Cop 21, azioni a favore del clima zero

Rob Urie * | counterpunch.org   04/12/2015

Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare – www.resistenze.org – osservatorio – mondo – salute e ambiente – 10-12-15 – n. 569

In concomitanza con gli incontri regolari tra i rappresentanti delle multinazionali per lo sfruttamento dei combustibili fossili e del settore finanziario, che fingono di affrontare il cambiamento climatico, e qualche gruppo delle loro vittime, attualmente Cop21, Oxfam ha pubblicato un’analisi che sostiene che “la disuguaglianza” è una causa centrale della crisi climatica. Di fronte al valore in senso ampio di quest’affermazione, la replica tecnocratica occidentale è che se emettono tutti circa la stessa quantità di anidride carbonica, a risolvere la questione sarà un “democratico” suicidio di massa. Il contingente “sviluppato” in Cop21 fa di questa formulazione il principio motivante: diffondere il consumismo occidentale nel mondo vista l’impossibilità di un consumo “pulito”.

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L’intuizione di base del rapporto di Oxfam, che profila la catastrofe ambientale quale prodotto del consumismo occidentale, colpisce quasi il bersaglio. La questione della genesi del consumismo punta agli ampi sforzi di considerare l’acquisto capitalista come fatto naturale, mentre l’atto medesimo di vendere crea una contraddizione: perché consumare energia vendendo ciò che è naturale? Prima del XIX secolo la storia era colma di disuguaglianza nella ricchezza, cosa che però ha contribuito molto poco in termini di emissioni di gas serra. La disuguaglianza nella distribuzione economica è l’impianto del capitalismo. Il colpevole della crisi ambientale è la disuguaglianza associata alla produzione economica capitalistica.

Consapevolmente o no, il rapporto fa rivivere un’analisi di classe marxiana globale applicata alla distruzione dell’ambiente. Rinunciando alla pretesa “antropogenica” universalistico-umanista che “tutti” siano responsabili del riscaldamento globale, degli oceani morti e del cibo geneticamente modificato, Oxfam identifica chiaramente il pezzo di umanità maggiormente responsabile, ossia le “nazioni” ricche. Ciò che unisce queste “nazioni”, come se esistessero nazioni senza il loro essere costituente e le loro istituzioni, sono le prassi economiche direttamente riconducibili allo sviluppo economico capitalistico. La “ricchezza” in questione è chiaramente la ricchezza capitalistica misurata in palazzi e conti bancari, non in acqua pulita, aria pulita e in numero di relazioni sociali intrecciate strettamente dalle persone.

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In questo quadro, la produzione economica che causa il riscaldamento globale è entropica senza che sia considerata tale: le “merci” occidentali sono inesorabilmente legate ai mali occidentali e non occidentali quali la distruzione ambientale e sociale. Se le merci potessero essere prodotte senza i mali, dove sarebbero le prove? Qui entra in campo la storia delle COP (Conferenza delle Parti): 21 conferenze e confronti con le emissioni di gas serra che continuano a crescere dopo ogni singolo incontro. Anche la cornice del “cambiamento climatico” è progettata per sottovalutare l’ampiezza della devastazione ambientale: quale teoria dell’isolamento ambientale suggerisce che gli oceani morti e morenti e la continua perdita di ecosistemi interconnessi siano meno pressanti rispetto al riscaldamento globale?

Oxfam scatena le dinamiche di classe sia all’interno che tra i vari paesi. Gli interessi nazionali nell’ambito delle COP sono arbitrari e fuorvianti in quanto il capitalismo e la produzione capitalistica di Stato è transnazionale. Dalla fine degli anni 1980, la produzione sporca occidentale è stata spostata prima nelle maquiladoras in Messico, poi nel neo/post-coloniale Oriente e nel Sud globale. Come la vulgata dominante indica nella “tecnologia” la causa della riduzione dei salari nell’Occidente sviluppato, così la produzione “pulita” viene propagandata per spiegare il declino delle emissioni di gas serra delle nazioni sviluppate, mentre in realtà i flussi commerciali attestano lo spostamento della produzione sporca dagli Stati Uniti e dall’Europa alla Cina, all’origine di qualsiasi calo effettivo. Legando la distruzione ambientale alla ricchezza, e con essa le divisioni di classe intra e internazionali, il riflettore viene puntato dove dovrebbe: sui beneficiari delle calamità ambientali.

Aggiunge complessità al ruolo della politica economica in questo processo, la creazione di denaro quasi-privato del sistema bancario capitalista, che usa la “ricchezza” intercambiabile come leva del controllo sociale sui mezzi di produzione economica occidentali. In questo caso, l’entropia economica fornisce una scala utile data la natura contestuale della catastrofe ambientale: è la scala della produzione capitalistica che si è aggregata al riscaldamento globale. Lo scarico “efficiente” delle conseguenze indesiderate di questa produzione produce profitti. La finanza facilita la mobilità e con essa la capacità di scaricare le scorie della produzione capitalistica su quelli meno in grado di resistere. Con riferimento alle inferenze malthusiane sull’entropia economica, la storia delle emissioni di gas serra seguono lo sviluppo capitalistico troppo da vicino per essere considerate accidentali.

