro salariato, stabilitosi dopo la Seconda guerra mondiale e messo in discussione a partire dagli anni ’80 con l’offensiva neoliberista, è andato definitivamente in frantumi mediante l’introduzione dell’euro e l’applicazione dei vincoli europei. Centro-destra e centro-sinistra in tutta Europa hanno portato avanti le stesse politiche di indirizzo europeo, fondate sull’austerity e sul controllo del bilancio pubblico e imposte mediante l’architettura dell’euro.

I partiti o sono l’espressione di istanze neo-liberiste solo superficialmente diversificate o di posizioni ingenue che pensano che il problema stia nella corruzione o nell’inefficienza della politica invece che nei rapporti di produzione. Oggi il capitalismo non ha più interesse a politiche di sostegno all’economia nazionale e al Pil della Francia o dell’Italia o della Spagna, perché opera su scala mondiale. Quindi, mentre gli investimenti privati e la produzione si delocalizzano, insieme ai posti di lavoro, anche gli investimenti pubblici si contraggono per ridurre il debito pubblico e liberare risorse a beneficio del mercato finanziario internazionale.

I vincoli di bilancio e l’integrazione valutaria e finanziari europea sono del tutto funzionali al nuovo capitalismo globalizzato. Le conseguenze di tali trasformazioni sono devastanti per milioni di europei. In questo contesto, la Le Pen non si è limitata al solito armamentario xenofobo anti-immigrati, ma ha saputo sfruttare questa situazione non facendosi alcuno scrupolo di attaccare l’euro, il trattato di Maastricht e le delocalizzazioni.

Eppure, quanto sta a sinistra del centro-sinistra, inclusi spesso anche i partiti comunisti, continua a farsi scrupoli ad affrontare con decisione il tema dell’euro e della Ue. Temendo di spaventare il proprio elettorato con proposte “forti”, di essere presa per nazionalista e confusa con la destra estrema e i “populismi”, la sinistra si condanna all’immobilismo. Nello stesso tempo lascia un argomento forte all’estrema destra, che lo porta avanti in direzione reazionaria e, alla fine, con esiti che saranno del tutto velleitari e controproducenti.

La regione del Nord Pas de Calais era un tempo non lontano un bastione della sinistra e del partito comunista. Oggi, con le miniere chiuse, le fabbriche delocalizzate e la disoccupazione al 18%, Le Pen è prima con il 40% dei voti. La città di Calais è stata governata dal partito comunista per 37 anni fino al 2008, quando a vincere le comunali fu la destra. Oggi, il Front National è al 49,1% e i comunisti sono al 5,3%. Dunque, la guerra e gli attentati non sono riusciti a ricompattare il paese dietro Hollande e i due partiti dell’alternanza tradizionale.

Alla base del sentimento di insicurezza diffuso in Francia come in Italia c’è molto più del Jihadismo, c’è la disgregazione del tessuto prima produttivo e poi sociale dell’Europa che sospinge nella marginalità economico-sociale milioni di europei, non solo quelli di origine araba e extraeuropea ma anche i “nativi”. L’aspetto che accomuna entrambi i settori del lavoro salariato e della massa dei disoccupati e sottoccupati europei è la tendenza a rivolgersi a ideologie di tipo speculare, che, anziché individuare le vere radici delle proprie difficoltà nei rapporti di produzione e ricondurre il conflitto alla contraddizione fra capitale e lavoro, lo sposta su di un piano etnico e religioso.

La fortuna di entrambe queste ideologie ha radici comuni. Trenta anni fa le tensioni sociali si sarebbero espresse in altre forme e sarebbero state egemonizzate dalla sinistra. Nel frattempo, però, ci sono stati in Oriente l’affermazione dell’islamismo radicale come forma vincente della lotta contro l’imperialismo, e in Europa i processi di integrazione europea. Ma soprattutto si è registrato sia in Oriente sia nell’Occidente europeo il ritardo della sinistra e dei partiti comunisti e il loro ripiegamento, prima ancora che sul piano politico, su quello culturale.