Lo scopo della conferenza COP21, in quanto riferita agli interessi delle nazioni “sviluppate”, è quello di fornire la parvenza di azioni per il clima, senza fatti. Speranze puntate su “leader” che rappresentano gli interessi economici alla base del loro potere e della loro posizione, sono fuori luogo. Correlato e analogo è il trattamento da parte dei “leader” occidentali dei finanzieri che così recentemente hanno schiantato l’economia globale attraverso il self-dealing [benefici monetari facilmente trasferibili, cioè originati dal trasferimento di risorse economiche dell’azienda, ndt]. Questo self-dealing “locale” che è la quotidianità del capitalismo a livello globale, diventa catastrofica attraverso l’aggregazione dei “non voluto” individuali che portano alle crisi ricorrenti. La relazione tra azioni individuali e istituzionali alla crisi sistemica è socialmente gravosa quando applicata agli affari, ma potenzialmente catastrofica se applicata all’ambiente.

La disuguaglianza in materia di cambiamenti climatici si trova con uno sproporzionato potere sociale grazie a strumenti di coercizione politica e al loro legame storico con la produzione capitalistica. I rapporti Stato-mercato del primo capitalismo britannico sono stati un modello approssimativo per lo sviluppo economico cinese, con la produzione per l’esportazione, distruttiva per l’ambiente, a tenere “su” la catena dell’approvvigionamento globale. Il governo cinese sta cercando attivamente di aumentare i consumi interni, con la premessa che una economia di consumo autosufficiente fornirà stabilità politica. Questo insieme dinamico in movimento è la proverbiale gara-al-ribasso, dove le esigenze di breve termine hanno continuamente la precedenza sullo sviluppo eco-sostenibile. Qualunque siano gli impegni ambientali, le minacce e le crisi ricorrenti li terranno perennemente nel cassetto.

Il passato-presente-futuro dell’ideologia capitalista si muove senza soluzione di continuità da un passato rozzo e distruttivo per l’ambiente a un “migliorato” seppur imperfetto presente, verso un futuro scintillante e prospero. Un futuro che non arriva mai. La produzione sporca non è mai stata lasciata alle spalle e il capitalismo di mercato “emergente” servirà come luogo della distruzione ambientale in outsourcing per tutto il tempo che i popoli lo sopporteranno. Gli impegni ambientali non sono che una crisi del capitalismo guardata alla rovescia per via di una disperazione indotta. L’attenta analisi di queste crisi, viste come incidenti estranei ai normali meccanismi del capitalismo, fornisce una copertura alle macchinazioni imperialiste, facendole passare come fatti naturali. Nelle crisi il discorso politico si sposta su compromessi egoistici mentre gli economisti si sforzano di trovare il modo migliore per ripulire i guai inspiegabili che la natura ha compiuto.

Recenti accordi “commerciali” come il TPP (Partenariato transpacifico) e il TTIP (Partenariato transatlantico per il commercio e gli investimenti) rappresentano i tentativi di vincolare le istituzioni statali al sostegno dell’impresa “privata”, mentre restano precluse azioni statali nel pubblico interesse che ledano il “potere economico privato”. Attraverso i tribunali dell’ISDS (Investor-State Dispute Settlement, vale a dire la “regolamentazione delle controversie tra Stato e investitore”) le corporation quantificano l’entropia della produzione capitalistica come loro risarcimento per danni non causati. La strategia del “pagherete o vi bruceremo la casa” è sepolta, è una mitologia sociale e teoria economica poco considerata. Tuttavia, l’estorsione resta estorsione, indipendentemente dalla complessità degli accordi istituzionali che l’accompagnano.

La mitologia dello sviluppo capitalistico mette a confronto regioni come l’Appalachia, distrutta dalle miniere di carbone nel XVIII secolo, al capitalismo “pulito” degli hedge fund quando il confronto più rilevante è quello con regioni della Cina, dell’Africa e delle Filippine distrutte nel presente per produrre le merci da esportare negli Stati Uniti e in Europa. La concezione capitalistica delle conseguenze della produzione economica è più precisamente la contabilità del giocatore d’azzardo, dove solo i crediti vengono segnati. Aria respirabile, acqua potabile e terre coltivabili sono considerati alla stregua di servizi igienici industriali, la componente “gratuita” utilizzata per dare ai prodotti un valore economico. Il “paradosso” di questi beni di prima necessità senza valore opposti al valore dei beni non di prima necessità è una conseguenza imperiale imposta come teoria di vita: sono “gratuiti” solo una volta che le persone che dipendono da loro per la loro esistenza sono state rimosse dalla considerazione.

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Il differenziale di potere al lavoro, “la disuguaglianza”, contrappone il mito occidentale che “noi tutti” beneficiamo della produzione capitalistica contro il fatto che i ricchi possono mentre la povera gente no. Anche se le conseguenze della distruzione ambientale fossero equamente distribuite, rappresenterebbero ancora una questione economica, perché la loro sorgente è la produzione della “ricchezza” occidentale. Che tali conseguenze cadano in maniera sproporzionata sui popoli che vedono poco o niente del beneficio di tale produzione, definisce una chiara dinamica di classe. Le soluzioni occidentali uniscono giochi delle tre carte come la delocalizzazione della produzione sporca con le promesse perpetue che in futuro saranno intraprese azioni concrete. Le uniche certezze sono che i capitalisti e i loro apologeti sono in procinto di rendere il pianeta inabitabile e le eventuali soluzioni reali si trovano a dispetto degli incontri “ufficiali” e non per loro merito.

* Rob Urie è un artista ed economista politico.

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Choussodovsky: Perché viene condotta una campagna d’odio contro i Musulmani?

Perché viene condotta una campagna d’odio contro i Musulmani?

 

Prof. Michel Chossudovsky  | globalresearch.ca   –   10 dicembre 2015.

Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare. Vai a Resistenze, per altri articoli.

  1. Perché viene condotta una campagna d’odio contro i musulmani?
  2. Perché sono i Musulmani ad essere sempre più etichettati come terroristi?
  3. Perché questa campagna d’odio diviene parte della campagna elettorale per le presidenziali americane? 
  4. Perché Donald Trump chiede misure liberticide di polizia federale contro i Musulmani d’America?
  5. Perché i Musulmani sono oggetto di schedatura etnica e discriminazione sul lavoro? 
  6. Perché il Presidente Francese Francois Hollande ha sospeso i diritti civili in corrispondenza di una campagna d’odio diretta contro i Musulmani di Francia, i quali rappresentano il 7,5 % della popolazione del paese?
  7. Perché è l’occidente a condurre una guerra contro nazioni Musulmane?  
  8. Perché l’Islam è visto come male assoluto?

La risposta a queste domande è insieme semplice e complessa.

Si dà il caso che più del 60% delle riserve mondiali di petrolio greggio sono locate nelle terre Musulmane.

I Musulmani sono gli abitanti delle terre che possiedono il Petrolio. E l’agenda imperiale dell’America prevede l’acquisizione della proprietà e del controllo delle riserve mondiali di petrolio.

Se queste terre fossero abitate dai Buddisti, i politici occidentali – col solito supporto dei media mainstream – demonizzerebbero i Buddisti.

I paesi Musulmani, inclusi l’Arabia Saudita, l’Iraq, l’Iran, il Kuwait, gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, lo Yemen, la Libia, la Nigeria, l’Egitto, L’Algeria, il Kazakhistan, l’Azerbaijan, la Malesia, l’Indonesia, il Brunei, possiedono il più del 60% delle riserve mondiali di petrolio greggio.

Con riferimento al greggio convenzionale, (escludendo quindi il greggio delle sabbie bituminose di Venezuela e Canada) la percentuale delle riserve di petrolio globale (greggio convenzionale) nei paesi Musulmani è molto più grande.

I paesi che possiedono grandi riserve di petrolio greggio sono tutti obiettivo di destabilizzazione.

Più del 50 % delle riserve di greggio mondiali giacciono all’estremità della penisola araba e nel bacino del Mar Caspio: Yemen, Arabia saudita, EAU, Kuwait, Qatar, Iran, Iraq, Siria, Azerbaijan.

Mappa: copyright Eric Waddell, Global Research 2003

La regione sopra rappresentata nella mappa è il teatro di guerra dell’America. Là dove la guerra per il petrolio viene combattuta sotto la bandiera della “guerra al terrorismo”. Queste sono le terre Musulmane individuate quale obiettivo di conquista o per un rovesciamento e cambio di regime. L’Arabia Saudita e le monarchie del Golfo Persico insieme agli emirati sono paesi vicini agli Stati Uniti e solidamente sotto il controllo dell’America.

La demonizzazione collettiva dei Musulmani, compresa la denigrazione dei principi dell’Islam, viene praticata in tutto il modo e costituisce, a livello ideologico, uno strumento di conquista delle risorse energetiche mondiali. E’ parte di un più ampio meccanismo di egemonia politica ed economica che va sotto il nome di Nuovo Ordine Mondiale.

Questa denigrazione viene portata attualmente avanti attraverso la creazione di organizzazioni terroristiche formate da Musulmani, come parte di una operazione di intelligence di vecchia data, risalente alla guerra tra Unione Sovietica ed Afghanistan

Al Quaeda e le organizzazioni ad essa affiliate sono creazioni della CIA. Non sono prodotto della società Musulmana. Gli attacchi terroristici sono posti in essere da gruppi jihadisti coordinate con le attività è le finalità di intelligence della CIA.

Lo Stato Islamico (ISIS) è uno strumento di intelligence che viene essenzialmente usato per due scopi specifici.

1. Sono le truppe di terra dell’alleanza militare occidentale, gli strumenti per la destabilizzazione, reclutati, addestrati, finanziati dall’alleanza militare occidentale. Le varie entità di Al Qaeda sono gli strumenti di destabilizzazione nelle vicine guerre supportate da USA e NATO (AQUIM nel Mali, Boko Haram in Nigeria, l’ISIS in Siria ed Iraq). Nello stesso tempo, esse costituiscono un pretesto ed una giustificazione per l’intervento  militare sotto l’insegna di una campagna di bombardamento “antiterrorismo”.

2. Sul fronte interno, le varie cellule terroriste ISIS/Al Quaeda – supportate in modo occulto dall’intelligence occidentale – sono gli strumenti di una diabolica e criminale operazione propagandistica consistente nell’uccidere i civili innocenti con l’obiettivo di fornire legittimazione all’instaurazione di misure securitarie di polizia asserendo di difendere la democrazia. Queste operazioni di attacco sotto falsa bandiera (false flag) (1) asseritamente perpetrate da organizzazioni terroristiche sono in seguito utilizzate per aizzare l’opinione pubblica occidentale contro i Musulmani.