La sinistra paga la mancata comprensione delle trasformazioni epocali cui è andato incontro il capitalismo e il fatto di non averne tratto le necessarie conclusioni in termini di posizionamento e profilo politico. Ciò riguarda la questione della internità/alleanza con il centro-sinistra, ma non si esaurisce in questo aspetto.

Oggi, si tratta di ridefinire un posizionamento e un profilo ideologico e politico adeguati alla situazione. La questione dell’euro e dell’integrazione europea è, in questo senso, imprescindibile. Definire le modalità con cui approcciare questo tema, senz’altro complesso e delicato, è il banco di prova dell’immediato futuro.

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Qual è l’impero del male? Ci viviamo dentro

Enzo Pellegrin

07/12/2015 – www.resistenze.org – osservatorio – mondo – politica e società – 08-12-15 – n. 568

La cavalcata trionfale del fronte lepenista in Francia sarà indubbiamente foriera, nell’ormai asfittico panorama della sinistra italiana, dei soliti – è il caso di dire – presagi altrettanto “sinistri”, così come delle vane giaculatorie di lamentazione sull’ombra fascista che avanza.

Qualcuno, con acume politico pari a quello di un crostaceo, metterà a fianco del fenomeno francese la perdita delle democrazie riformiste in America Latina, prima l’Argentina poi il Venezuela, così da mettere in scena un inutile autodafé, tale da inibire ogni disamina razionale della questione o peggio ancora foraggiare in salsa italiana un riavvicinamento al partito di regime al potere, sull’onda dell’ “almeno non sono fascisti”.

Il brocardo è invece sempre in voga: il sonno della ragione, nel nostro caso l’incapacità di analisi, genera mostri a ripetizione.

Il fenomeno latino americano ha infatti poco o nulla a che vedere coll’avanzata elettorale dell’estrema destra francese. Al di là dell’oceano, l’incompiuta trasformazione della società verso un sistema nuovo non ha eliminato dal gioco sociale quelle forze populiste in grado di sfruttare a vantaggio degli interessi imperialisti il malcontento che questi stessi gruppi di potere globale alimentano ogni giorno con ogni tipo di offensiva economico finanziaria. Ciò ha fatto sì che tali leve elettorali si ripresentassero puntuali, con sempre maggior forza, ogni volta che le contraddizioni di una trasformazione socialista incompiuta restavano sul tappeto.

Il fenomeno latino-americano merita una riflessione a parte con strumenti di analisi che qualcuno come Carlos Anzarez ha già cominciato a fare per la situazione argentina (Le responsabilità del kirchnerismo, intervista di Geraldina Colotti a Carlos Aznarez, http://www.resistenze.org/sito/te/po/ar/poarfm24-017161.htm). Certo è che la vittoria delle destre oltreoceano è e sarà espressione di un riavvicinamento agli interessi dell’imperialismo globale.

La parata elettorale nazionalista francese – almeno nell’isteria e nelle speranze mal riposte rovesciate nelle urne transalpine – eco di un’aspirazione opposta: quella di allontanarsi da un’egemonia economico-politica che travalica ormai sempre più pesantemente ogni accenno di sovranità ed autodeterminazione dei popoli.

Avevo modo di commentare qualche giorno fa che in Europa, clientele assistite a parte, quasi più nessuno riesce a sopportare il guinzaglio sanguinario delle tecnocrazie bugiarde rappresentate da UE e NATO.

Prova ne è che persino il settimanale “Famiglia Cristiana” ha ospitato un ironico elzeviro filorusso dal titolo “Per fortuna c’è l’impero del male!” (http://www.famigliacristiana.it/articolo/per-fortuna-c-e-l-impero-del-male.aspx), nel quale non si risparmiano feroci accuse al premio Nobel della pace di Washington che difende l’atto aggressivo del governo turco contro l’aviogetto della Federazione Russa.