L’obiettivo sottostante è quello di condurre una guerra illegale di conquista nel Medio Oriente sotto l’insegna della “guerra globale al terrorismo”. Secondo i politici occidentali “noi ci stiamo difendendo dai terroristi”. Secondo i nostri governi, i bombardamenti asseritamente diretti contro i terroristi in Siria “non sono un atto di guerra”, sono presentati alla pubblica opinione occidentale come “atto di autodifesa”. “L’Occidente è sotto attratto da parte dei terroristi dell’ISIS”, l’ISIS ha base a Raqqa, nella Siria del Nord, “noi dobbiamo difendere noi stessi” bombardando l’ISIS.

Ci viene detto che non è un atto di guerra, che è invece un atto di legittima ritorsione e di autodifesa. L’unico problema con questa operazione di propaganda è che “I terroristi siamo noi”, i nostri governi e i nostri servizi segreti hanno sempre supportato l’ISIS fin dal suo primo apparire.

Negli occhi dell’opinione pubblica, avere una “giusta causa” per condurre una guerra è di importanza centrale. Una guerra è accettata come giusta se viene combattuta su un terreno di giustificazioni etiche, religiose, morali. I Musulmani vengono denigrati nei paesi occidentali come parte di un progetto imperialista, come mezzo per destabilizzare i paesi Musulmani sul terreno dei diritti umani (p.e. Iraq, Siria, Libia, Nigeria, Yemen).

L’America sta conducendo una santa crociata contro i Musulmani ed i paesi Musulmani. La “guerra al terrorismo” pretende di difendere la Patria Americana e proteggere il “mondo civilizzato”. Viene accolta come una “guerra di religione” o come uno “scontro di civiltà”, laddove nei fatti il principale e vero obiettivo di tale conflitto è quello di assicurarsi il controllo e la proprietà per le multinazionali dei vasti giacimenti di petrolio della regione.

Guardando la storia, la denigrazione del nemico è stata applicata più volte. le Crociate del Medioevo consistevano nella demonizzazione dei Turchi, degli infedeli e degli eretici con l’obiettivo di giustificare una guerra di conquista militare.

La demonizzazione serve obiettivi economici e geopolitici. Allo stesso modo, la campagna contro il “terrorismo islamico” (che è occultamente creato e supportato dall’intelligence statunitense) serve in realtà alla conquista delle ricchezze petrolifere.

I Musulmani sono equiparati in tutto e per tutto a terroristi: l’islamofobia serve a condurre campagne d’odio su scala nazionale in Europa e Nord America.

Si tratta di uno strumento di propaganda di guerra utilizzato per denigrare la storia, le istituzioni, i valori ed il tessuto sociale dei paesi Musulmani, nello stesso tempo prospettando i  principi della “democrazia occidentale” e del “libero mercato” come l’unica alternativa per questi paesi.

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Note:

N.d.t.:  false flag potrebbe rendersi in italiano con il concetto di operatività sotto falsa bandiera. Si intende un artifizio tattico segreto utilizzato nell’ambito di operazioni militari o di spionaggio poste in essere dai governi o dai servizi segreti. Consiste nel fare apparire una determinata azione come posta in essere da altre organizzazioni, parti od entità assertivamente o realmente nemiche. Ciò viene condotto tramite attraverso l’infiltrazione in organizzazioni esistenti realmente contrapposte ovvero attraverso la creazione vera e propria di organizzazioni asseritamente contrapposte, ma in realtà dirette dai governi, dai servizi o dalle entità militari delle vittime o dei loro alleati od allineati. Deriva dall’espressione in lingua inglese false flag, ossia “bandiera falsa”, probabilmente utilizzata in operazioni coperte di tipo navale. L’idea è quella di “firmare” una certo attacco “issando” la bandiera di un altro stato o la sigla di un’altra organizzazione.

 

L’Europa al centro della vittoria del Front National

Domenico Moro

08/12/2015

http://www.resistenze.org – osservatorio – europa – politica e società – 09-12-15 – n. 568 (Vai al sito)

C’è un aspetto che va sottolineato nella recente vittoria del Front National alle regionali francesi. Spesso le forze di governo e l’establishment tradizionale in occasione di gravi attentati o di minacce esterne riescono a trovare motivo di stabilizzazione. Così non è avvenuto in Francia. La accentuazione della tendenza alla guerra non ha giovato a Hollande, né, dopo gli attentati di Parigi, sembra essersi realizzata alcuna union sacré, che giovasse al partito di governo. Si accentua invece, con la vittoria della Le Pen, il fenomeno, centrale in questa fase storica, del declino dei partiti tradizionali e della fine o almeno della forte incrinatura del bipolarismo come sistema di funzionamento delle democrazie europee.

Alla radice dell’emersione delle “terze forze” c’è la riorganizzazione complessiva della produzione capitalistica in Europa, di cui l’integrazione economica e soprattutto valutaria europea è la leva principale. Il patto sociale keynesiano tra capitale e lavoro salariato, stabilitosi dopo la Seconda guerra mondiale e messo in discussione a partire dagli anni ’80 con l’offensiva neoliberista, è andato definitivamente in frantumi mediante l’introduzione dell’euro e l’applicazione dei vincoli europei. Centro-destra e centro-sinistra in tutta Europa hanno portato avanti le stesse politiche di indirizzo europeo, fondate sull’austerity e sul controllo del bilancio pubblico e imposte mediante l’architettura dell’euro.