Guinzaglio sanguinario, perché il complesso di istituzioni tecnocratiche rappresentate da UE e NATO spremono rosso liquido ematico sia per mezzo di austerità economiche e furti di ricchezza collettiva, sia perché costruiscono e fomentano le guerre ed i pericoli per la sicurezza che poi millantano di combattere, passando poi all’incasso dell’economia di guerra imposta – in maniera diversa – ai popoli di tutto il globo.

L’intervento della Federazione Russa nella crisi siriana ha avuto modo di scoperchiare alcune contraddizioni di questo complesso globale, evidenti nei fatti ma tenute nascoste dagli asserviti mezzi di comunicazione di massa: il coinvolgimento dell’intero occidente nel finanziamento del terrorismo islamista, il ruolo della Turchia corrotta di Erdogan scoperta nel fornire appoggio e commercio in petrolio ai vari gruppi islamisti operanti in Siria contro il governo del Presidente Bashar Al Assad. Già il prof. Tim Anderson ricorda dettagliatamente come i turchi abbiano svolto un ruolo chiave nel supporto del cosiddetto “Stato Islamico” (ISIS), creando un passaggio sicuro per far entrare gli islamisti nel nord della Siria, creando e dirigendo insieme all’Arabia saudita l’ “Esercito di conquista” di Jabhat al Nusra (Al Qaeda) per invadere la Siria nel 2015, dando ospitalità ai loro leader islamisti, fornendo supporto medico ed infine, come l’azione russa ha mostrato, coordinando la vendita del petrolio siriano rubato dall’Isis. (http://www.resistenze.org/sito/os/dg/osdgfm25-017166.htm).

Il livore riversato dall’Occidente sull’orso russo è stato determinato dal fatto che questi, in maniera inedita, scendendo in campo per la difesa dei propri interessi sovrani, ha ostacolato le operazioni di terra condotte dalla Nato contro Bashar Al Assad per mezzo di quella nebulosa conflittuale di gruppi che va dai cosiddetti “ribelli siriani” agli islamisti di varia foggia, dispositivo in fondo completamente apparecchiato dall’occidente ed all’improvviso ritrovatosi quasi nudo nei dettagli delle sue terminazioni nervose.

L’insieme di queste controinformazioni, per la prima volta emerse in un dibattito che non fosse confinato ai censurati cenacoli degli esperti, grazie ad una dirompente quanto ovviamente interessata azione di contrasto dei Russi, ha reso un po’ più chiaro alla conoscenza di massa che lo scopo ispiratore delle manovre di guerra delle tecnocrazie incrostate nella Nato fosse terribilmente vicino a quello stigmatizzato dalla famosa frase di Amschel Mayer Rothschild, fondatore del gruppo finanziario internazionale: “La nostra politica è quella di fomentare le guerre, ma dirigendo Conferenze di Pace, in modo che nessuna delle parti in conflitto possa avere benefici. Le guerre devono essere dirette in modo tale che entrambi gli schieramenti, sprofondino sempre più nel loro debito e, quindi, sempre di più sotto il nostro potere.”

Le menzogne sul tempo di guerra, unite alle carneficine terroristiche parigine, colme di dubbi sulle loro dinamiche creatrici, hanno rafforzato la collaterale avversione verso le politiche di austerità e schiavitù economica messe in campo dalla UE. Dopo anni di disgregazione sociale, dopo il tradimento greco di Tsipras, resta molto più chiaro il ruolo più che ventennale giocato dai partiti del centro sinistra opportunista (solidamente supportati nelle prime battute anche dai micropartiti della galassia radicale) nel vincolare le società e le economie nazionali ad un giogo sempre più duro e suicida. In primo luogo, questi schieramenti hanno garantito alle tecnocrazie europee un solido patto antioperaio e antisociale volto alla diminuzione del costo del lavoro attraverso gli strumenti, via via posti in essere in modo sempre più deciso e legislativamente vincolante, della precarietà e della disoccupazione.