I partiti o sono l’espressione di istanze neo-liberiste solo superficialmente diversificate o di posizioni ingenue che pensano che il problema stia nella corruzione o nell’inefficienza della politica invece che nei rapporti di produzione. Oggi il capitalismo non ha più interesse a politiche di sostegno all’economia nazionale e al Pil della Francia o dell’Italia o della Spagna, perché opera su scala mondiale. Quindi, mentre gli investimenti privati e la produzione si delocalizzano, insieme ai posti di lavoro, anche gli investimenti pubblici si contraggono per ridurre il debito pubblico e liberare risorse a beneficio del mercato finanziario internazionale.

I vincoli di bilancio e l’integrazione valutaria e finanziari europea sono del tutto funzionali al nuovo capitalismo globalizzato. Le conseguenze di tali trasformazioni sono devastanti per milioni di europei. In questo contesto, la Le Pen non si è limitata al solito armamentario xenofobo anti-immigrati, ma ha saputo sfruttare questa situazione non facendosi alcuno scrupolo di attaccare l’euro, il trattato di Maastricht e le delocalizzazioni.

Eppure, quanto sta a sinistra del centro-sinistra, inclusi spesso anche i partiti comunisti, continua a farsi scrupoli ad affrontare con decisione il tema dell’euro e della Ue. Temendo di spaventare il proprio elettorato con proposte “forti”, di essere presa per nazionalista e confusa con la destra estrema e i “populismi”, la sinistra si condanna all’immobilismo. Nello stesso tempo lascia un argomento forte all’estrema destra, che lo porta avanti in direzione reazionaria e, alla fine, con esiti che saranno del tutto velleitari e controproducenti.

La regione del Nord Pas de Calais era un tempo non lontano un bastione della sinistra e del partito comunista. Oggi, con le miniere chiuse, le fabbriche delocalizzate e la disoccupazione al 18%, Le Pen è prima con il 40% dei voti. La città di Calais è stata governata dal partito comunista per 37 anni fino al 2008, quando a vincere le comunali fu la destra. Oggi, il Front National è al 49,1% e i comunisti sono al 5,3%. Dunque, la guerra e gli attentati non sono riusciti a ricompattare il paese dietro Hollande e i due partiti dell’alternanza tradizionale.

Alla base del sentimento di insicurezza diffuso in Francia come in Italia c’è molto più del Jihadismo, c’è la disgregazione del tessuto prima produttivo e poi sociale dell’Europa che sospinge nella marginalità economico-sociale milioni di europei, non solo quelli di origine araba e extraeuropea ma anche i “nativi”. L’aspetto che accomuna entrambi i settori del lavoro salariato e della massa dei disoccupati e sottoccupati europei è la tendenza a rivolgersi a ideologie di tipo speculare, che, anziché individuare le vere radici delle proprie difficoltà nei rapporti di produzione e ricondurre il conflitto alla contraddizione fra capitale e lavoro, lo sposta su di un piano etnico e religioso.

La fortuna di entrambe queste ideologie ha radici comuni. Trenta anni fa le tensioni sociali si sarebbero espresse in altre forme e sarebbero state egemonizzate dalla sinistra. Nel frattempo, però, ci sono stati in Oriente l’affermazione dell’islamismo radicale come forma vincente della lotta contro l’imperialismo, e in Europa i processi di integrazione europea. Ma soprattutto si è registrato sia in Oriente sia nell’Occidente europeo il ritardo della sinistra e dei partiti comunisti e il loro ripiegamento, prima ancora che sul piano politico, su quello culturale.

La sinistra paga la mancata comprensione delle trasformazioni epocali cui è andato incontro il capitalismo e il fatto di non averne tratto le necessarie conclusioni in termini di posizionamento e profilo politico. Ciò riguarda la questione della internità/alleanza con il centro-sinistra, ma non si esaurisce in questo aspetto.

Oggi, si tratta di ridefinire un posizionamento e un profilo ideologico e politico adeguati alla situazione. La questione dell’euro e dell’integrazione europea è, in questo senso, imprescindibile. Definire le modalità con cui approcciare questo tema, senz’altro complesso e delicato, è il banco di prova dell’immediato futuro.

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Qual è l’impero del male? Ci viviamo dentro

Enzo Pellegrin

07/12/2015 – www.resistenze.org – osservatorio – mondo – politica e società – 08-12-15 – n. 568

La cavalcata trionfale del fronte lepenista in Francia sarà indubbiamente foriera, nell’ormai asfittico panorama della sinistra italiana, dei soliti – è il caso di dire – presagi altrettanto “sinistri”, così come delle vane giaculatorie di lamentazione sull’ombra fascista che avanza.

Qualcuno, con acume politico pari a quello di un crostaceo, metterà a fianco del fenomeno francese la perdita delle democrazie riformiste in America Latina, prima l’Argentina poi il Venezuela, così da mettere in scena un inutile autodafé, tale da inibire ogni disamina razionale della questione o peggio ancora foraggiare in salsa italiana un riavvicinamento al partito di regime al potere, sull’onda dell’ “almeno non sono fascisti”.