La vicenda della controriforma italiana del lavoro culminata nel Jobs Act renziano è la chiave di volta di un tale processo nello stivale. In secondo luogo, i lacci finanziari dell’austerità (anche qui recepiti con vigore all’interno degli ordinamenti sovrani persino a livello costituzionale, come è stato il caso del pareggio di bilancio introdotto nel novellato art. 81 Cost.) hanno precluso ogni misura compensativa degli squilibri introdotti dalla precarietà e dal liberismo economico, così rendendo impossibile ogni esercizio di sovranità volto a tutelare l’interesse pubblico e la coesione sociale, permettendo il saccheggio della ricchezza pubblica mediante la privatizzazione a tappe forzate, giustificata dalla necessità di ripianare un deficit di bilancio imposto con modalità tutt’altro che legittime e finalità giugulatorie.

E’ quindi un po’ più chiaro ad una più vasta conoscenza di massa quali sono i ruoli ed i fini delle suddette centrali tecnocratiche e quali sono le responsabilità dei governi che le hanno sostenute e solidamente impiantate nelle impalcature statali.

E’ tuttavia ancora poco chiaro che vi è una fase ed uno sviluppo ulteriore di questa cessione di sovranità interna.

Sino ad ora, le limitazioni dell’autodeterminazione degli stati e dei popoli in funzione dei diritti del capitale globale (sia che si proponesse di profittare con beni, servizi e moneta, sia che si proponesse profitti di guerra) hanno sempre dovuto passare per la mediazione necessaria di organizzazioni internazionali, quali UE e NATO, ovvero attraverso trattati multilaterali in cui gli Stati sovrani avevano un ruolo, quantomeno nell’azionamento delle cosiddette “clausole di salvaguardia”, le quali prevedevano la disapplicazione o la sospensione di una regola per fini politici interni. Nelle organizzazioni regioniali, poi, la componente dello Stato sovrano recitava quantomeno un ruolo figurativo, prevedendo per esempio nella UE (al di là dell’inutile parlatorio costituito dal Parlamento) la presenza dei ministri competenti nel Consiglio dei Ministri UE, donde la necessità di coltivare all’interno degli Stati una componente politica asservita ai fini che via via venivano veicolati all’interno dell’organizzazione.

La natura sempre più palese dei fini necessitava allora di uno strumento di ricatto indipendente dai singoli governi che si sarebbero presentati sull’arengo politico, posto che prima o poi si sarebbe dovuto fronteggiare una componente politica anti-UE, giunta nelle stanze dei bottoni.

Per tale motivo si sta implementando il sistema dei trattati bilaterali (BITs) e regionali sugli scambi e gli investimenti, quale il TTIP per la nostra area, il TTP per l’area trans-pacifica, sottoscritto persino dal Vietnam.

In essi è contenuto un nuovo dispositivo di limitazione preventiva di ogni sovranità ed anche di ogni Costituzione interna che possa in qualche modo ostacolare gli interessi del capitale sovranazionale, chiamato nei trattati “investitore”.

Si tratta, per la sua onnicomprensività (i trattati riguardano i più svariati settori, dall’agricoltura, ai servizi finanziari, alla sanità, ai servizi sociali, al mercato del lavoro) e per la sua estensione (la giurisdizione coprirà oltre l’80% del PIL mondiale, praticamente la quasi totalità dell’economia) di una vera e propria dichiarazione dei diritti del capitale sugli uomini.