Il brocardo è invece sempre in voga: il sonno della ragione, nel nostro caso l’incapacità di analisi, genera mostri a ripetizione.

Il fenomeno latino americano ha infatti poco o nulla a che vedere coll’avanzata elettorale dell’estrema destra francese. Al di là dell’oceano, l’incompiuta trasformazione della società verso un sistema nuovo non ha eliminato dal gioco sociale quelle forze populiste in grado di sfruttare a vantaggio degli interessi imperialisti il malcontento che questi stessi gruppi di potere globale alimentano ogni giorno con ogni tipo di offensiva economico finanziaria. Ciò ha fatto sì che tali leve elettorali si ripresentassero puntuali, con sempre maggior forza, ogni volta che le contraddizioni di una trasformazione socialista incompiuta restavano sul tappeto.

Il fenomeno latino-americano merita una riflessione a parte con strumenti di analisi che qualcuno come Carlos Anzarez ha già cominciato a fare per la situazione argentina (Le responsabilità del kirchnerismo, intervista di Geraldina Colotti a Carlos Aznarez, http://www.resistenze.org/sito/te/po/ar/poarfm24-017161.htm). Certo è che la vittoria delle destre oltreoceano è e sarà espressione di un riavvicinamento agli interessi dell’imperialismo globale.

La parata elettorale nazionalista francese – almeno nell’isteria e nelle speranze mal riposte rovesciate nelle urne transalpine – eco di un’aspirazione opposta: quella di allontanarsi da un’egemonia economico-politica che travalica ormai sempre più pesantemente ogni accenno di sovranità ed autodeterminazione dei popoli.

Avevo modo di commentare qualche giorno fa che in Europa, clientele assistite a parte, quasi più nessuno riesce a sopportare il guinzaglio sanguinario delle tecnocrazie bugiarde rappresentate da UE e NATO.

Prova ne è che persino il settimanale “Famiglia Cristiana” ha ospitato un ironico elzeviro filorusso dal titolo “Per fortuna c’è l’impero del male!” (http://www.famigliacristiana.it/articolo/per-fortuna-c-e-l-impero-del-male.aspx), nel quale non si risparmiano feroci accuse al premio Nobel della pace di Washington che difende l’atto aggressivo del governo turco contro l’aviogetto della Federazione Russa.

Guinzaglio sanguinario, perché il complesso di istituzioni tecnocratiche rappresentate da UE e NATO spremono rosso liquido ematico sia per mezzo di austerità economiche e furti di ricchezza collettiva, sia perché costruiscono e fomentano le guerre ed i pericoli per la sicurezza che poi millantano di combattere, passando poi all’incasso dell’economia di guerra imposta – in maniera diversa – ai popoli di tutto il globo.

L’intervento della Federazione Russa nella crisi siriana ha avuto modo di scoperchiare alcune contraddizioni di questo complesso globale, evidenti nei fatti ma tenute nascoste dagli asserviti mezzi di comunicazione di massa: il coinvolgimento dell’intero occidente nel finanziamento del terrorismo islamista, il ruolo della Turchia corrotta di Erdogan scoperta nel fornire appoggio e commercio in petrolio ai vari gruppi islamisti operanti in Siria contro il governo del Presidente Bashar Al Assad. Già il prof. Tim Anderson ricorda dettagliatamente come i turchi abbiano svolto un ruolo chiave nel supporto del cosiddetto “Stato Islamico” (ISIS), creando un passaggio sicuro per far entrare gli islamisti nel nord della Siria, creando e dirigendo insieme all’Arabia saudita l’ “Esercito di conquista” di Jabhat al Nusra (Al Qaeda) per invadere la Siria nel 2015, dando ospitalità ai loro leader islamisti, fornendo supporto medico ed infine, come l’azione russa ha mostrato, coordinando la vendita del petrolio siriano rubato dall’Isis. (http://www.resistenze.org/sito/os/dg/osdgfm25-017166.htm).

Il livore riversato dall’Occidente sull’orso russo è stato determinato dal fatto che questi, in maniera inedita, scendendo in campo per la difesa dei propri interessi sovrani, ha ostacolato le operazioni di terra condotte dalla Nato contro Bashar Al Assad per mezzo di quella nebulosa conflittuale di gruppi che va dai cosiddetti “ribelli siriani” agli islamisti di varia foggia, dispositivo in fondo completamente apparecchiato dall’occidente ed all’improvviso ritrovatosi quasi nudo nei dettagli delle sue terminazioni nervose.

L’insieme di queste controinformazioni, per la prima volta emerse in un dibattito che non fosse confinato ai censurati cenacoli degli esperti, grazie ad una dirompente quanto ovviamente interessata azione di contrasto dei Russi, ha reso un po’ più chiaro alla conoscenza di massa che lo scopo ispiratore delle manovre di guerra delle tecnocrazie incrostate nella Nato fosse terribilmente vicino a quello stigmatizzato dalla famosa frase di Amschel Mayer Rothschild, fondatore del gruppo finanziario internazionale: “La nostra politica è quella di fomentare le guerre, ma dirigendo Conferenze di Pace, in modo che nessuna delle parti in conflitto possa avere benefici. Le guerre devono essere dirette in modo tale che entrambi gli schieramenti, sprofondino sempre più nel loro debito e, quindi, sempre di più sotto il nostro potere.”