Il dispositivo chiave è fornito proprio dalle carte bollate. Nei vari trattati vi è sempre una clausola arbitrale denominata ISDS, Investor-State Dispute Settlement, vale a dire la “regolamentazione delle controversie tra Stato ed investitore”. Tramite tale dispositivo, un’impresa privata multinazionale, l’investitore, qualora si trovi di fronte ad una misura (legislativa o governativa) che in qualche modo ostacoli gli interessi del capitale investitore (resi nel trattato sottoforma di divieto di discriminazione della libertà di circolazione di merci, persone e capitali, di libertà di investimento e di impresa) potrà convenire lo Stato Sovrano avanti a questa Corte Privata internazionale istituita all’interno del trattato commerciale. E’ l’unico sistema di arbitrato internazionale “asimmetrico”, nel quale è previsto che lo Stato possa essere chiamato in causa, cioè svolgere il ruolo di convenuto, ma non è previsto che possa esso stesso citare un investitore. Nel giudizio non varranno le regole della Costituzione dello Stato, né le regole istitutive dei Trattati delle Organizzazioni Internazionali come la UE, che in qualche modo contenevano pur limitati riferimenti ai diritti dei singoli, delle collettività. Varranno solamente le regole dei trattati, e le regole dei trattati sono le regole delle sovrane libertà del capitale circolante. Nessun altro parametro considerato “ostacolante” come i fini di pubblico interesse o di utilità sociale presenti nel mandato costituzionale dei singoli Stati sovrani sarà considerato opponibile alla libertà dell’investitore di raggiungere il suo profitto.

Se si appelleranno ai loro mandati costituzionali ben facilmente gli Stati perderanno la causa andando incontro a severe sanzioni economiche.

Queste Corti di Arbitrato Commerciale sono tribunali internazionali privati e semisegreti, composti di regola da tre membri , scelti di volta in volta da una lista ristretta di avvocati privati nell’orbita ideologica e culturale di tali organizzazioni neoliberiste.

Come in ogni arbitrato, ciascuna parte nomina il proprio difensore ed entrambe si accordano sulla scelta del giudice. Tenuto conto che gli operatori giudiziari coinvolti sono sempre racchiusi nella lista ristretta di giuristi internazionalisti abilitati alle corti arbitrali, accade che chi ha svolto il ruolo di difensore dell’investitore in un processo, può essere giudice in un altro processo, anche se successivo o contemporaneo. Gli arbitrati si svolgono in segretezza, a porte chiuse e senza controllo pubblico, senza possibilità di appello ad altre forme di giustizia internazionale.

Casi emblematici di arbitrati sono quelli intentati dalla multinazionale svedese del nucleare Vattenfall contro le norme tedesche che prevedevano l’abbandono della produzione di energia elettrica con impianti nucleari (la richiesta di danni alla Germania è stata pari a 4,7 miliardi di Euro), oppure quelle intentate dalla Philip Morris contro gli stati dell’Uruguay, della Norvegia e dell’Australia contro le norme volte a restringere ed ostacolare il consumo di tabacco.

Qualora un illuminato governo di onesti decidesse una volta per tutte di abbandonare il progetto di un’opera inutile finanziata per soli scopi clientelari da precedenti governi, gli investitori multinazionali coinvolti nel progetto potrebbero convenire lo Stato avanti ad una di queste corti private e segrete.

Nelle Corti Private dei trattati bilaterali sugli scambi non si tiene conto di utilità sociali, di illegittimità del progetto, nemmeno di eventuali dinamiche ed infiltrazioni criminali nell’investitore che propone causa.

Si applica, per l’appunto, tra quattro mura, il solo diritto del capitale, la corporate rule.

Rule è un’espressione che in inglese significa sia regola che dominio. Famoso è il motivo “Rule Britannia, Britannia rule the waves”, “Domina Britannia, domina sulle onde” a significare la passata posizione egemone dell’impero inglese (ma anche della Compagnia delle Indie) su tutti i mari e le rotte commerciali del mondo.

E’ evidente che un tale dispositivo, fondandosi sul potere economico e sulla forza deterrente dei risarcimenti monetari, può vincolare ogni tipo di governo, a prescindere da Costituzioni interne, Trattati internazionali di Organizzazioni regionali, Trattati e Convenzioni sui diritti dell’Uomo.

Dietro gli scranni dei giudici potrebbe idealmente figurare la massima “business is business”.

Un simile sistema, come ben argomenta Prabhat Patnaik, “non rappresenta quindi soltanto una grande limitazione della sovranità dello Stato-nazione, ma ostacola in linea di principio la capacità dello Stato di adempiere al suo mandato Costituzionale. Non c’è bisogno di dire che un tale trattato costituisce una grande violazione al principio di sovranità ed autodeterminazione dei popoli che è il fondamento della democrazia.” (Towards Global Corporate Rule, http://peoplesdemocracy.in/2015/1115_pd/towards-global-corporate-rule).

Questo è quello che è di là da venire.

Il guinzaglio sanguinario del presente, i governi serventi rimasti nudi, sono invece i temi che hanno prodotto la reazione elettorale francese. Un grido di dolore della bestia ferita, utile, appunto, tanto quanto un grido di dolore: così come è stata la passata e tradita risposta elettorale greca in favore del trasformista Alexis Tsipras.

La dimensione populista e razzista raccolta dalla contestazione del Front National è per il capitale nient’altro che una tigre di carta: bella per fare scena, assolutamente inconsistente sul vero piano di lotta con gli interessi degli investitori. Ad essi farà sicuramente comodo che le contraddizioni generate dalla spietata applicazione della corporate rule siano risolte in odio verso il diverso, in aggressività militare e politica che non sia diretta verso gli interessi delle imprese globali.

Tutto sommato, il capitale ha previsto anche il superamento dell’UE e dell’Euro, in funzione di un nuovo guinzaglio economico bilaterale.

Senza il fondamento di un nuovo complesso Costituzionale sovrano che aspiri ad eliminare il ruolo chiave ed egemone dei rapporti di produzione capitalistici, diverrà sempre difficile eliminarli mantenendo all’interno della società il loro enorme potere materiale di fatto. Le vicende argentine e venezuelane, che meriterà analizzare più in concreto, forniscono analoghi indizi.

Come insegna la storia, i fatti hanno sempre la testa dura.guernica

TIVVU’ E PROFESSIONISTI DELL’INDIGNAZIONE.

savhypoo

Boracriticatv

13 dicembre 2015.