Le menzogne sul tempo di guerra, unite alle carneficine terroristiche parigine, colme di dubbi sulle loro dinamiche creatrici, hanno rafforzato la collaterale avversione verso le politiche di austerità e schiavitù economica messe in campo dalla UE. Dopo anni di disgregazione sociale, dopo il tradimento greco di Tsipras, resta molto più chiaro il ruolo più che ventennale giocato dai partiti del centro sinistra opportunista (solidamente supportati nelle prime battute anche dai micropartiti della galassia radicale) nel vincolare le società e le economie nazionali ad un giogo sempre più duro e suicida. In primo luogo, questi schieramenti hanno garantito alle tecnocrazie europee un solido patto antioperaio e antisociale volto alla diminuzione del costo del lavoro attraverso gli strumenti, via via posti in essere in modo sempre più deciso e legislativamente vincolante, della precarietà e della disoccupazione.

La vicenda della controriforma italiana del lavoro culminata nel Jobs Act renziano è la chiave di volta di un tale processo nello stivale. In secondo luogo, i lacci finanziari dell’austerità (anche qui recepiti con vigore all’interno degli ordinamenti sovrani persino a livello costituzionale, come è stato il caso del pareggio di bilancio introdotto nel novellato art. 81 Cost.) hanno precluso ogni misura compensativa degli squilibri introdotti dalla precarietà e dal liberismo economico, così rendendo impossibile ogni esercizio di sovranità volto a tutelare l’interesse pubblico e la coesione sociale, permettendo il saccheggio della ricchezza pubblica mediante la privatizzazione a tappe forzate, giustificata dalla necessità di ripianare un deficit di bilancio imposto con modalità tutt’altro che legittime e finalità giugulatorie.

E’ quindi un po’ più chiaro ad una più vasta conoscenza di massa quali sono i ruoli ed i fini delle suddette centrali tecnocratiche e quali sono le responsabilità dei governi che le hanno sostenute e solidamente impiantate nelle impalcature statali.

E’ tuttavia ancora poco chiaro che vi è una fase ed uno sviluppo ulteriore di questa cessione di sovranità interna.

Sino ad ora, le limitazioni dell’autodeterminazione degli stati e dei popoli in funzione dei diritti del capitale globale (sia che si proponesse di profittare con beni, servizi e moneta, sia che si proponesse profitti di guerra) hanno sempre dovuto passare per la mediazione necessaria di organizzazioni internazionali, quali UE e NATO, ovvero attraverso trattati multilaterali in cui gli Stati sovrani avevano un ruolo, quantomeno nell’azionamento delle cosiddette “clausole di salvaguardia”, le quali prevedevano la disapplicazione o la sospensione di una regola per fini politici interni. Nelle organizzazioni regioniali, poi, la componente dello Stato sovrano recitava quantomeno un ruolo figurativo, prevedendo per esempio nella UE (al di là dell’inutile parlatorio costituito dal Parlamento) la presenza dei ministri competenti nel Consiglio dei Ministri UE, donde la necessità di coltivare all’interno degli Stati una componente politica asservita ai fini che via via venivano veicolati all’interno dell’organizzazione.

La natura sempre più palese dei fini necessitava allora di uno strumento di ricatto indipendente dai singoli governi che si sarebbero presentati sull’arengo politico, posto che prima o poi si sarebbe dovuto fronteggiare una componente politica anti-UE, giunta nelle stanze dei bottoni.

Per tale motivo si sta implementando il sistema dei trattati bilaterali (BITs) e regionali sugli scambi e gli investimenti, quale il TTIP per la nostra area, il TTP per l’area trans-pacifica, sottoscritto persino dal Vietnam.

In essi è contenuto un nuovo dispositivo di limitazione preventiva di ogni sovranità ed anche di ogni Costituzione interna che possa in qualche modo ostacolare gli interessi del capitale sovranazionale, chiamato nei trattati “investitore”.

Si tratta, per la sua onnicomprensività (i trattati riguardano i più svariati settori, dall’agricoltura, ai servizi finanziari, alla sanità, ai servizi sociali, al mercato del lavoro) e per la sua estensione (la giurisdizione coprirà oltre l’80% del PIL mondiale, praticamente la quasi totalità dell’economia) di una vera e propria dichiarazione dei diritti del capitale sugli uomini.

Il dispositivo chiave è fornito proprio dalle carte bollate. Nei vari trattati vi è sempre una clausola arbitrale denominata ISDS, Investor-State Dispute Settlement, vale a dire la “regolamentazione delle controversie tra Stato ed investitore”. Tramite tale dispositivo, un’impresa privata multinazionale, l’investitore, qualora si trovi di fronte ad una misura (legislativa o governativa) che in qualche modo ostacoli gli interessi del capitale investitore (resi nel trattato sottoforma di divieto di discriminazione della libertà di circolazione di merci, persone e capitali, di libertà di investimento e di impresa) potrà convenire lo Stato Sovrano avanti a questa Corte Privata internazionale istituita all’interno del trattato commerciale. E’ l’unico sistema di arbitrato internazionale “asimmetrico”, nel quale è previsto che lo Stato possa essere chiamato in causa, cioè svolgere il ruolo di convenuto, ma non è previsto che possa esso stesso citare un investitore. Nel giudizio non varranno le regole della Costituzione dello Stato, né le regole istitutive dei Trattati delle Organizzazioni Internazionali come la UE, che in qualche modo contenevano pur limitati riferimenti ai diritti dei singoli, delle collettività. Varranno solamente le regole dei trattati, e le regole dei trattati sono le regole delle sovrane libertà del capitale circolante. Nessun altro parametro considerato “ostacolante” come i fini di pubblico interesse o di utilità sociale presenti nel mandato costituzionale dei singoli Stati sovrani sarà considerato opponibile alla libertà dell’investitore di raggiungere il suo profitto.

Se si appelleranno ai loro mandati costituzionali ben facilmente gli Stati perderanno la causa andando incontro a severe sanzioni economiche.

Queste Corti di Arbitrato Commerciale sono tribunali internazionali privati e semisegreti, composti di regola da tre membri , scelti di volta in volta da una lista ristretta di avvocati privati nell’orbita ideologica e culturale di tali organizzazioni neoliberiste.

Come in ogni arbitrato, ciascuna parte nomina il proprio difensore ed entrambe si accordano sulla scelta del giudice. Tenuto conto che gli operatori giudiziari coinvolti sono sempre racchiusi nella lista ristretta di giuristi internazionalisti abilitati alle corti arbitrali, accade che chi ha svolto il ruolo di difensore dell’investitore in un processo, può essere giudice in un altro processo, anche se successivo o contemporaneo. Gli arbitrati si svolgono in segretezza, a porte chiuse e senza controllo pubblico, senza possibilità di appello ad altre forme di giustizia internazionale.

Casi emblematici di arbitrati sono quelli intentati dalla multinazionale svedese del nucleare Vattenfall contro le norme tedesche che prevedevano l’abbandono della produzione di energia elettrica con impianti nucleari (la richiesta di danni alla Germania è stata pari a 4,7 miliardi di Euro), oppure quelle intentate dalla Philip Morris contro gli stati dell’Uruguay, della Norvegia e dell’Australia contro le norme volte a restringere ed ostacolare il consumo di tabacco.

Qualora un illuminato governo di onesti decidesse una volta per tutte di abbandonare il progetto di un’opera inutile finanziata per soli scopi clientelari da precedenti governi, gli investitori multinazionali coinvolti nel progetto potrebbero convenire lo Stato avanti ad una di queste corti private e segrete.

Nelle Corti Private dei trattati bilaterali sugli scambi non si tiene conto di utilità sociali, di illegittimità del progetto, nemmeno di eventuali dinamiche ed infiltrazioni criminali nell’investitore che propone causa.

Si applica, per l’appunto, tra quattro mura, il solo diritto del capitale, la corporate rule.

Rule è un’espressione che in inglese significa sia regola che dominio. Famoso è il motivo “Rule Britannia, Britannia rule the waves”, “Domina Britannia, domina sulle onde” a significare la passata posizione egemone dell’impero inglese (ma anche della Compagnia delle Indie) su tutti i mari e le rotte commerciali del mondo.

E’ evidente che un tale dispositivo, fondandosi sul potere economico e sulla forza deterrente dei risarcimenti monetari, può vincolare ogni tipo di governo, a prescindere da Costituzioni interne, Trattati internazionali di Organizzazioni regionali, Trattati e Convenzioni sui diritti dell’Uomo.

Dietro gli scranni dei giudici potrebbe idealmente figurare la massima “business is business”.

Un simile sistema, come ben argomenta Prabhat Patnaik, “non rappresenta quindi soltanto una grande limitazione della sovranità dello Stato-nazione, ma ostacola in linea di principio la capacità dello Stato di adempiere al suo mandato Costituzionale. Non c’è bisogno di dire che un tale trattato costituisce una grande violazione al principio di sovranità ed autodeterminazione dei popoli che è il fondamento della democrazia.” (Towards Global Corporate Rule, http://peoplesdemocracy.in/2015/1115_pd/towards-global-corporate-rule).

Questo è quello che è di là da venire.

Il guinzaglio sanguinario del presente, i governi serventi rimasti nudi, sono invece i temi che hanno prodotto la reazione elettorale francese. Un grido di dolore della bestia ferita, utile, appunto, tanto quanto un grido di dolore: così come è stata la passata e tradita risposta elettorale greca in favore del trasformista Alexis Tsipras.

La dimensione populista e razzista raccolta dalla contestazione del Front National è per il capitale nient’altro che una tigre di carta: bella per fare scena, assolutamente inconsistente sul vero piano di lotta con gli interessi degli investitori. Ad essi farà sicuramente comodo che le contraddizioni generate dalla spietata applicazione della corporate rule siano risolte in odio verso il diverso, in aggressività militare e politica che non sia diretta verso gli interessi delle imprese globali.

Tutto sommato, il capitale ha previsto anche il superamento dell’UE e dell’Euro, in funzione di un nuovo guinzaglio economico bilaterale.

Senza il fondamento di un nuovo complesso Costituzionale sovrano che aspiri ad eliminare il ruolo chiave ed egemone dei rapporti di produzione capitalistici, diverrà sempre difficile eliminarli mantenendo all’interno della società il loro enorme potere materiale di fatto. Le vicende argentine e venezuelane, che meriterà analizzare più in concreto, forniscono analoghi indizi.

Come insegna la storia, i fatti hanno sempre la testa dura.guernica