Ecco spiegato perchè Roberto Saviano si è iscritto (in ritardo) alla carovana degli indignati tardivi della giunta autonominata di mastro Renzi pizzicagnolo in trasferta a Roma. Tra poco su Deejay TV trasmetterà un suo solito format: Saviano commenta il 2015. Immagino sarà l’ennesima occasione per venderci indignazione e populismo di regime un tanto al chilo, magari in chiave come solito atlantica e scaricando ogni reale contraddizione sull’ingenua credulità popolare per cui il sistema crolla perchè è affollato di disonesti, dimenticando che la disonestà verso il prossimo, la concorrenza, il farsi la guerra tra poveri per riempire le tasche di chi raccoglie al vertice è proprio la chiave di questo sistema che ci vende anche i suoi anticorpi come Saviano.
Immagino gli incassi dagli sponsor multinazionali che Deejay incasserà da quest’ora di ritrito autodafé, mentre schiere di sepensanti informati ed indignati trasformeranno le loro lacrime e le loro sensazioni in una cascata di sonanti soldini direttamente nelle tasche degli sponsor, della Tv, degli autori.
Per questo serviva costruirsi un ruolo di coraggioso accusatore, di Zola de noiantri per dire qualcosa che tutti sanno: la Boschi in conflitto di interessi. Mava? Quello che Saviano non racconta, non dice, nasconde, è che la ragione dell’esistenza di soggetti come la Boschi, Renzi, delle banche pigliatutto e mai punite, sta esattamente nello stesso posto dove siede e mangia lui. Capitalismo giunto alla fase globale, in cui le imprese sovranazionali sono al di sopra di persone, popoli, stati. Al di là del bene e del male sta il potere del denaro, che medesimamente muove anche la voce profumatamente retribuita di Saviano. Dividi et impera. Purchè la rendita economica finisca nel solito posto.
La descrizione più gustosa di Sua Lamentazione ed Indignazione è quella che musica Daniele Sepe nella raccolta “Fessbuk”, qui riassunta in un articolo di Fulvio Bufi sul Corsera: ” «Fabbula favesa », buscie ‘ngopp’ a ‘sta terra, comm’ ‘e cines’ accis’ int’ ’a scatul’ ’e fierr’» dice il brano, imputando allo scrittore di raccontare favole false e bugie, come sarebbe quella dei container al porto in cui sono stipati i cadaveri di immigrati cinesi, immagine con la quale si apre «Gomorra». Daniele Sepe punta il dito: «Staje arreparat’, si ‘na rosa int’ a ‘na serra, nu sistema te cummiglia e ‘a verita’ se ‘nzerra» (sei coperto e come una rosa in una serra, c’è un sistema che ti protegge e la verità si nasconde).
che subisce chi vive nelle stesse zone dove la camorra impera. «E poi perché dovrei condividere il pensiero di uno che sostiene di ammirare il rigore morale di Almirante? Io sono comunista e figlio di partigiani, e non posso sentire cose come questa». … C’è una frase del brano che non lascia dubbi: «faje ammuina e picci ma, fore do ‘mpiccio, vuo’ cchiu’ sord’ e ciorta» (fai casini e capricci, ma fuori dagli impicci vuoi più soldi e fortuna), e «‘o capo pav’ ‘a scorta, ‘o stess’ boss che t’ha pavat’ ‘a sturiell’, ch t’appara ‘o pesone e’ ‘o capo de guattarell’» (e il capo paga la scorta, lo stesso che ti paga l’affitto è il capo burattinaio). Per chi non l’avesse capito, il riferimento di Sepe è alla Mondadori e Berlusconi.” (http://www.corriere.it/…/bufi-sepe-saviano_d5b8ee94-6e58-11…). Saviano non morde la mano del padrone, mai. Sa perfettamente qual’è il vero padrone che riempie la ciotola. Di chi gliela porta, poco gli importa. Se sarà un altro Charlie Brown ad avvicinarsi alla sua casetta, gli basterà cambiare occhialetti o cravattino: da joe renziano-rottamatore a joe indignato. Un consiglio: spegnete il televisore quel giorno.

ORDALIA, VALE A DIRE IL GIUDIZIO DELLA DIVINITÀ DI FATTO.

Redazione Boraest.

10 dicembre 2015.
Evidentemente la regola dell’in dubio pro reo non è retaggio culturale di molta della magistratura italiana. E’ un mistero come due pronunce di assoluzioni più la richiesta di assoluzione dei. Procuratori generali non possano essere riconosciute come fragranza di ragionevole dubbio. Ad essa spesso si preferisce “in fide procura” o, come in questo caso, “in fide mea ultima ratio” . E ripensando a come Report ha mostrato i meccanismi di avanzamento carriere delle correnti del CSM, mi chiedo quanti ex PM popolino le sezioni della cassazione in questo momento storico. Sarebbe ora di restituire al popolo l’amministrazione della giustizia nel fatto. molto meglio un verdetto giuridicamente guidato da tecnici con carica a termine che una burocrazia nominata a vita, irresponsabile verso chiunque e divorata da autoreferenzialità e pratiche correntizie. La maggioranza pur illuminata non colmerà mai questi difetti strutturali della giustizia, parto di un’idea Costituzionale immatura che deve essere abbandonata per riprendere la strada delle giurie e dei prudentes che le guidano. Altrimenti certe dinamiche processuali sembrano veramente simili all’ordalia.